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Test postcoitale:
ore 15, si fa sesso

Spermatozoi Lenti e Tuba Arrugginita: fin qui, ci siamo. Adesso, ci spiega il dottor Vita Life, bisogna vedere se i più veloci degli Spermatozoi Lenti, doppiato il capo della Tuba Arrugginita, entrano in un ambiente “amichevole” o no. Perché, guarda un po’, ci sono coppie non “compatibili”, e per verificarlo l’unica cosa è un test postcoitale. Per misurare – ho capito bene? – se per caso io non sia troppo “acida” e quindi stermini subito gli Spermatozoi Lenti.
Non ho il coraggio di chiedere altro, anche perché sono già terrorizzata. Lo so, me lo sento, dev’essere questo il nostro problema: non siamo compatibili. Anni di baci, treni, traslochi, e infine il verdetto: non compatibilità. E questo sarà solo l’inizio della fine. È un brutto segno. Poi cominceremo a litigare, e da lì al divorzio il passo è breve…
Dopo un’orrenda settimana con pessimi presentimenti, eccoci, è mercoledì, il giorno scelto da Vita Life per torturarci. Le istruzioni sono chiare e deprimenti. Dobbiamo andare a casa, “avere un rapporto (così ci spiega e, in effetti, chiamarlo sesso è esagerato), e poi via, trafelati e senza aver fatto neanche una doccia, presentarci in clinica. Postcoitale nel vero senso della parola, perché dovranno, tipo pap-test, analizzare “dopo il coito” se gli spermatozoi sono ancora vivi in ambiente vaginale.
Proprio mercoledì il Consorte ha un pranzo di lavoro, mi raggiungerà a casa subito dopo. Io sono nervosa, non ho voglia di mangiare, stamattina non ho neanche fatto colazione. Figuriamoci, è il giorno in cui mi rifileranno un certificato di non compatibilità di coppia, il primo giorno della fine del mio matrimonio, e io dovrei mangiare? Ho lo stomaco chiuso e non so con chi prendermela.
A dir la verità non riesco neppure a lavorare. Sono le 14, e il Consorte non si vede. Starà prendendo il caffè. Provo a chiamarlo sul cellulare. Non risponde, certo, è un pranzo di lavoro… Sono le 14.30, e sono già pentita di non aver mangiato nulla. Se mi facessi una pasta? Se ordinassi una pizza? No, non c’è tempo: dobbiamo essere in clinica entro le 16. Sono le 14.45: dov’è finito? Se saltiamo stavolta, bisogna aspettare il mese prossimo, oggi è il giorno giusto per i livelli ormonali…
Cosa faccio? Stacco il telefono per creare almeno un po’ d’atmosfera? E se poi mi deve chiamare? Accendo una candela profumata? No, fa ridere. Tutto sommato è un esame medico. E se mi facessi trovare già nuda a letto, pronta da mangiare? Mangiare? Perché, accidenti, ho pensato al cibo? Come faccio a fare sesso a comando con lo stomaco vuoto? Certo, non è così che mi immaginavo l’ebbrezza di un incontro clandestino e pomeridiano…
Suona il campanello. Io che sono già, nuda e nervosa, a letto, ho un sobbalzo. Non aspetto nessuno e, soprattutto on voglio che nessuno entri in un momento cruciale. Chi può essere? Un pony express? Una vicina? Decido di far finta di non esserci. Risuona. Sembra che l’importuno abbia dimenticato il dito sul campanello. Mi infilo inferocita l’accappatoio e controllo dallo spioncino: ma è lui, l’altra cavia che mancava per il test! “Non trovavo le chiavi”, dice il Consorte travolgendomi e togliendosi la camicia a velocità supersonica…
Alle 16 meno 5 entriamo trafelati in clinica. Io sono spettinata e imbarazzatissima: sì, siamo qui per il postcoitale, si vede? Prego, si stenda, si spogli. Mi fanno una specie di pap-test e gli Spermatozoi Lenti finiscono sotto il microscopio.
La risposta è immediata: “Reagiscono bene, sono vitali”. Tutto qui? Passato l’esame? Siamo cmpatibili! Voglio che lo scrivano sulla carta d’identità: coniugata e compatibile.
I coniugi compatibili tornano, felici, a casa. Dopo una sosta in panetteria: sto svenendo dalla fame.

Quando ho iniziato la mia nuova vita da Casalinga Telematica, avevo svariati obiettivi. I principali erano: vedere il fondo della cesta della biancheria e non comprare più insalata già lavata.
Sulla biancheria, ho capito quasi subito che è un’impresa impossibile. Nonostante il Richiamo della Lavatrice, al quale ubbidisco in media una volta al giorno (no, non siamo poi tanto sporchi, ma non trovate che ci sia qualcosa di rasserenante nel ronzio sommesso della centrifuga?), il fondo della cesta l’ho visto una sola volta. E il piacere è durato appena ventiquattr’ore. Come mai? Chissà.
È uno dei misteri della vita: la Cesta Magica non si svuota mai, come in una favola dei Fratelli Grimm.
L’insalata già lavata è stato un altro insuccesso. Per anni, quando passavo le mie giornate tra uffici stampa e case editrici e redazioni e uffici e clienti e, in generale, in luoghi poco domestici, sognavo di potere andare con calma al mercato. Odiavo tornare a casa la sera alle 8 meno 5, giusto in tempo per infilarmi nel supermercatino all’angolo e comprare la solita mestissima verdura pronta-per-l’uso. Comoda, certo, ma così triste! Vogliamo mettere il piacere di curiosare tra le bancarelle, guardare quei bei cespi di lattuga (ancora umidi, innaffiati senza pietà da mattina a sera) o quei mucchi ancora un po’ fangosi di spinaci, oppure puntare il dito su variazioni di erba di cui non so mai il nome (qualcuno mi vuole spiegare, ad esempio, la differenza esatta tra radicchio trevigiano e veronese?), o ancora interrogare l’ortolano su come condire le specie più rare… E poi, il piacere di lavarla. A casa. Mani nell’acqua, mani nel verde. Sognavo tutto questo, mentre compravo l’ennesima insalata pronta-per-l’uso, indecisa se farmi rapinare con quella “biologica”, ma irremovibile nell’evitare il “misto-mensa” (quelle fogliettine di plastica verdi e rosse che, sospetto, nelle mense aziendali vengono riciclate di giorno in giorno).
Ebbene? Al mercato, certo, ci sono andata: qualche volta. Ma è così difficile organizzarsi! Il lunedì fa troppo caldo (d’inverno fa troppo freddo), il martedì ho un impegno irrevocabile, il mercoledì non ho nessuna voglia di mangiare verdura, il giovedì andrei volentieri al mercato ma quello più vicino è a mezz’ora di macchina… E poi, diciamocelo: lavare l’insalata non è poi così divertente. Soprattutto gli spinaci (ma ci fanno pagare anche il fango?). E la “barba di frate”: praticamente bisogna sciacquare stelo per stelo, foglia per foglia! E quando ci sono, per caso, delle lumachine… Trauma: sono una ragazza di città, non sono abituata ad affrontare animali selvatici. Che mi creano, fra l’altro, dei problemi di coscienza. Cosa ne faccio, li butto nella pattumiera condannandoli a una fine ingloriosa; oppure li deposito in terrazza, in modo che mi distruggano le rose? No, troppo stress. Così, alla fine, anche oggi, nel mio solito travestimento da Casalinga Telematica (home look, una variazione del pigiama per stare davanti al computer), scendo per andare a comprare la solita insalata di plastica nel solito supermercatino all’angolo.
È mezzogiorno, e ancora una volta ho sbagliato. Non ho ancora imparato i ritmi del quartiere e va a finire che, pur avendo mille possibilità, indovino sempre la fascia oraria coda-alle-casse. Questa, ad esempio, è un’ora a rischio: è il momento degli operai (magrebini e non) che vengono a comprare pane, salame e birra. Mi metto pazientemente in coda con il mio pacchetto di spinaci già lavati. Sono fortunata: c’è la cassiera simpatica, quella che ha una collezione di ombretti anni Sessanta (è praticamente l’unica donna che conosco a Milano che si trucca ancora gli occhi con delle manate di potente azzurro). Un make-up quasi da modernariato.
“Un attimo, oggi ho le mani così secche…” e voilà, la Cassiera Vintage tira fuori rapidissima il Vetril da sotto la cassa e si spruzza i palmi. Inorridisco. “Ma non faccia così, si metta una crema: si rovina le mani…” Gli operai dietro a me sghignazzano (“E noi, allora, signora, cosa consiglia a noi per le mani?”), mentre la Cassiera Vintage mi risponde, altrettanto allibita: “No, guardi, io è tutta la vita che uso il Vetril, mi trovo benissimo. E poi, non l’ha visto Il mio grosso grasso matrimonio greco?” Già: il patriarca burbero che usa il Vetril anche come medicina… Lasciamo perdere, impossibile contrastare il verbo di Hollywood.
Esco con i miei spinaci e decido una variazione sul tema: invece del solito giro supermercato-cappuccio-edicola, andrò a prendere un lussuoso caffè in Corso Como 10. Il negozio (che dico il negozio? Il mondo, l’evento, il concept store) più trendy di Milano è proprio qui all’angolo, e quando voglio risollevarmi lo spirito con qualcosa di bello (e incomprabile) è la mia meta preferita. All’entrata mi lanciano un’occhiata interrogativa, e poi il compassato commesso che di solito prende in consegna le shopping bags delle giapponesi in visita propone: “Le tengo gli spinaci, signora?”
Mi vedo all’improvviso nello specchio di fronte: già, non ho proprio un abbigliamento da Corso Como… Larghi pantaloni grigetti di cotone stile pigiama, una T-shirt che ha visto troppe centrifughe (ma è diventata dello stesso grigio), infradito da spiaggia (faceva troppo caldo per mettersi i sandali)… Sopra a tutto questo, però, una meravigliosa stola di shantung verde acido (è il mio camuffamento estivo; d’inverno, metto l’impermeabile sopra il pigiama-da-casa). La drappeggio con aria indifferente mentre consegno gli spinaci. Guardate, guardate pure. E se stessi lanciando una moda?

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