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Alta fedeltà
   a cura di
Andrea Valbonetti

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    Alta fedeltà
    a cura di Andrea Valbonetti


    Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
    Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
    Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
    Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it



    Vinicio Capossela in concerto

    Ovunque proteggi la grazia del mio cuore
    Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore

    E’ il 10 aprile 2006.
    Fa freddo, è buio e piove come fosse febbraio.
    Il corpo è all’ingresso del Teatro Smeraldo, ma la testa è ancora alle ultime parole ascoltate alla radio: il conteggio dei voti, iniziato nel migliore dei modi, per un’imponderabile alchimia si sta trasformando in un incubo.
    Non si riesce a capire chi stia vincendo, ad un certo punto sono in vantaggio loro…..ma come è possibile?
    Telefonini, sms, ultimi aggiornamenti: tra le file e le poltrone del Teatro volano brandelli di notizie. In attesa che il prode Vinicio Capossela salga sul palco e dia inizio alla sua celebrazione musicale, paura, rabbia, incredulità serpeggiano nel pubblico.
    L’attesa del concerto diventa una seduta di autocoscienza collettiva, una situazione completamente surreale. Noi chiusi in una bomboniera in balia del conteggio delle schede e del terrore di una sconfitta dell’ultimo minuto, data da tutti come altamente improbabile.
    Alle 21.15 il concerto inizia, dei messaggi ci avvertono che saranno effettuate delle riprese, forse per un futuro dvd.
    Le luci si abbassano, la musica cresce, sul palco sale un animale antropomorfo, una rappresentazione di una divinità misteriosa, mezzo uomo e mezzo toro. Le luci sono rosse con sfumature nere, l’animale si muove con un’energia maestosa avvolto in un manto di pelo lungo e con una maschera di legno munita di corna e microfono attraverso la quale esce la voce di Vinicio che intona Non trattare prima e Brucia Troia subito dopo. In certi istanti questa rappresentazione mitica, questo incontro bacchico con le radici più primitive dell’uomo mette quasi paura. Tra le facce serpeggia stupore, incredulità e un certo sconcerto. Stiamo forse partecipando ad un rito misterico?
    Poi, come per incanto, il travestimento si dissolve e compare il volto rassicurante del cantautore italiano più originale e geniale oggi in attività, il teatro sbanda di gioia, per un attimo gli esiti elettorali sono stati accantonati, il rito purificatorio delle prime due canzoni ha permesso di lasciare da parte preoccupazioni e sovrastrutture per riabbracciare l’essenzialità della natura umana.
    La prima parte del concerto è un susseguirsi di canzoni tratte dal suo ultimo disco Ovunque proteggi. Ognuna è introdotta da un aneddoto, una storia a volte surreale che ci spiega da dove è nata l’idea di quel pezzo. Dalla parte di Spessotto è un inno per tutti coloro che, come me, stanno dalla parte non di Davide ma di Golia. Quando interpreta Nel blu un pallone enorme di colore blu vola come una mongolfiera sul palco. Ad ogni canzone un gioco di luci ed ombre cinesi viene proiettato su un telo alle spalle del palco. L’effetto è semplicemente meraviglioso. Immagini stilizzate, dame, cavalieri, ballerini si muovono con le loro sagome scure su uno sfondo color miele arabescato, o con tonalità burrascose e fredde o sfumato di rosso. Ogni brano ha la sua interpretazione di ombre cinesi. Ogni brano vede Vinicio in un travestimento diverso. Quando suona SS. dei naufragati, liberamente tratto dalla Ballata del vecchio marinaio è vestito come un capitano di una nave, il palco sembra il ponte di un vascello in avaria in balia del mare, si sentono scricchiolii del legno, sciabordio di onde, la disperazione dei naufraghi. Quando interpreta Medusa cha cha cha compare una voce femminile nascosta da un maschera da Medusa, quando parte Moskavalza escono cubiste russe, quando suona Lanterne rosse dall’alto del palco scende un’enorme lanterna che trasforma con la sua luce il palco in un sogno cinese. L’uomo vivo scioglie il pubblico che comincia a muoversi e scuotersi invasato dalla musica. Pena de l’alma tocca il cuore per la sua melodia malinconica che sembra uscita da un fado di Amalia Rodriguez. Ma sicuramente uno dei momenti più toccanti è l’interpretazione di Dove siamo rimasti a terra Nutless, introdotta da una finta telefonata ad un amico perso tra le pieghe del tempo. Una canzone sulle strade della vita, sui rimpianti, sull’amicizia, sul prendere percorsi diversi, separarsi nella malinconica consapevolezza che l’illusione è il lusso della gioventù (vedi Contratto per Karelias).
    Come a teatro a metà serata c’è un intervallo per il cambio di costume.
    Dopo qualche minuto rientra in sala vestito da Maraja pronto per suonare il suo pezzo più famoso. Canta, si muove con passettini da geisha, muove le mani come una marionetta orientale.
    Poi partono tutti i classici immancabili come il Ballo di S.Vito, Che coss’è l’amor, Corvo torvo, Con una rosa, dedicata per l’occasione a Fernanda Pivano presente in sala. Canta anche alcune canzoni minori come Al veglione e Pioggia di novembre. Insomma non lascia nulla all’immaginazione del pubblico che ad ogni brano inneggia il coro da stadio “Vinicio Vinicio”.
    Dopo tre ore di concerto quando alcune persone se ne sono già andate perché le luci si sono accese, suona il suo capolavoro più recente Ovunque proteggi, una canzone d’amore totale, una canzone per abbracciarsi, una canzone che testimonia l’importanza di un abbraccio perché come dice lo stesso Vinicio “in questo momento ne abbiamo bisogno”. Una frase buttata lì che in quel contesto non lascia presagire nulla di buono.
    Ritorna subito l’incubo dei risultati elettorali che si era in parte dissipato in parte nascosto tra le pieghe della musica.
    Il concerto finisce.
    Grazie Vinicio per la tua poesia.
    Una corsa in macchina.
    Radio accesa per gli aggiornamenti.
    Notte in bianco.
    Vittoria crepuscolare.