Alta fedeltà
a cura di Andrea Valbonetti
Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it
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Cure senza controindicazioni
But the last day of summer
Never felt so cold
The last day of summer
Never felt so old
Quando la vita si fa dura e, per mille ragioni diverse, diventa difficile riuscire a sopportare e capire la routine di stress, lavoro, doveri e velocità quotidiana è bene avere alcuni punti di riferimento che ci possano aiutare a ritrovare l’equilibrio perduto.
I grandi artisti ci vengono incontro soprattutto in questi momenti perché attraverso le loro opere e la loro sensibilità riescono a riempirti e a colmarti di nuova linfa vitale.
In ambito musicale uno dei gruppi che hanno il dono di suscitare sensazioni mozzafiato, sublimi ed evocative con la propria musica sono, senza alcun dubbio, i Cure.
La loro storia parte da lontano: è il 1976 quando alcuni ragazzi di Crawley, sobborgo inglese, costituiscono, attorno alla figura di Robert Smith, chitarrista, cantante e compositore, una band che, nel giro di un paio d’anni, arriverà ad ottenere un contratto discografico e a pubblicare il primo singolo e il primo album. Da quel momento, passando per alti e bassi, crisi rumorose, cambi di formazione e continue voci di scioglimento, i Cure, o per meglio dire, Robert Smith, hanno saputo tracciare un solco molto forte nella storia della musica degli ultimi decenni, tanto che molte band oggi di moda subiscono ancora la loro influenza ed il loro fascino.
Uno degli elementi di maggiore distinzione dei Cure è la capacità di coniugare musica e letteratura. La forte tensione verso la poesia romantica e gotica e la passione per autori quali Baudelaire e Camus è, spesso, trasformata da Robert Smith in melodia e sinfonia.
È vissuta ed espressa dalla sua voce toccante e struggente.
È presente nei testi delle canzoni che sanno essere perle di profonda disillusione, ma anche scherzi giocosi di parole e descrizioni tenere di amore felice.
Attraverso i loro numerosi dischi, in continua evoluzione (13 album di studio senza considerare le numerose raccolte), riescono a rappresentare la gamma di passioni umane, di crisi interiori e di rinascite.
Proprio per questo è veramente difficile che lascino indifferenti.
Da alcuni sono etichettati come pessimisti, disperati, perdenti.
Altri, invece, gli riconoscono la capacità di riuscire a trasformare in musica e voce la fragilità della condizione umana.
L’impossibilità di identificarli in uno specifico genere costituisce un’ulteriore prova della forza creativa di questa band. Ad ogni album, infatti, sono in grado di cogliere un’ampia varietà di sfumature espressive che la musica offre, come un poeta che, non fissandosi su una struttura metrica precisa, sperimenti, con ritmo e parola, compiendo voli pindarici verso l’ignoto.
Nati come esponenti del punk, inteso come espressione di disagio giovanile e rifiuto di un certo tipo di società, sono diventati negli anni Ottanta le icone del movimento dark con dischi come Seventeen Seconds, Pornography e Disintegration. Allo stesso tempo sono stati capaci di reinventarsi band da primi posti in classifica, alternando ai dischi più cupi, album, più spiccatamente pop, come Kiss me, Kiss me, Kiss me o Wish. L’abilità nello spaziare dal dark al rock, dal pop più melodico alla musica elettronica (da non perdere il quarto disco del cofanetto Join the dots uscito nei primi mesi del 2004) si coniuga con la costante presenza di alcuni elementi essenziali come il suono delle chitarre, la potenza della voce di Robert Smith, che riesce a passare da registri struggenti e alienati a momenti di totale tenerezza e dolcezza, il trucco (la bocca impiastricciata di rossetto, il cespuglio di capelli confusi nell’aria) ed il nero di scena.

Nonostante una carriera quasi trentennale alle spalle si sono presentati da poco con un nuovo disco, dopo l’ultimo Bloodflowers pubblicato nel 2000. Il titolo dell’ultima opera (uscita a giugno 2004) è The Cure, come il nome del gruppo. Questa scelta sembrerebbe una dichiarazione programmatica, ovvero un manifesto per spiegare come l’album racchiuda la vera anima della band o, per meglio dire, del suo fondatore e demiurgo Robert Smith. Si tratta di un disco abbastanza duro e arrabbiato rispetto ai precedenti in cui i suoni classici di tastiere e di chitarre dolci passano in secondo piano rispetto alla potenza delle chitarre elettriche e alla voce di Roberth Smith che, a quarantacinque anni mostra ancora di credere completamente nel progetto della sua vita. Il lavoro con il nuovo produttore Ross Robinson, produttore, allo stesso tempo, di band nu-metal come Korn e Slipknot, si sente continuamente nella musica, ma dal punto di vista delle emozioni comunicate e della dignità letteraria di alcuni testi nulla è cambiato. I temi affrontati da Robert Smith rimangono profondamente esistenziali e oscillano dalla difficoltà di comprendere chi e cosa siamo, all’inadeguatezza verso l’assurdità di certi aspetti della vita, alla paura nell’aprirsi completamente in una relazione di coppia. Le 12 canzoni del disco, nell’intenzione dell’autore, vogliono esprimere l’essenza migliore dei Cure e, per questo, suonano dark e disperate o tenere e giocose. I pezzi migliori di ogni genere, però, sono presenti in album più vecchi, ma anche in The Cure è possibile trovare qualche capolavoro che emerge dal resto. Lost, la canzone che apre il disco, è potente, cupa e inquietante nel crescendo delle chitarre e della voce di Robert Smith che scandisce all’infinito la litania “I can’t find myself”, Before Three rappresenta un esempio di canzone d’amore che riflette sullo scorrere del tempo in un rapporto di coppia e che invita a tenere viva la fiamma della passione, I’m going nowhere è una piccola perla che chiude l’album con un sound acustico simile ad alcune canzoni di Bloodflowers e con un testo nichilista.
L’insieme di queste tre canzoni vale sicuramente il disco che, comunque, non rimane tra i migliori della discografia di questa band storica. In ogni caso è importante osservare che ancora una volta non solo la musica e i testi, ma anche la parte grafica del disco risulta curata nei minimi dettagli ed è il segno che acquistare ogni disco dei Cure è sempre un’esperienza indimenticabile.
La genesi di questa copertina e del libretto svela un lato privato molto bello di Robert Smith. Sembra, infatti, che abbia invitato i suoi numerosi nipotini a disegnare soggetti ispirati ai Cure, unendo i vari disegni fino a costruire l’attuale layout grafico del disco e dell’attuale sito internet www.thecure.com.
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Dopo l’uscita di ogni disco rimbalzano dichiarazioni che sia l’ultimo, ma fortunatamente i Cure sono sempre pronti a stupirci con ritorni maestosi e gioiosi. Perciò se non avete mai provato brividi quando le parole e la melodia di una canzone si mischiano con il vostro sangue, se affidate alla musica un ruolo taumaturgico e catartico seguite questa ricetta: Cure senza controindicazioni.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
1979 – Three imaginary boys
1980 – Boys don’t cry
1980 – Seventeen seconds
1981 – Faith
1982 – Pornography
1984 – The top
1985 – The head on the door
1987 – Kiss me kiss me kiss me
1989 – Disintegration
1992 – Wish
1996 – Wild mood swing
2000 – Bloodflowers
2004 – The Cure
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