LA PIÙ GRANDE STORIA MAI INVENTATA

DOSSIER: I 50 ANNI DEL «SIGNORE DEGLI ANELLI»

1954: esce il primo volume della fantastica saga. 2004: arriva l’ultimo film della trilogia che l’ha clamorosamente rilanciata. Ma cos’ha di speciale l’opera di Tolkien? Vediamo

Tratto da Specchio de LA STAMPA

DI MARIO BAUDINO

Cinquant’anni fa lo hobbit Bilbo Baggins dette una grande festa per il suo centounesimo compleanno e sul più bello, utilizzando l’anello magico sottratto molto tempo prima al fangoso Gollum, sparì alla vista di tutti i parenti. Era pronto per un’avventura che ancora non riusciva a immaginare: pensava soltanto, e lo disse al mago Gandalf, di godersi una beata solitudine sulle montagne. Tutto il suo mondo incantato, invece, stava per finire a capofitto dentro Il Signore degli Anelli, la grande saga in tre volumi di John Ronald Reuel Tolkien, docente a Oxford e illustre specialista di filologia nordica. Nel 1954 uscì finalmente il primo, che si intitolava La compagnia dell’anello. Ma l’autore ci lavorava da quando, studente, aveva scoperto in un poema in antico inglese del bardo Cynewulf due righe che lo avrebbero segnato per sempre. Eccole: «Fálá Earendel engla beorhtast / Ofer middangeard monnum sended». Ovvero: «Ave, Earendel, il più splendente degli angeli, mandato agli uomini sulla terra di mezzo». Middangeard era l’antica espressione per il mondo di noi mortali: Tolkien ci vedette qualcos’altro. «Provai un curioso fremito», scrisse tempo dopo. L’idea era nata: ci sarebbero voluti anni e anni (Tolkien era nato nel 1892) per fare di quella parola, «terra di mezzo», un mondo popolato da hobbit, nani, elfi in lotta contro il male.


Lo scrittore, dopo averne fantasticato da studente, ci lavorò nelle trincee della Grande Guerra. Tornò a casa, si sposò, ottenne un insegnamento all’università di Leeds, ebbe i primi due figli, si trasferì a Oxford (nel ’25) e continuò a congegnare favole, ora per raccontarle alla sera in famiglia. C’era un problema, però: le nuove storie non andavano ancora d’accordo con le mitologie nordiche e le lingue immaginarie da lui inventate per gli elfi. Erano tanti spezzoni di qualcosa che si intuiva potesse avere una cornice unitaria, ma che ancora non si manifestava nel suo complesso. Per insediarsi davvero nella «terra di mezzo» ci volle un colpo di fortuna, in un giorno d’estate, mentre il professore, nel suo studio, correggeva gli elaborati degli studenti. Su uno, senza saper perché, scrisse: «In una caverna sotto terra viveva uno hobbit». La parola non aveva alcun significato. Ma «i nomi spesso facevano scaturire dalla mia mente una storia», raccontò poi. «Pensai fosse meglio scoprire a cosa somigliassero gli hobbit. E questo non fu che l’inizio».
La strada era segnata: vennero fuori altre avventure, che piacquero ai figli ed ebbero anche un primo, decisivo recensore entusiasta, al di fuori della famiglia: Rayner Unwin, un bambino di dieci anni. Figlio di Stanley, il proprietario della Allen & Unwin che nel ’37 pubblicò Lo Hobbit. Rayner fece in tempo a crescere, succedere al padre e stampare lui personalmente Il Signore degli Anelli, rischiando il tracollo finanziario, perché da quel lontano 21 settembre, quando il libro che portava nel titolo il nome della misteriosa creatura uscì in 3.500 copie, il successo è arrivato piuttosto lentamente. Tolkien ha dovuto aspettare la fine della Seconda guerra mondiale per insediarsi nella fantasia del suo secolo come nessun altro. Ha dovuto pazientemente popolare la sua terra di mezzo, darle una geografia, una storia, molte generazioni di abitanti, cultura, linguaggi. Ha dovuto costruire un universo autosufficiente , un’operazione attuata solo con Il Signore degli Anelli, divenuto in breve, dato l’amore degli anglosassoni per gli acronimi, LOTR (Lord of the Rings).
Il copyright culturale, però, è indiscutibilmente in mano all’America, dove tutto è cominciato. Fino al ’68 lo scrittore era sì noto, ma non a livello planetario. Poi gli studenti dei campus in rivolta e gli hippie lo presero per bandiera, affascinati dalla mancanza di autoritarismo di Hobbiville, dalla vita in sintonia con l’ambiente, dalla lotta fra il bene e il male, dal rifiuto della società del denaro e certo da quell’antimodernismo che fa parte della cultura dell’autore e che ha affascinato, almeno in parte, le ribellioni giovanili del Novecento.

UNA MACCHINA FANTASTICA

La macchina fantastica pensata tanti anni prima e finalmente perfezionata in ogni particolare cominciò così a conquistare il mondo. Forse il genere fantasy è nato proprio dal diffondersi a macchia d’olio di queste opere, che secondo un critico molto noto come Harold Bloom hanno influenzato direttamente Harry Potter. La Rowling avrebbe ricalcato, per la sua saga (che ha venduto comunque molto più di Tolkien) alcuni aspetti essenziali soprattutto del Signore degli Anelli: per esempio la scuola di Hogwarts, dove studia il maghetto, il cui preside Albus Dumbledore non sarebbe altro che Gandalf. E la stessa distinzione tra maghi e «babbani» (ossia persona normali) sarebbe tolkieniana.
Il fatto che poi i giovani futuri stregoni di Harry Potter appaiano come tutti gli altri studenti, solo un po’ sopra le righe, preoccupati soprattutto da sport e cibo, fa pensare irresistibilmente alla ghiottoneria degli hobbit. Ma qui conta probabilmente il fatto che entrambi gli autori, inglesi, avevano in mente le abitudini della società britannica. Gli hobbit di Tolkien, nonostante i piedi a volte pelosi, possono ricordare benissimo accademici oxfordiani non privi di pancetta, coi loro modi urbani e all’occorrenza un po’ snob, il buon senso di fondo, le piccole preoccupazioni quotidiane.
La differenza sostanziale è che sono immersi nel favoloso, ed è un favoloso atavico, l’eterno e intemporale medioevo che affascina la nostra modernità con le sue storie semplici, dove i sentimenti sono forti e i simboli evidenti. L’anello del potere che Frodo Baggins, nipote di Bilbo, dovrà distruggere perché non cada nelle mani di Mordor, l’Oscuro Signore, il simbolo stesso del male, non è tanto lontano dall’anello dei Nibelunghi reso celebre da Richard Wagner. Tolkien ha alle spalle una storia antica, fatta di grandi narrazioni mitiche. Lui e il suo gruppo di amici studiosi, a Oxford, erano conservatori, tradizionalisti e cattolici. La loro solidarietà nasceva dall’abitudine di riunirsi a sera a leggere saghe nordiche, soprattutto la cosiddetta Edda poetica, grande compendio di miti norvegesi che tanto piaceva, più o meno in quegli anni e al di là dell’oceano, a Jorge Luis Borges. Si definivano «Kolbitar», con un termine dell’antico islandese che vuol dire mordi-carbone (per coloro che in inverno si distendono vicinissimi al fuoco). Erano dottissimi e un po’ bizzarri. Ma ciò non impediva loro di risentire anche d’una storia molto più moderna, e cioè la tradizione romantica che nell’800 si era tuffata, riattualizzandole e inevitabilmente trasformandole in qualcos’altro, nelle grandi narrazioni della cultura medioevale. Quando uscì Il Signore degli Anelli, questa sensibilità stava diffondendosi nella neonata cultura di massa. Il libro giunse all’appuntamento in prefetto orario, e s’installò a poco a poco nelle coscienze.
A partire dagli anni Cinquanta, nel mondo anglosassone il successo fu abbastanza rapido. In Italia Tolkien arrivò un poco dopo, e come icona della destra. Il Signore degli Anelli, che già circolava in una tiratura limitata per l’editore Armando, venne pubblicato da Rusconi nel 1970 (tradotto dalla sedicenne Vittoria Alliata) con una prefazione di Elemire Zolla (dove l’autore dell’Eclissi dell’intellettuale poneva l’accento sull’antimodernismo dell’opera); Lo Hobbit fu invece pubblicato da Adelphi nel ’73. I due editori si erano contesi l’opzione su tutta la produzione, ma era stato più veloce l’allora direttore editoriale della Rusconi, Alfredo Cattabiani, consigliato proprio da Zolla. Nel ’75 anche l’Einaudi fece un’edizione, per ragazzi, della favola Il cacciatore di draghi ovverossia Giles l’agricoltore di Ham, ma ciò non impedì al nostro post-’68 di affibbiare all’autore un’etichetta di destra, mentre i giovani del Msi se ne impossessavano rapidamente, chiudendo il circolo. Quando cominciarono a organizzare i loro «campi Hobbit», il marchio parve incidersi in modo indelebile in una costellazione «reazionaria».
Contava molto l’immagine dell’editore: e Rusconi non era «politicamente corretto». Gli strali risparmiarono invece l’Einaudi e la neonata Adelphi, ma soprattutto non influirono sulle vendite. La Rusconi ha avuto il tempo di invadere le librerie con 23 edizioni del Signore degli Anelli, dieci Silmarillion (l’opera uscita postuma, che Tolkien non riuscì mai a decidere di dare alle stampe, benché ci lavorasse dagli anni Venti) e molte altre storie minori, prima di essere acquisito dal gruppo Rcs dove la Bompiani continua a sfornare nuove tirature. Adelphi vende Lo Hobbit sia nella versione «Biblioteca» (una ventina di edizioni) sia nei tascabili. Einaudi continua a proporre instancabilmente il suo Cacciatore di draghi. È stato un bel successo, che ha inciso sul costume, e ha fatto della terra di mezzo un mondo a volte più reale di quello in cui viviamo tutti i giorni.

L’autore stesso, parlando delle favole, aveva detto che sì, nel suo caso poteva trattarsi di letteratura di «evasione»: ma era la sacrosanta evasione del prigioniero. E l’evasione, per essere perfetta, voleva il cinema. È stato necessario aspettare i progressi della tecnologia (un vecchio cartone animato non andò bene); poi, allo scadere del secolo, il momento è venuto. La trilogia di Peter Jackson, che culmina ora col Ritorno del re, ha sancito la dimensione planetaria di Tolkien come grande evento hollywoodiano. Tutta la lavorazione è stata una passione collettiva, un rituale. L’11 aprile di 4 anni fa, quando il primo trailer della Compagnia dell’anello arrivò su Internet, furono un milione e 700 mila i navigatori che, in un sol giorno, lo scaricarono sui loro computer. La Nuova Zelanda, dove s’è girata la trilogia, divenne una mecca di devoti pellegrini.
La stampa anglosassone ci si è divertita parecchio, descrivendo i tolkienomani come una specie di umanità mutante, ingrassata dalle troppe patatine divorate navigando su Internet, e provocando una mezza rivoluzione, mentre la super-produzione da 260 milioni di dollari diffondeva una capillare campagna di informazione, esaltando il clima d’attesa, giocando sulle informazioni ufficiali e sulle indiscrezioni.

DALLA RUSSIA CON AMORE

Le prime foto, per esempio, sono arrivate in Internet da una rivista russa. Se Tolkien aveva connotazioni ideologiche, in un senso o nell’altro, le rovine del muro e la globalizzazione mediatica lo hanno sdoganato comunque e dovunque. Tanto che, a film concluso, col suo seguito di connesse pubblicazioni in libreria (in Italia, sempre per Bompiani), è venuto il momento di dissentire dal dotto filologo. La sua favola non è più «evasione», come riteneva lui. È diventata, nel bene e nel male, e non solo come fenomeno letterario (sulla qualità dei libri si può dissentire: molti li trovano disperatamente noiosi) una delle nostre realtà. Chi più chi meno, abitiamo tutti nella Terra di Mezzo: ma proprio come Bilbo Baggins, sappiamo che un giorno potremmo sempre organizzare una gran festa per il nostro compleanno e al momento culminante, grazie a un bel gioco di prestigio fornito dal mago Gandalf, decidere di svignarcela.