“Un libro non vive di vita propria”: il suo destino, una volta messo in circolazione, diventa autonomo da quello del suo creatore. Di questo se ne accorse lo stesso Tolkien quando, al momento del suo maggior successo, dopo l’uscita del celebre romanzo “Il Signore degli Anelli” , commentando con un giornalista il proprio parere (visto l’entusiasmo che allora diffondevano in America e altrove i suoi libri ) disse che quello su di lui era un “deplorevole culto”, affermando che: “E’ l’arte che li muove, ma loro non sanno da cosa sono stati spinti e se ne stanno rapidamente ubriacando. Molti giovani americani sono coinvolti nelle vicende dei miei libri in un modo completamente diverso dal mio”. Oppure quando scrisse al figlio Christopher che “’Il Signore degli Anelli’ dal momento in cui è stato pubblicato non mi appartiene più e ora deve andare per la sua strada, nel mondo”.
Queste considerazioni, che J.R.R. Tolkien fece sul destino dei suoi libri, servono ad addentrarci nel punto focale di questo discorso che è il seguente: un libro (e nel nostro caso “Il Signore degli Anelli”), una volta messo in circolazione, prende una vita del tutto autonoma da quella del suo creatore alimentandosi e nutrendosi dei movimenti sociali, dei processi culturali e dei conflitti che i gruppi di un determinato contesto sociale tendono a vivere.
Scopo di queste righe è di focalizzare l’attenzione su come Tolkien e le sue opere siano state lette, vissute e riformulate nel contesto italiano, dal 1970 (anno della prima pubblicazione integrale da parte della Rusconi ) ad oggi, con l’uscita anche in Italia della più ardita e coraggiosa trasposizione cinematografica della sua opera più famosa che è “Il Signore degli Anelli”.
Dobbiamo innanzitutto affermare che il successo di un’ opera è frutto anche di un “tradimento”. Questo può suonare “anormale” a chi cerca lodevolmente in un’ opera che ama il suo significato originario, il suo “spirito” originale, nonchè le intenzioni originali dell’autore stesso; ma dobbiamo essere consapevoli che qualsiasi opera che travalichi i confini del tempo (affermandosi in gruppi generazionali diversi) e dello spazio (affermandosi in contesti sociali più differenti) deve il suo successo al fatto che molti lettori possono trovare nell’opera degli aspetti o delle caratteristiche che il suo creatore non prevedeva , né tantomeno immaginava.
In vari dibattiti ci si è dilungati su cosa avrebbe pensato Tolkien, oltre che del suo “deplorevole culto” in America, anche delle polemiche legate al suo nome in Italia: dall’appropriazione da parte del mondo giovanile della destra negli anni Settanta, alle accuse di essere “fascista” ed “escapista” da parte del mondo culturale di sinistra fino agli anni Novanta, fino al modo in cui nel suo nome si sono intitolati e richiamati raduni, clubs, associazioni , manifestazioni culturali e molte altre cose.
Tuttavia la lettura non è un fatto del tutto solitario. Ognuno di noi al momento della lettura di un testo, anzi già poco prima di incontrarlo, porta con sé una serie di bisogni, di domande e di aspettative che appartengono anche al contesto e ai gruppi sociali in cui vive.
Quello che ha caratterizzato il nome di Tolkien in Italia, a differenza degli altri autori famosi e amati, è che ha avuto una continua occasione di ripresentarsi a pubblici e a “mondi culturali” più diversi; in secondo luogo, poi, il suo nome è divenuto nel tempo una sorta di “logo” che ha contaminato ambiti che letterari non sono, fino a “marcare” con il proprio nome una serie di “mondi” che prima vivevano anche indipendentemente da lui.

La continua capacità di ripresentarsi a pubblici e a mondi culturali più diversi è quella che fa di J.R.R. Tolkien un classico. Cos’è un classico se non un testo che è sempre attuale? Tolkien ha avuto la capacità di richiamare mediante i suoi testi una pluralità di lettori che travalica le abituali fasce di mercato. I suoi testi, “Il Signore degli Anelli” in testa, hanno destato l’interesse di adulti e bambini, di lettori “forti” e lettori “deboli”, di lettori “raffinati” e lettori di “fantasy”, di lettori di romanzi e lettori di saggi. Questo, nonostante l’ostracismo e la ghettizzazione culturale a cui l’autore è stato sottoposto almeno fino al centenario della sua nascita, nel 1992.
Quali condizioni hanno portato a questo imbarazzante “silenzio”? Certamente l’incapacità da parte di molta critica di sinistra, e non solo, di “digerire” un autore che non rientrava perfettamente nei canoni di legittimità per essere accettato tanto per il suo essere “conservatore” quanto perché era difficile catalogarlo per via dell’ancora esistente “strategia delle due culture” che allora divideva in due il mercato editoriale italiano. Ma ciò nonostante Tolkien, pur essendo divenuto un “mito” per i giovani di destra , non ha potuto evitare di diventare uno scrittore amato da persone “politicamente” e “culturalmente” tanto di sinistra che di centro.
Questo perché ognuno di noi ha letto Tolkien attivato da processi di selezione, di organizzazione e di interpretazione in virtù delle domande, delle aspirazioni e della “visione del mondo” che porta quella cerchia di gruppi umani a cui appartiene.
Allora ecco che chi è legato al mondo della spiritualità e del mito ha colto in Tolkien maggiormente quegli aspetti legati all’eroismo, al senso di cameratismo, di cavalleria e di fedeltà che costellano le gesta della “Compagnia dell’Anello” ; chi è legato al mondo di sinistra ha ritrovato in Tolkien quei valori di lotta alla tirannide, di integrazione razziale, di ecologismo e di anti -industrialismo presenti nella “Terra di Mezzo”; così come chi è sensibile ai richiami cattolici non può che aver ritrovato una lettura che esalti lo spirito di sacrificio e di abnegazione, la lotta contro le seduzioni del male e la religiosità che emana dal racconto. Ma il punto è che nessuno è entrato in contatto con Tolkien automaticamente ; certo c’è chi l’ha visto in libreria senza mai averne sentito parlare e lo ha comprato per curiosità, o chi semplicemente (soprattutto oggi) se ne avvicina per “riflesso condizionato” della moda. Ma il più delle volte il singolo lettore si è trovato un “percorso” già spianato da qualcuno e sono proprio questi “percorsi” ad interessarci.
Il destino delle opere di Tolkien è stato legato fin dal principio ad una serie di attività sociali che hanno riguardato editori, curatori, presentatori e critici, che hanno presentato l’autore mediante un percorso, una promozione, una “lettura” che ha fatto leva sugli aspetti più congeniali degli ambienti sociali a cui si rivolgeva.
Il lato “insolito” del destino delle opere di J.R.R. Tolkien in Italia è che agli inizi più che essere “presentato” è stato “oscurato”, e in un secondo tempo “proibito”.
Tutte le “strade” e i “percorsi” che portavano a Tolkien sono state “negate”. Al momento dell’uscita della prima edizione de ”Il Signore degli Anelli” (1970), le uniche recensioni iniziali furono quelle de “Il Tempo” e de “Il Giornale”; dopodiché destò l’interesse di riviste e quotidiani quali “Dimensione Cosmica” e “Linea” (quotidiano del Movimento Sociale italiano). Fu allora che molti giovani di destra furono incuriositi verso tale autore e inconsapevolmente cominciarono a trovarsi davanti un piccolo percorso che portava a questo autore sconosciuto.
Naturalmente “la lettura” che ne fu fatta poteva non corrispondere alle intenzioni originarie dell’autore, ma allora era probabilmente l’unico percorso per arrivare a Tolkien.
Perciò tutte le critiche di oggi e di ieri riferite “all’appropriazione indebita” non tengono conto del fatto che, “giusta” o no, la lettura che fu fatta inizialmente dai giovani di “destra” fu inevitabile, visto il silenzio prima e la demonizzazione poi, da parte del mondo culturale di sinistra e non solo.
Soltanto molti anni dopo, verso il 1983, Alessandro Portelli, notando che il “mondo di Tolkien” richiamava ed esercitava un fascino anche verso giovani legati al mondo culturale di sinistra, si preoccupò di rendere Tolkien presentabile anche a tale “mondo culturale”. Lo fece proprio ad un convegno all’Istituto della Resistenza di Cuneo e Provincia, convegno in cui, dopo aver bacchettato “l’appropriazione indebita” da parte della “Destra”, si impegnò a fornire una “chiave di lettura” che egli chiamò “metaforica”, capace di essere più congeniale ad un pubblico di sinistra che poteva essere “traviato” dalla lettura “allegorica” della destra. Così cominciarono ad emergere una serie di percorsi e di “richiami” come l’ecologismo, l’anticollettivismo, l’egualitarismo, il pacifismo che già in America nei campus universitari (tra i giovani hippies) avevano costituito un ottimo “canale” di avvicinamento a Tolkien. La differenza è che “la cultura alternativa” americana era arrivata a noi solo per riflesso, e che l’egemonia marxista allora dominante poco favorì quel “tentativo” inedito di presentare Tolkien al pubblico da parte di Portelli.
Le critiche negative verso l’autore continuarono almeno fino al 1992 , centenario della sua nascita. Da allora fino ad oggi anche la cultura di “sinistra” accetta Tolkien (a parte casi isolati) e, pur non affermando che era un “compagno”, tende maggiormente a promuovere l’autore proprio attraverso quei percorsi che Portelli indicava circa vent’anni fa.
Anche in questo caso le considerazioni “critiche” sul fatto se tale lettura sia giusta o sbagliata hanno poco conto. La lettura di un testo è un fatto personale e ognuno ci trova quello che vuole ma un testo non vive solo nella stanza del suo lettore, bensì fa parte di una società con i suoi conflitti, le sue battaglie culturali e le “rivendicazioni” da parte dei suoi “attori” protagonisti.
Naturalmente non poteva mancare l’intervento della Chiesa. Se ne preoccupò il Cardinal Biffi in persona che, nel 1992, in un intervento ad una conferenza episcopale , annunciò che le opere di Tolkien potevano essere rivendicate pienamente dalla cultura cattolica. Da quel momento cominciò un interesse sia da parte dei quotidiani e delle riviste cattoliche (come Avvenire), in cui si dimostrarono le affinità etiche tra Tolkien e Sant’ Agostino, sia venne suscitata un’attenzione da parte dei centri educativi e culturali cattolici.
Col passare degli anni, stemperata la polemica politica, un grande “viatico” fu costituito dalla nascita della Società Tolkeniana Italiana, la quale ha cominciato a radunare e richiamare proprio quei primi e isolati lettori che si erano addentrati nel Mondo di Tolkien da soli o mediante quei percorsi appena descritti.
Le sue manifestazioni spaziano dall’annuale raduno di Hobbiton al Castello di Gorizia (principale appuntamento ludico-culturale dei “tolkeniani” di tutta Italia) al Premio Silmaril (una gara per scrittori e illustratori di talento in cerca di “spazi”). La sua attività si è caratterizzata fino ad oggi mediante la partecipazione a mostre, convegni culturali, conferenze, tavole rotonde che hanno reso possibile arrivare a potenziali lettori dove “altri” non potevano arrivare. Il tutto presentando Tolkien attraverso una cornice mitica e mistica che esalta e promuove sia il lato tanto legato alle Tradizioni Popolari che quello legato alla cultura celtica e medioevale (in sintonia con la riscoperta di epoche e culture non guardate più con troppa superiorità).
Per finire questo rapido “excursus” non possiamo che citare la Bompiani, la Casa editrice che oggi pubblica Tolkien avendo ereditato il catalogo delle sue opere dalla Rusconi. L’uscita del film rappresenta per la Bompiani un’ottima “via” per far uscire Tolkien da quella “nicchia aurea” che finora lo aveva relegato a un mercato di “nicchia” (nonostante l’interesse dei mondi culturali più diversi) per farne, come è accaduto in tutta l’Europa, un autore veramente e finalmente di “massa”. Per il momento le vendite hanno subito (come previsto) rispetto al passato una fortissima impennata verso l’alto. Se sarà un fenomeno breve o di lunga durata è ancora tutto da vedere.
Il film di Peter Jackson ha suscitato o susciterà da parte di molti lettori appassionati critiche, osservazioni o obiezioni. Ma molto probabilmente, senza questo evento cinematografico, perderemmo la possibilità di fare di Tolkien un autore veramente di massa.
Il kolossal cinematografico, con le sue recensioni e pubblicazioni “indotte”, costituisce la più grande promozione su Tolkien che sia stata fatta sia in Italia che nel mondo, costringendo per forza di cose a non poter fare finta di niente come accadde agli inizi.
Naturalmente questo porterà anche alla sua commercializzazione ma, mentre i pupazzetti prima o poi vengono buttati , il libro comprato rimane e tenderà nella vita di chi lo ha acquistato o letto a riproporsi sempre, anche quando l’onda cinematografica si sarà esaurita.
Ecco che allora tutte queste attività (nonostante possano fuoriuscire dalle intenzioni originarie dell’autore) “preparano il terreno”, offrono una prospettiva per rendere l’autore pronto ad essere ascoltato da singoli individui, gruppi, microcosmi sociali e universi relazionali capaci di trovare in Tolkien un immaginario, una metafora di vita pronta a rispondere ad una serie di bisogni funzionali di cui questi si fanno portatori.
Tolkien ha avuto in Italia la capacità di contaminare campi che letterari non sono. Al di là delle singole letture individuali, è stato anche un “fenomeno sociale”, che ha coinvolto gruppi diversi nel tempo e nello spazio, tale da non poter ridurre le sue manifestazioni extraletterarie a dei semplici fan clubs per appassionati.
Due fenomeni, che hanno riguardato Tolkien in Italia da questo punto di vista, diversi tra loro per il tempo e per le tematiche ma uniti da un unico denominatore sono stati i noti “campi hobbit” e i “giochi di ruolo”.
In questi “mondi vitali” il singolo lettore ha avuto la capacità di riformulare la sua lettura di Tolkien collettivamente, trovando una risposta significativa a dei bisogni sociali del gruppo a cui apparteneva. I “campi hobbit” sono stati, alla fine degli anni Settanta, dei luoghi di raduno estivo per i giovani del Movimento Sociale Italiano. Non mi preoccupo di analizzare “l’appropriazione” che hanno fatto o meno del nome di Tolkien, ma mi preme sottolineare cosa hanno significato questi “ritrovi”.
Secondo le testimonianze dei partecipanti, questa esperienza ha voluto significare una risposta all’isolazionismo e all’impotenza politico-sociale dovuta alla loro ghettizzazione. L’epoca di allora vedeva un sostanziale immobilismo delle istituzioni e della società, un ripiegamento nel privato, l’omologazione dei consumi e degli stili di vita, per non parlare del terrorismo . Ebbene, nel nome di Tolkien, i partecipanti hanno trovato gente come loro, spinta dal desiderio di scoprire diversi modi di essere e stare assieme tramite la musica, la grafica, il fantasy ; diffondendo tra di loro un senso di appartenenza e di comunità molto forte. Anche se erano dei campi principalmente di cultura politica, sono stati la prima “contaminazione” tolkeniana in un mondo non letterario ed hanno rappresentato una risposta al bisogno di stare assieme, a quello di socializzare e a quello dell’incontrare ragazzi da tutta Italia con cui condividere la politica e anche Tolkien.
Negli anni a venire la società italiana è profondamente mutata.
L’esplodere del “villaggio globale”, grazie alla facilità dei movimenti e delle comunicazioni, ha reso i ritmi di vita sempre più frenetici e veloci; il disintegrarsi e il crollo delle grandi ideologie collettive hanno diffuso un senso di precarietà e di insicurezza tra le giovani generazioni; le principali agenzie di socializzazione primaria come la scuola e la famiglia sono entrate in crisi e i progetti di vita a lunga durata sono stati contaminati dal paradigma della “flessibilità”. Tutte queste situazioni, oggi, hanno fatto sì che Tolkien diventasse ancora un’ottima “evasione dalla realtà”, evasione alla ricerca di valori fondanti ed essenziali che rispondessero ai bisogni di ogni essere umano. Ed ecco che “i giochi di ruolo” ispirati a Tolkien (e non solo) rappresentano, per le nuove generazioni , una risposta al bisogno della condivisione di uno spazio comune, a quello del rafforzamento dei legami primari se non del senso di gruppo e di appartenenza collettiva. Nella “Terra di Mezzo” i giocatori- partecipanti ritrovano il senso dell’avventura, della cooperazione verso un obiettivo comune e ancora un buon canale di ritrovo e di socializazione.
Questi due esempi mostrano anche il perché Tolkien ha la notorietà e il successo che ha.
Il suo mondo, la “Terra di Mezzo”, oltre che essere una piacevole lettura, costituisce un immaginario simbolico e metaforico nel quale non solo individui, ma vari gruppi e microcosmi sociali, possono trovare una “stabilità” che, anche se immaginaria, costituisce un ottimo movente per muoversi e agire nel mondo reale.
Tolkien rappresenta, mediante i processi culturali in cui si manifesta, il recupero di rapporti umani più comunitari che sono alla base di una reale convivenza basata non solo su valori strettamente utilitari e mercantilistici ma su una partecipazione più essenziale e meno arbitraria al di là delle “prigioni” del mondo moderno.
Per concludere, il successo di Tolkien è legato anche al fatto che, al di là della singola lettura individuale, il suo messaggio viene riformulato collettivamente (mediante incontri, raduni virtuali e non, giochi di ruolo, “Hobbiton”, ecc) ritrovando in essi un rafforzamento dei legami primari, un canale di socializzazione e un forte spirito comunitario capaci di far confluire il mondo della “Terra di Mezzo” nella vita di tutti i giorni.