Impressioni e frammenti
L’emozione è ancora troppo forte per provare a scrivere una recensione posata e razionale del concerto dei Bright Eyes. Ho deciso, così, di dare libero sfogo alle immagini e alle sensazionidi quella serata che conservo gelosamente. Si tratta di una specie di flusso di coscienza che credo comunichi, in ogni caso, l’impatto dirompente della musica di Conor Oberst.
Da un’angusta via laterale buia e malmessa esce un ragazzo infagottato in un cappotto blu con il cappuccio in testa.
Cammina nella direzione dell’ingresso dove è assiepato un piccolo gruppo di fan che stanno aspettando di entrare nel locale per prendere i posti migliori.
Sta fischiettando una strana melodia e ha due occhi grandi, quasi spauriti, dai quali si percepisce per un istante che non vedono la realtà degli altri, ma una realtà più profonda e singolare.
I keep drinking the ink from my pen
And I'm balancing history books up on my head
But it all boils down to one quotable phrase
If you love something, give it away
Domenica 6 marzo 2005.
Transilvania, zona nord ovest di Milano.
È l’unica data italiana dei Bright Eyes o per meglio dire del loro demiurgo e fondatore: Conor Oberst, geniale ragazzo prodigio della musica cantautorale indipendente americana, da Omaha, Nebraska.
While my mother waters plants
My father loads his guns
He says death will give us back to God
Just like this setting sun is returned to this lonesome ocean
Il ragazzo ad ogni passo, mentre si avvicina al gruppo sempre più folto, si tramuta da persona in personaggio, da uomo ad artista.
Al suo passaggio la piccola folla esplode in gridolini di gioia che recitano “Conor”, “Conor”, gli si fa intorno per stringere mani e per scattare foto, per avvicinarsi per un attimo solo al proprio fragile idolo.
Le porte si aprono e nel giro di una mezz’ora il locale, prima quasi vuoto, si riempie di un pubblico prevalentemente internazionale.
I fan italiani sono pochi e selezionati.
In Italia, infatti, solo di recente sono stati pubblicati gli ultimi due lavori dei Bright Eyes: I’m wide awake it’s morning e Digital ash in a digital urn, mentre risulta ancora abbastanza complesso trovare i dischi precedenti.
Mentre mi guardo intorno per trovare un sistemazione adatta a gustare questo concerto che attendevo da tempo, penso al fatto che Lui, la star della serata, è nato nel 1980 ed ha la mia stessa età. La differenza è che Lui ha partecipato al Vote For Change Tour, ha aperto i concerti dei R.E.M, è apprezzato e sponsorizzato da Bruce Springsteen, si è da poco trasferito a New York, scrive canzoni e pubblica dischi da quando ha 14 anni, ha avuto due singoli contemporaneamente al primo e al secondo posto della classifica delle vendite di Billboard, ma continua ad essere prodotto daun’etichetta discograficaindipendente (Saddle Creek di Omaha) e, soprattutto, ha il dono di sapere amalgamare parole e musica in modo puro e vero.
La serata è aperta dai Rilo Kiley che presentano il loro ultimo disco. Sono una band composta da cinque elementi giovani e guidati da una voce femminile molto bella e suadente. Suonano per circa quaranta minuti ottenendo un buon effetto sul pubblico grazie all’orecchiabilità delle loro canzoni, all’avvenenza e alla leadership silenziosa della cantante e alla simpatia del chitarrista.
Dopo una decina di minuti di attesa durante i quali il palco viene sistemato, però, arriva il momento che tutti aspettavano: sale sul palco Conor.
We walk the forty blocks to the middle
Of the place we heard where everything would be
And there were barricades to keep us off the street,
But the crowd kept pushing forward until they swallowed the police.
Ha un completo nero che ne mette in rilievo l’esilità del fisico, il volto diafano, i capelli lisci a caschetto con due ciuffi incontrollabili che gli scivolano continuamente davanti agli occhi e, con mio grande stupore, quegli stessi occhi grandi e profondi sono truccati nello stile di Robert Smith, in omaggio al leader dei Cure, uno dei suoi punti di riferimento musicali insieme a Bob Dylan e a Morrissey.
La band è composta da un chitarrista con la tipica faccia da amico di infanzia, fratello maggiore buono e contadino con cappello di paglia e pannocchia di mais tra le mani. Il batterista è prestato dalla band precedente, la bassista con un vestitino primaverile che non lascia nulla all’immaginazione ha lo sguardo completamente spento, catatonico ed assente. Il tastierista ed il trombettista sembrano fratelli e compagni di vita.
Tutti sono molto giovani, tutti sono affascinati dalla personalità carismatica e geniale di Conor.
Fin dalla prima canzone si capiscono due cose: uno, il repertorio della sera si concentrerà sui pezzi acustici e folk di I’m wide awake it’s morning, confermando che per l’estate sarà prevista una tournè apposta per il secondo nuovo disco più elettrico e sperimentale, due, Conor sembra timido e scontroso.
Le prime tre canzoni seguono l’ordine del disco: At the bottom of everything, We are nowhere and it’s now, Old soul song (for the New World Order).
L’esecuzione è grintosa ed impeccabile, ma temo in una serata asettica e monotona con una riproposizione dell’album e qualche pezzo di repertorio quando ciò che più mi aspetto da un concerto, invece, è il contatto con l’artista, il fatto che parli con il pubblico che comunichi emozioni vive e diverse da quelle che possono scaturire dall’ascolto del disco tra le pareti di casa.
Non avrei potuto immaginare all’inizio quanto mi sarei sbagliato e che quel concerto sarebbe entrato nella graduatoria dei miei preferiti di sempre.
When everything gets lonely I can be my own best friend
I'll grab a coffee and the paper; have my own conversations
With the sidewalk and the pigeons and my window reflection
The mask I polish in the evening, by the morning looks like shit
Ad ogni canzone Conor si scola una lattina di birra.
Ad ogni sorso si riduce la distanza siderale tra noi e lui.
Anche il modo di bere è strano, sofferente, vero e nevrotico come la sua musica. China la testa di lato e attorciglia la mano attorno alla lattina per portarsela alla bocca.
Poi immancabilmente ne versa un po’ sulla chitarra e lascia cadere il resto.
Passa il tempo e le parole iniziano ad uscire dalla sua bocca.
Discorsi surreali, inconcludenti, scatenati dalle idiozie che dice qualcuno del pubblico, ma ai quali tutti sono attenti.
Emana un’aurea di rispetto e timore.
Solo qualche sventata continua ad urlare “You are sexy” durante un’esecuzione da brividi di Lua solo chitarra e voce. Mi sembra di capire che lui si scocci, che gli dia fastidio questa volgare intromissione.
Sebbene mi fossi ripromesso di chiedere, urlando, delle vecchie canzoni come Waste of paint o Perfect Sonnet, decido di non farlo per timore che ciò possa suscitare una reazione esagerata e destabilizzante.
Ad un certo punto va alla tastiera si attorciglia il filo del microfono intorno al collo, come un impiccato, e lascia pendere il microfono mentre suona, beve una birra, accartoccia la lattina sulla fronte, la getta via, ed inizia ad intonare A poetic retelling of an unfortunate seduction.
A metà serata qualcuno dal pubblico (probabilmente un amico) fa gli auguri al trombettista, il più timido della band. Conor, sempre più a suo agio sul palcoscenico, inizia a tessere un elogio del festeggiato, sostenendo che è il musicista più valido che conosca. Poi intona insieme al pubblico una sgangherata “Happy birthday to you” e si scola insieme ai membri della band un bicchiere di assenzio, dicendo che se non fosse stato sul palco sarebbe stato al posto del barista.
La definizione di drunken poet, che si legge negli articoli che lo riguardano, mi pare decisamente azzeccata.
Mi distraggo un secondo, perso nell’emozione di una sua canzone, e lo ritrovo in piedi sulla gran cassa della batteria che batte con le mani come un forsennato sui piatti in un’orgia bacchica di emozione pura, musica e rumore.
La sua voce è tranquilla, dolce e gentile quando canta Landlocked Blues.
È, invece, ruvida, violenta ed urlata quando intona il ritornello di Poison Oak.
Nelle interviste dice di trascorrere le giornate a scrivere canzoni e non stento a credere che sia vero dato il suo repertorio enorme, la sua prolificità e la tensione estrema verso questa forma d’arte e di vita che si percepisce da ogni suo movimento.
Le sue canzoni parlano di tristezza, disperazione, amori finiti, alienazioni, problemi sociali e politica. In sintesi, dell’intero spettro delle passioni umane.
The rain it started tappin’ on the window near my bed
There was a loophole in my dreamin’ so I got out of it
And to my surprise my eyes were wide and already open
To my nightstand and my dresser where those nightmares had just been
Quando torna sul palco per il bis è ormai completamente ubriaco.
Si esibisce in un free stile da rapper costellato di fuck insieme al chitarrista dei Rilo Kiley che hanno assistito al concerto dei Bright Eyes estasiati come i più scatenati fun. Una parentesi di improvvisazione hip hop che sa molto di presa in giro nei confronti di personaggi alla Eminem.
Rivolgendosi al pubblico, poi, dice che intonerà tre canzoni che diventeranno due per la fretta e la maleducazione dei gestori del locale.
Chiude con True Blue, una ballata dolce e stupenda, cadendo per terra e continuando a suonare durante l’assolo del trombettista. Riesce, infine, a rialzarsi e dopo più di un’ora e mezza di musica, spettacolo ed emozioni saluta il pubblico, torna dietro le quinte del palco lasciando la sua chitarra sporca e stanca e si avvia nel proprio mondo di canzoni, “forte sentire” e romantica follia.
Alla prossima Conor.