«Il
signore degli anelli, kolossal della poesia»
di Giovanna Grassi
Tratto
da Il Corriere della Sera - 2 dicembre 2003
WELLINGTON
(NUOVA ZELANDA) - E' stato Peter Jackson, il regista della saga
del Signore degli anelli , a decidere che la prima mondiale del terzo
e conclusivo capitolo della saga, Il ritorno del re , tre ore e 14 minuti,
avvenisse a Wellington, in Nuova Zelanda, il suo paese natale: «Ho
cominciato a lavorare nel cinema in calzoni corti, girando documentari
picareschi e piccoli film horror definiti dai miei connazionali "oltraggiosi".
Forse ero un predestinato a questa epopea di Tolkien, che a mio parere
ha davvero influenzato la cultura, e anche la controcultura, del nostro
tempo». Prosegue, ben sapendo che a dicembre in mezzo mondo,
e da gennaio in Italia, migliaia e migliaia di fan e studiosi
di Tolkien e di innamorate del coraggio e del magnetismo di Aragorn-Viggo
Mortensen, aspettano il suo film: «Io non sono contro i sequel:
a patto che rappresentino portate di pesce fresco, round motivati di una
vera saga. E, comunque, sono per una lettura fantastica e umanistica,
e non politica. Non dimentico mai che Tolkien, l’autore del nostro
best seller da più di cento milioni di copie, aveva un solo obiettivo:
coniugare la letteratura e l’evasione. È lo stesso binomio
che io ho fatto mio, sostituendo il cinema, le immagini, alle parole».
Da
mesi, prima dell’evento americano, previsto tra pochi giorni, e
di quello europeo, che si svolgerà a Berlino tra meno di una settimana,
Jackson e tutti gli attori, compresa Annie Lennox, che canta il
leit motiv della puntata conclusiva del cine-serial, sono impegnati,
tra New York e Los Angeles, in una campagna pubblicitaria che mira alla
conquista degli Oscar maggiori: Jackson e il suo film infatti, trionfatori
al box office, sono stati sempre e comunque sconfitti nelle categorie
principali anche se hanno conquistato 19 nomination e 6 statuette. Eccolo,
il regista pagato come una star, oltre 20 milioni di dollari a film più
il 20% degli incassi di ogni suo lavoro: arriva in calzoni corti, maglione
e una pila di riviste e giornali sotto il braccio. In tasca, un progetto
molto accarezzato: il rifacimento di King Kong. «Perché io
- spiega - sono romantico, grosso, passionale come il mio amico "bestione"
al quale dedicherò, dopo i sette riservati a Tolkien, i prossimi
due anni, rinunciando al prequel del Signore degli anelli ».
È
vero che ha tenuto «il meglio» di Tolkien per il terzo round?
«Lo ammetto candidamente: è l’episodio più completo,
quello che spiega e riassume tutte le ideologie e le fantasie e l’amore
per il tempo andato, la sua attrazione-repulsione per il Male. Fedelissimo
al libro, a un universo alternativo e alla cattiveria dell’anello
magico, il vero malvagio di tutta la storia».
Se
dovesse riassumere la trama e lo sforzo produttivo del film?
«I caratteri dei personaggi - il vulnerabile Frodo, il nobile Aragorn,
il doppio Sam, l’elegante Legolas, gli hobbit, parola tanto cara
a Tolkien - e la trama del suo primo libro ideato nel 1936 per i suoi
tre figli, e sulla quale si forgiò la saga, restano gli stessi,
ma sono accentuati ed estremizzati nelle emozioni, nella nobiltà
di chi è guerriero, anche nella vulnerabilità. I film si
vedono, i libri si leggono: le poesie non si raccontano».
Lei
ha scelto per le anteprime test di venti minuti e per il trailer battaglie
spettacolari. Non pensa che qualcuno possa anche annoiarsi con tutte queste
battaglie, sempre più kolossal?
«Non lo penso anche se la battaglia sempre più gigantesca
per film-kolossal fatta dagli studios è pericolosa. Ma non sono
noiose le strategie e i moti dell’animo umano, non annoia la geografia
del potere. Il cinema per me è una scatola magica e Tolkien propone
un universo lontano dal consumismo e dalla volgarità del mondo
di oggi».
Non
ha mai provato un senso di tedio con la Compagnia dell’anello?
«Non mi sono mai annoiato girando la saga - a eccezione di quando
mi chiedono quante comparse abbiamo impiegato e quante rocce abbiamo costruito
- perché è un libro che propone una visione del mondo e
questo mi sembra molto importante, specie oggi. Io, terminato King Kong,
che sarà un grande film d’amore, ritornerò a fare
piccoli film. Mi piace pensare che ho lavorato per anni alla tessitura
di un arazzo, cercando il senso del meraviglioso».
Quali
sono i registi, i pittori che ha negli occhi e gli scrittori che ama?
«Kubrick, prima di tutti, ma anche De Mille. E mi è sempre
piaciuto il film Il mago di Oz . Ho chiesto al mio direttore della fotografia
e al production designer di rivedere Ben-Hur , Guerra e Pace , Spartacus
e Braveheart prima delle grandi battaglie finali della saga. Leggo e rileggo
Tolkien e Conrad per i loro diversi gusti dell’avventura umana,
amo Caravaggio e Pollock, due estremi e assoluti. Sono in qualche modo
presenti nelle scenografie del regno dark di Sauron, ricostruito intorno
a un vulcano, nella morte, un momento per me bello, del Re Theoden».
Che
cosa prova ora che la saga è terminata?
«Soddisfazione, ma guai a sentir dire che sono uno dei registi più
pagati perché gli effetti speciali sono diventate le star del mio
mestiere. Io credo al cinema artigianale, all’immaginazione che
aiuta la realtà».