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Alta fedeltà
   a cura di
Andrea Valbonetti

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    Alta fedeltà
    a cura di Andrea Valbonetti


    Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
    Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
    Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
    Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it



    Emoh

    L’amore era tutta la mia vita;
    non poteva essere la tua.

    Ho deciso di proseguire ancora una volta lungo il sentiero della musica indipendente con ascendenze cantautorali folk-rock.
    Sarà che per vari casi della vita negli ultimi tempi sto ascoltando quasi esclusivamente questa musica un po’ crepuscolare registrata con forte passione e sincerità. Sarà che per carattere vivo da sempre una vita dominata da una costante tensione che mi fa precipitare in abissi di disperazione o mi getta verso picchi di esaltazione, sentimenti forti che traspaiono anche nei brani di questi artisti. Sarà l’effetto calmante e catartico che tale musica mi trasmette grazie alla sua vitalità. Sarà che provo un piacere elitario ad avvicinarmi a musicisti molto bravi che per caso o per scelta sono rimasti in ombra rispetto al parco delle celebrità musicali dei nostri tempi. Insomma sono alla costante ricerca di nuovi artisti con cui iniziare o approfondire un rapporto di ascolto, con cui condividere i frammenti di vita in cui riesco a non separarmi da uno stereo.
    Proprio sulla scia di questa costante ricerca, la scorsa settimana, grazie ad un collega che sta diventando il mio Virgilio nell’ascesa verso le vette più incontaminate e poco note della musica, è arrivato tra le mie mani il disco di cui vorrei parlarvi in questo pezzo.
    Si tratta di un album che è definito il primo vero disco solista di un artista che ha alle spalle una produzione artistica enorme, iniziata alla fine degli anni ’80 e proseguita fino a qualche anno fa attraverso vari progetti. L’artista in questione è Lou Barlow e il nuovo disco appena uscito si intitola Emoh.
    Sin dal primo ascolto ho capito che si tratta di un piccolo capolavoro e mi sono sbocciate nella mente una serie di domande che mi sarebbe piaciuto rivolgere a Lou in un ipotetico incontro. Poiché non riuscirò, almeno in questa vita, ad incontrarlo, ho deciso comunque di scrivere la conversazione che mi piacerebbe fare con lui. Ovviamente si tratta di finzione come in un’opera narrativa. Spero solo che le risposte possano avere un fondo di verità e possano servire a gettare una giusta luce per illuminare il lavoro di questo artista.

    È un pomeriggio di primavera inoltrata.
    L’aria è carica di profumi e di colori.
    Sto arrivando all’appuntamento con Lou Barlow e, se devo essere sincero, provo un po’ di paura al pensiero di intervistarlo. Lo vedo da lontano dietro al cancello della sua abitazione, come se mi stesse aspettando. Il panorama è splendido: una distesa verde che si perde nello specchio dell’oceano. Ci accomodiamo sotto un patio di legno dopo esserci salutati, con un pizzico di imbarazzo da parte mia, e iniziamo a sorseggiare un bicchiere di limonata appena preparata.
    Come per magia mi sento completamente a mio agio.
    Sfodero registratore e taccuino e inizio con le mie domande.

    Ciao Lou, in Italia è da poco uscito il tuo ultimo lavoro, Emoh. Vorrei farti subito una domanda legata alla grafica del disco che trovo veramente bella. Sei tu l’ideatore dei vari disegni che caratterizzano copertina e booklet?
    Sì, l’idea di questi disegni mi è venuta mentre scrivevo le canzoni. Tratti semplici con pochi colori. Disegni che sembrano essere fatti da un bambino. Per me vogliono esprimere un’idea di purezza, un modo per comunicare in modo semplice e diretto la sincerità e l’ingenuità delle canzoni inserite nel disco. Queste case che si ripetono, sulla copertina in volo come un razzo, sul retro del booklet smembrate in linee astratte, sul cd animate con gli occhi e la bocca, rappresentano in vario modo l’atmosfera casalinga di pace che ha caratterizzato la realizzazione di questi pezzi.

    Sinceramente appena ho preso in mano il disco, al di là del piacere visivo per l’accostamento di colori caldi, tratti marcati e questi disegni che ti lasciano quasi disarmato sono rimasto molto colpito dal titolo. La prima cosa che mi ha richiamato in mente non è il reciproco di “Home” (come ho letto dovrebbe essere), ma “Emotion”, “Emotive”, Hemoglobine”. Forse inconsciamente si può trovare un accostamento tra la casa, che simboleggia le origini, la terra e i sentimenti di amore della famiglia, e parole quali emozione o emoglobina, ovvero il sangue che è il tratto distintivo di una persona e di una famiglia?
    In effetti, non avevo pensato ancora a questi possibili significati. Devo dire che ora che mi ci fai pensare credo di avere proprio azzeccato il titolo in quanto, come ti dicevo già prima per i disegni, quello che volevo comunicare è proprio l’amore di una casa, di radici da cui la tua vita, la tua musica proviene. Ti ringrazio per avermi aperto questo nuovo modo di vedere il titolo del mio disco.

    Passiamo ora a parlare di musica in modo più diretto. Sei definito l’inventore e il bardo del “lo-fi”. A partire dalla nascita dei Sebadoh nel 1987 e attraverso i numerosi dischi pubblicati negli anni ‘90 con questa formazione e con i progetti paralleli come The Folk Implosion o Sentridoh hai contribuito allo sviluppo di un nuovo modo di fare musica che bada più alla sostanza delle cose e ai veri sentimenti. La tua ricerca musicale ha influenzato numerosi altri artisti. Come metti in rapporto il tuo passato rispetto all’uscita di Emoh?
    Sin dai miei primi passi nel mondo della musica, non ho mai pensato alle conseguenze delle mie scelte artistiche. Non ho badato alla smania di successo né tanto meno mi sono accorto di avere creato, secondo quanto affermi, un nuovo genere musicale, anche se la parola genere non mi piace. Ho sempre cercato di esprimere semplicemente, in base al contesto in cui vivevo e alle radici da cui provengo, quello che sentivo come mia verità del momento. Ciò che oggi è definito musicalmente lo-fi, per me è un puro e semplice stile di vita. Forse avendo vissuto la mia gioventù negli anni Ottanta, anni in cui la musica era caratterizzata dall’artificialità, da lustrini e da tutto ciò che era glamorous, quando ho scoperto di avere un talento musicale ho deciso di creare qualcosa che si distaccasse completamente dal recente passato. Ricercavo in modo radicale suoni più grezzi, non perfetti in cui si sentisse il lavoro artigianale che fa il musicista per costruire un canzone unendo il testo alla musica. Se tutto ciò ha influenzato altri artisti posso esserne onorato, ma sicuramente non lo vedo come un motivo di vanto.

    Quindi non ti rammarichi di non essere conosciuto dal grande pubblico?
    Assolutamente no.

    Ho letto un’intervista in cui dichiaravi che il tuo talento è quello di sapere finire una canzone perché nel momento stesso in cui ti accingi a scriverla hai già in testa le parole e la musica e quindi l’abilità sta solo nel trovare un giusto finale e portarla alla conclusione. C’è un momento in particolare in cui ti nascono parole e musica? È veramente così semplice per te scrivere una canzone?
    Io credo che ognuno di noi abbia un grande talento. Il punto è riuscire a trovarlo e ad incanalarlo positivamente. Quando devo comunicare un emozione io lo faccio con la musica. Imbraccio una chitarra e come per incanto in pochi minuti trovo il giusto giro di accordi e le parole migliori per accompagnarlo. Finché avrò questa ispirazione sarò felice. Non perché potrò fare dei dischi e godere di quei lati positivi che anche un piccola popolarità come la mia può dare, ma perché scrivere canzoni è il mio modo per stare bene con me stesso e per comunicare in modo vero con gli altri. È la mia vita.

    Entriamo ora nel merito dei quattordici pezzi di Emoh. Ad un primo ascolto la prima cosa che emerge rispetto al tuo passato musicale è un suono più raffinato e meno sporco. Sembra di ascoltare le canzoni di un cantautore ormai giunto alla maturità.
    Sicuramente ora che ho quasi quarant’anni non potrei più mettermi a fare le stesse cose di quando ne avevo venti. Certo le basi della mia musica, ovvero l’autenticità, l’ispirazione che cerco di mettere nei testi, non possono cambiare, fanno parte di me, però è il gusto che si modifica e si evolve. Avevo voglia di realizzare un disco con i miei tratti essenziali ma che suonasse più da studio e meno sporco. Anche se un buona parte delle tracce le ho comunque registrate qui a casa mia con un’attrezzatura portatile che è tecnologicamente più avanzata rispetto a quella di una volta. A volte mi chiedo se questo lo-fi che mi dicono di avere inventato non fosse altro che il risultato delle carenze tecnologiche di vent’anni fa.

    La scelta di un linguaggio più decisamente acustico, folk e cantautorale fa sempre parte di questa esigenza evolutiva?
    Per certi versi sì, senza alcun dubbio. Per altri forse deriva anche dal percorso di vita che ha caratterizzato questi ultimi anni. Per natura credo di essere una persona riflessiva, in parte anche malinconica che sa ancora apprezzare lo spettacolo di un tramonto. Sai, oggi va tutto così veloce che puoi ritenerti fortunato e ricco se riesci a disporre del tuo tempo in modo totale non istituzionalizzato. Forse le mie scelte indipendenti anche in ambito musicale derivano da un’esigenza di libertà e da una paura di non sapere affrontare la velocità del mondo. In queste canzoni ho voluto parlare di amore, di fuga dal mondo inteso come città, caos, compromessi, di una dimensione più privata e crepuscolare della vita, di religione, di sentimento. Insomma un complesso di cose che oggi vengono definite malinconiche solo perché tutti provano un costante rimpianto per non riuscire più a viverle in una dimensione umana. Per fare questo non potevo che utilizzare una chiave espressiva molto intima e dolce con suoni acustici e canzoni che suonano come ballate, ninne nanne e lievi carezze costruite solo con una chitarra, la mia voce e in qualche caso una batteria, una piccola tastiera o degli archi.

    Pensi quindi che la tua musica possa essere vista come una via di fuga, un antidoto alla sclerotizzazione della nostra società?
    Forse in un certo senso sì. Anche se non le attribuirei tutta questa importanza. Mi piacerebbe che ascoltando le canzoni di Emoh, l’ascoltatore riuscisse ad evadere almeno con il pensiero dalla sua gabbia di ruoli e pensare di correre lungo colline verdeggianti o sul bordo di una scogliera a picco sull’oceano con il vento nei capelli per giungere in un punto in cui mettersi comodo e, senza preoccuparsi per ciò che ha fatto prima, per ciò che dovrà fare dopo e del tempo che passa, guardare un tramonto senza fine.

    Vorrei chiudere l’intervista chiedendoti di illustrare al pubblico italiano i tuoi quattro pezzi preferiti di Emoh.
    La scelta è veramente difficile. Scegliere una canzone significa escluderne un’altra e per me che sono l’autore è come dovere fare le preferenze fra tanti figli. Credo altresì che avere delle preferenze sia una debolezza umana e quindi ti dico che ad oggi le mie preferite sono: Holding back the year (una canzone che ad ogni ascolto riesce a mettermi i brividi), Legendary (forse la canzone più personale dell’album che parla di un rapporto amoroso difficile), Round-n-round (una cover completamente cambiata e trasfigurata di un brano rock dei Ratt) e Mary (un gioco scherzoso sul vero padre di Gesù)

    L’intervista è finita proprio mentre il sole ha iniziato a discendere e ad abbandonarsi nell’oceano. Lou Barlow si è rivelato come immaginavo un grande artista ed una persona molto profonda ed interessante. Prima di salutarlo gli ho regalato una copia di un libro che credo possa apprezzare molto e usare come fonte di ispirazione: Adolphe di Benjamin Constant.

    Spero che le parole di Lou Barlow possano avervi convinto ad acquistare Emoh.
    Si tratta di un disco come ce ne sono pochi oggi in cui ogni canzone ha qualcosa da dire ed in cui parole, musica e la voce calda di Barlow si fondono in un insieme che sfiora la perfezione.