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Alta fedeltà
   a cura di
Andrea Valbonetti

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    Alta fedeltà
    a cura di Andrea Valbonetti


    Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
    Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
    Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
    Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it



    Patrick Wolf

    I am the tragedy
    And the heroine
    I am lost And I am rescuing
    The storm is come
    And I am following
    My name is Tristan
    And I am alive

    Patrick Wolf un talento puro che sembra uscito da un’opera di Shelley, da un verso di Wordsworth, da una pennellata di Ruskin, da un paesaggio tempestoso di Turner.
    Ancora una volta vorrei presentarvi un giovane musicista anglosassone che, a soli 22 anni (classe ’83), ha già stupito il mondo della musica indie con due album spiazzanti ed originali.
    La storia di Patrick parte dalla provincia londinese dove lui, figlio d’Irlanda, cresce nella passione per la musica. Fin dalla prima adolescenza, infatti, suona, improvvisa e costruisce strumenti musicali con i quali crea le proprie composizioni. A soli sedici anni fugge da casa e comincia una vita raminga da trovatore medievale che lo porta a zonzo per la Francia e in altri paesi dove suona in un duo noise-pop chiamato Maison Criminaux. È proprio nella scena alternative parigina che si fa notare non ancora diciottenne per la sua musica avvicinata da alcuni a quella del David Bowie dei primi anni Settanta, di Dave Gahan o di Marc Almond. Tengo a precisare che Patrick Wolf sostiene di non conoscere nulla della produzione musicale di questi artisti (verità o snobismo?).
    Nel 2003 esce il primo album completo dal titolo Lycanthropy (il titolo ovviamente richiama il cognome Wolf). Il disco che, come dice lo stesso autore, si caratterizza per una serie di canzoni che raccolgono “un’orgia di pulsioni molto differenti tra loro” ottiene recensioni molto positive e si impone tra un pubblico di nicchia. La musica di Wolf fin dall’esordio è costituita da una commistione di suoni sintetizzati, elettronica, archi (violini, viole, violoncelli) e chitarre acustiche. La fusione di tutti questi stili riesce perfettamente anche grazie alla profondità e al calore della voce del giovane musicista che dimostra ben più dei suoi vent’anni.
    Dopo il successo ottenuto con Lycanthropy, Patrick torna a casa e si iscrive al Trinity College Music Conservatoire per perfezionare la sua conoscenza degli strumenti classici ed affinare il proprio talento, lavorando sulla tecnica.
    Frutto di questi anni di studio è il secondo disco, uscito nel 2005, e intitolato Wind in the Wires. Fin dalla copertina tutta nera con l’immagine pallida, imberbe e quasi spettrale di Patrick, si capisce subito l’atmosfera dominante nelle tredici tracce dell’album . Ancora una volta l’amalgama elettro-folk è dominato dall’uso abbondante di archi dal sapore classico e tradizionale. Sembra un disco quasi manieristico per quanto riesce ad aderire perfettamente, seppure a distanza di più di duecento anni, ai topoi del romanticismo inglese. Cieli alti ed immensi con nuvole pesanti e squarci d’azzurro, laghi brumosi tinti di nebbie sottili che deformano i confini dell’orizzonte, lande brumose ostili ed accoglienti allo stesso tempo. Stati d’animo malinconici, nostalgici, riflessivi, contemplativi, ma anche moti violenti e feroci dell’animo dominano Wind in the Wires. Echi letterari si dipanano come un gomitolo di lana nel labirinto delle canzoni del disco; basti pensare alla prima traccia che si intitola The Libertine o ancora alla numero dieci dal titolo evocativo di Tristan. I testi stessi non sono mai banali e denotano sia una grande capacità cantautorale, sia una ricchezza di esperienze tali da impreziosire ogni canzone con una commistione letteraria e biografica (The Gipsy King).
    Il disco è scritto, suonato e prodotto interamente dallo stesso Patrick Wolf che dimostra nuovamente la sua maturità artistica. Nell’album si alternano momenti in cui l’arrangiamento degli archi ed i campionamenti inseriti sulla struttura musicale acustica trasformano le composizioni in pezzi ballabili, come nel caso di The Libertine o la stessa This Weather. Ci sono poi stanze più intime toccate in punta di dita dai raggi di un sole pallido e distante come nel caso di The railway house o di Eulogy. L’architettura di Wind in the Wires, poi prevede anche momenti più cupi, bui e decisamente gotici come nel caso di Teignmouth. Il prezioso collante che arricchisce la struttura dell’album è dato dalla capacità interpretativa della voce di Patrick Wolf, vero maestro di cerimonie di questo genere di cantautorato elettronicamente romantico.
    Un disco da acquistare senza indugio.
    Da accompagnare con la lettura delle atmosfere rarefatte e mozzafiato di Sotto la pelle di Michael Faber.