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Ormai sono dentro, ammessa nel santuario dello stile. Passo in rassegna meticolosamente ogni sala: gli abiti così fashion di cui mi piace tutto, tranne il cartellino del prezzo; i gioielli etnici scovati in qualche suk nel deserto (ma perché io non li vedo mai, quando giro per mercati?); le scarpe iper-lodate di Manolo Blahnik (sono venuta qui in pellegrinaggio tempo fa, dopo aver visto le prime puntate di Sex and The City, ma non ho osato comprarle, e non solo per il buco che avrebbero scavato nel conto corrente: a me, incredibilmente, stanno proprio male). Guardo tutto, anche il reparto uomo & gay.
Poi c’è il primo piano: con l’angolo libri, dischi… E Anna. Come, Anna? Non è possibile: è un negozio che non le piace, non è la sua zona, non è neanche il suo orario di libera uscita, chi è che tiene Viola? E invece è proprio Anna, seduta al caffè, tra i gelsomini. Che sorpresa! Prenderemo un aperitivo prestige. Vado, ciabattando (queste infradito fanno un rumore davvero spiacevole), e freno all’ultimo momento: Anna non è da sola. È con un ragazzo (uomo?), non dall’aria Executive, direi piuttosto Misto Creativo. Vestito totalmente di nero. Che le sta, fra l’altro, molto vicino. Stranamente vicino.
Pericolosamente vicino. Ecco, adesso le sfiora la spalla, le indica qualcosa sul menu… Lei sorride con aria ebete… Si gira… Mi giro anch’io: mi mimetizzo velocemente dietro i gelsomini e, alla massima velocità consentita dalle mie infradito, guadagno l’uscita.
Ho appena visto Anna con un uomo di cui non so niente, e già questo è sospetto. Ad Anna piace molto parlare di uomini (il suo argomento di conversazione preferito dopo le scarpe). Uomini suoi o delle altre, baciabili o ranocchi, veri o sullo schermo. Gli uomini – tutti gli uomini – le interessano.
Anche l’idraulico: soprattutto l’idraulico, che nel suo caso è un trentenne con l’orecchino e il pizzetto biondo, muscoli a vista (non l’ho mai visto, ma ne ho sentito la descrizione fino alla nausea; purtroppo il Consorte è bravo con tubi e tubature, e anche quando sostenevo che c’era un problema di scarico acqua, non abbiamo mai dovuto richiedere i suoi servigi).
Ma sto divagando: come sempre (“Stai facendo trama”, si lamenta Olivia, che non concepisce che qualcun altro le rubi spazio di conversazione). Allora: ho appena visto Anna con un uomo di cui non so niente. Cosa prevede il codice della I B? Dire alla vittima che il suo uomo è stato visto con un’altra. Ma se è lei a essere con un altro uomo, di cui, supremo oltraggio, non ci è stato notificato niente, che si fa? Devo parlare con Olivia. È solo quando sono a casa e sto già facendo il suo numero al telefono che mi rendo conto di aver lasciato gli spinaci nel negozio più chic della città. Pazienza. Oggi niente verdura. E, soprattutto, se interrogata, negherò di averceli lasciati io.
“Olly, non ci crederai mai. Sono uscita stamattina, per andare a fare la spesa, e poi ho deciso di…”
“Emma, non fare trama”, ringhia Olivia. “Vai alla notizia in fretta, perché non è giornata. Non solo il cuoco ha dato un pugno al forno, per cui sono fuori uso lui e il forno, non solo un cliente si è già fatto cambiare camera tre volte, ma sai cosa mi è successo ieri sera? Torno a casa a mezzanotte, stravolta; accendo le luci, e indovina? Le luci non si accendono!”
“Non hai pagato la bolletta?”
“Ma quale bolletta, sai benissimo che è tutto domiciliato sul conto, figurati se ho tempo di far la coda in posta, io. No, cara: le luci non si accendono perché non ci sono più! Il maledetto ieri è venuto a casa, mentre io non c’ero, e si è portato via tutte le lampade. Tutte! Ha smontato perfino i faretti. Ho dovuto arrangiarmi con le candele. E fosse solo questo. In casa ne avevo solo di disgustose, profumate al caffè, al caramello…”
“Anna, allora, le ha regalate anche a te? Perché, guarda, è proprio di lei che ti volevo parlare…”
“Anna, lo sapevo! È proprio fissata. Scusa, sai, ma adesso mi chiamano. Tu non ti rendi conto delle grane che ho. Beata te che lavori a casa…”
“Olivia!” Ecco: l’ha fatto ancora. Mi ha chiuso il telefono in faccia. È la sua solita sindrome solo-io-lavoro. Vabbe’, richiamerà.
Intanto, cosa faccio con Annetta? È chiaro che la regola della I B non vale all’inverso: non posso certo chiamare il marito di Anna per dirgli che l’ho vista con un altro. Però potrei chiamare lei e interrogarla.
Ma come? Devo stanarla con l’inganno, proporle un Cinema Station Wagon, e poi parlerà.
Intanto squilla il telefono, sarà Olivia che si vuole scusare?
“Sono di passaggio a Milano, ma tra poco riparto. Siamo a posto con il lavoro, vero?” Oh, no, è una voce maschile, e purtroppo ho già capito chi è.
“A proposito, Emma, ho trovato una notizia molto interessante. Mi senti? Londra: una sentenza dell’Alta Corte britannica ha stabilito che chi divorzia non ha più diritto di usare gli embrioni precedentemente congelati. E quindi Natalie, 31 anni, che non ha più le ovaie (tolte per un intervento oncologico) e Lorraine, 38, che ha già una figlia ma poi è diventata sterile, si sono viste negare il diritto di usare gli embrioni ottenuti con i loro ovuli e il seme degli ex mariti.”
Lo odio. Lo odio. Prima o poi gli dovrò parlare, non è possibile che continui a tormentarmi in questo modo. Intanto, il Grande Materassaio tace. Io taccio. È quasi una variante del maniaco telefonico: il maniaco telefonico specializzato in Fivet.
“Allora ci sentiamo, d’accordo? Sai dove trovarmi.” Certo, so dove trovarti. Ma preferirei, almeno per un po’, non avere più notizie in diretta di embrioni & C.
E adesso? Questo è il problema di essere un’Aspirante Madre. A volte basta un niente, una frase, un’occhiata, una telefonata del maniaco, per rigettarmi nel più sconfortante sconforto. Stai vivendo, appassionandoti agli spinaci lavati e a un gossip inaspettato, quando ritorni, come nel gioco dell’oca, nella tua posizione iniziale: lo sconforto perenne. E a tutte le decisioni da prendere: andare avanti o rinunciare, fare una Fivet o cancellare l’appuntamento, cambiare clinica o no…
All’improvviso ho solo voglia di piangere. Sono in caduta libera. Potrei chiamare un’amica, certo! Belle amiche. Una che mi butta giù il telefono, e l’altra che ha una doppia vita di cui non so niente. L’unico conforto è che prima, quando lavoravo in un vero ufficio, nei momenti di caduta libera c’era solo la fuga poco dignitosa dalla mia scrivania per barricarmi in bagno. Adesso posso tranquillamente piangere qui, nel mio studio domestico, davanti alla mia postazione di Casalinga Telematica. Non mi vede nessuno, non mi sente nessuno. Posso anche buttarmi per terra singhiozzando. Anzi, lo faccio.

No, forse non è stata una buona idea rimanere a casa e pensare all’Operazione Bambino. E ritrovarmi ogni giorno nella camera di Barbablù. Già, la camera di Barbablù. Non ne avete mai vista una? Pensateci bene.
Siete lì: invito a cena con visita guidata della casa. Sì, questo è il bagno, l’abbiamo appena ristrutturato; il parquet è quello vecchio, rilamato, c’è costato un sacco ma ne valeva la pena; guarda, finalmente ci siamo tolti lo sfizio, il frigo gigante all’americana... E questa... Dunque, sì, questa è la camera in più: la camera degli ospiti, il guardaroba, lo sgombero, la Camera Che Non Abbiamo
Finito, la Camera che Potrebbe Diventare...
Rigida sulla soglia (in genere non ama entrare in quella stanza e ha le sue buone ragioni), l’Aspirante Madre non trova le parole giuste. A volte incespica e sfida il destino: “Questa è la camera dei bambini, se ci saranno”, proclama, sfoderando un Sorriso Ottimista. Segue sguardo pietoso dell’ospite che: a) sa già tutta la lacrimevole storia; b) calcola mentalmente quanti anni ha la poveretta, e tra quanto scatta il Fuori Tempo Massimo.
La camera di Barbablù non sempre rimane tale. A volte arriva davvero un bambino, che magari viene installato “provvisoriamente” in mezzo a poltrone di recupero e armadi colmi di vestiti. È come se l’Aspirante Mamma non riuscisse a crederci. E in fondo anche la camera non riesce a capacitarsene: diamine, viene promossa anche lei, diventa la Camera del Bambino.
Anch’io, ovviamente, ho la mia personale Camera di Barbablù, a cui ho fatto un upgrading: è diventata il mio studio di Casalinga Telematica.
Mi ero stufata di passarle ogni giorno davanti e di vederla appassire, poveretta, degradata prima a “sgombero”, angolo scatoloni non ancora svuotati; poi, nell’ordine, posto di passaggio delle valigie (no, non riesco mai a disfarle appena torno a casa), angolo stenditoio biancheria, angolo stiro… Ho provato a darle un’aria più allegra: ho messo un tappeto, ho appeso le tende, ma non c’è stato niente da fare. La cameretta tornava inequivocabilmente Camera di Barbablù, mentre io arrancavo tra medici, test postcoitali e primi approcci in vitro.
Poi ho deciso: la Casa mi chiama. La Camera di Barbablù diventa il mio studio personale. Via tutti i mobili, la polvere, il vecchio tappeto… E il giorno in cui mi sono licenziata dal mio ultimo (volante) posto di lavoro, ho varcato trionfante la soglia, dicendo: sei mia. La cameretta si è immediatamente vendicata: spostati i mobili, è apparsa un’enorme, scandalosa, tristissima macchia di muffa sulla parete. È stata la fine. “È un segno del destino! La Camera di Barbablù ha la muffa! Il mio sogno ha la muffa! Sono un’Aspirante Madre con la muffa!”
Il Consorte ha dovuto provvedere: la muffa, certo, è sparita, e io mi sono installata. Non so cosa diventerà questa camera. Per adesso sono qui che ci scrivo (e piango), e intanto è stata dipinta di blu. La Camera Blu, per ora. Poi vedremo.
È a questo che penso mentre, sdraiata per terra, sto singhiozzando e gloriandomi della mia disperazione, e intanto con la coda dell’occhio controllo. Eccola! Mi sembra di aver visto una nuova macchia di muffa, appena appena, sull’angolo destro…
È così che mi trova il Consorte. Ore dopo, con il telefono staccato e pensieri nerissimi come la pioggia che non arriva. Pensieri afosi come il caldo che non molla la presa.
“Stavo solo controllando la muffa”, provo a mentire mentre le lacrime, vigliacche, mi scivolano ancora addosso.
Mi abbraccia: sa di buono, sa di fresco e di pulito, di vento e di mare, di sogni e di sicurezza. Sa di matrimonio.

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