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Alta fedeltà
   a cura di
Andrea Valbonetti

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    Alta fedeltà
    a cura di Andrea Valbonetti


    Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
    Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
    Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
    Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it



    Una musica può fare

    Ho deciso di iniziare questo pezzo con una citazione lunga, ma fondamentale tratta dal libro "Windows on the world" di Frédéric Beigbeder, edito da Bompiani (pp. 284-285).

    Albert Thibaudet, nella sua Histoire de la littérature française del 1936, spiega che una generazione è un insieme di individui pressappoco coetanei che hanno vissuto a vent'anni un avvenimento storico dal quale non si rimetteranno e che li segnerà per sempre. Nel suo caso fu l'affare Dreyfus. Per le generazioni seguenti ci furono le due guerre mondiali, la guerra di Algeria, poi il Maggio '68. La generazione dei miei genitori è stata irrimediabilmente segnata dal 1968. […] Niente di ciò che era stato loro insegnato serviva più a niente […]. Per la mia generazione, è stato il 1989: avevo 25 anni e la caduta del muro di Berlino ha segnato la fine delle ideologie. È nata una speranza sfrenata: il liberalismo avrebbe convertito l'intero pianeta […]. La mia generazione detesta il Maggio '68 perché ogni generazione ha il dovere di eliminare quella precedente. La mia generazione rimarrà traumatizzata dal lutto del comunismo, dalle top model imperanti e dalla cocaina. La generazione seguente, quella che è nata negli anni ottanta, quella che eliminerà la mia, ha compiuto vent'anni l'11 settembre 2001[…]. Mi chiedo come sopravvivrà al World Trade Center: potrà crescere sulle rovine fumanti del comfort materiale?[…] Di cosa saranno fatti i suoi sogni, oltre che di acciaio fuso e di budella calcinate? Come edificare sulle rovine della mia generazione, sulla distruzione dei seventies e sul fallimento degli eghties, sul fiasco della società griffata? Che cosa vedrà dalla sua finestra sul mondo?[…]
    Il nostro futuro è scomparso. Il nostro futuro è passato.


    Una musica può fare

    Salvarti sull'orlo del precipizio
    Quello che la musica può fare
    Salvarti sull'orlo del precipizio
    Non ci si può lamentare


    Sabato 11 settembre 2004.
    Fra poco meno di 20 giorni compirò 24 anni.

    Sono seduto all'interno del Mazda Palace di Milano in attesa che inizi il concerto di Max Gazzè e di Daniele Silvestri. Mentre il palazzetto si riempie, mi guardo intorno e osservo le persone che si stanno sedendo accanto a me, che stanno gremendo, con baldanzosa gioia, il parterre di fronte al palco o che fanno la fila per acquistare l'immancabile pinta di birra.
    Tra nuvolette di fumo, strizzo gli occhi e cerco di incrociare lo sguardo dei ragazzi più giovani, quelli che si vede lontano un miglio che frequentano ancora il liceo, e cerco di decifrare lo sguardo di ragazzi già più grandi, come me, che si stanno impegnando a trovare uno spazio in una finestra del mondo.
    Li osservo con attenzione e, minuto dopo minuto, mi sento pervadere da una sensazione di speranza.

    Qualche mese fa mentre leggevo il libro di Beigbeder ho sentito un senso di vuoto spossante, una paura ancora più pressante per il futuro. Quelle parole parlavano proprio di me e di tanti altri giovani come me. Tracciavano il ritratto agghiacciante di generazioni passate che non hanno imparato nulla dalla storia.
    Come edificare sulle rovine del World Trade Center?
    Come superare questa parentesi di morte infinita?
    La storia ha bisogno di date cardine: avvenimenti eclatanti il cui accadimento segna per sempre il passato, il presente ed il futuro.
    L'11 Settembre ormai è una data che vive, che respira, che si nutre di paure e di odio. Una data che significa l'inizio di uno dei periodi più bui dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
    È come se nella staffetta dell'esistenza umana, poco prima della consegna del testimone nelle mani della generazione nata negli anni ottanta, l'attuale detentore avesse mostrato l'ennesimo vistoso cedimento e, ora, stesse rovinando pesantemente al suolo, rischiando di compromettere il futuro di questa corsa millenaria.
    Negli ultimi anni stiamo vivendo un penoso rallenty di questa caduta.
    Noi che aspettiamo il passaggio possiamo pregare, sperare, incitare, ma i margini di intervento appaiono sovente ristretti dalle regole ferree della corsa.
    Il potere non è ancora nelle nostre mani.
    La voglia di cambiare un volta per tutte questa situazione, però, può senz'altro aiutarci a fare sì che il passaggio avvenga il più presto possibile, che la sconfitta delle generazioni precedenti ci sia di monito e di insegnamento.
    È per questo che a volte sento il forte bisogno di immergermi in contesti pieni di ragazzi che hanno età e valori simili ai miei. Persone che hanno assimilato, capito e rifiutato la religione del denaro, dell'ipnosi del glamour, dell'arroganza degli yuppie, della musica sintetica, dei mobili di design, delle sfilate di moda […](tratto da Windows of the World, F. Beigbeder, Bompiani, p. 285). Persone che fanno del rispetto e della tolleranza punti di riferimento costanti per la loro vita. Uomini e donne che cercano di ragionare con la propria testa senza farsi condizionare da mode, da facili pensieri conformisti, da reazioni violente e scontate verso le ingiustizie del mondo.

    Guardando le facce intorno a me pensavo tutte queste cose e mi sentivo bene.

    Il concerto è iniziato verso le dieci con Max Gazzè sul palco.
    Non lo avevo mai sentito suonare dal vivo e devo dire che è veramente bravo.
    Si è presentato con una formazione di musicisti che comprendeva due bassi: uno "melodico" suonato dallo stesso Gazzè ed un altro di "accompagnamento". Ciò dava al suono una profondità e una potenza molto appropriata al suo stile musicale.
    La sua musica orecchiabile e coinvolgente e la sua simpatica presenza scenica hanno subito scaldato il pubblico. Durante le canzoni e tra un pezzo e l'altro intratteneva, coinvolgendo, gli spettatori con battute, balletti e spiritose movenze. La scelta dei pezzi suonati, inoltre, mi ha sorpreso positivamente: ha deciso, infatti, di interpretare la parte più psichedelica e minore del suo repertorio, oltre ai suoi cavalli di battaglia. Canzoni come Casi ciclici, Raduni ovali o Comunque vada, perle minori contenute nel suo album migliore La favola di Adamo ed Eva, erano alternate da successi estivi come Vento d'estate o da canzoni sanremesi come Una musica può fare e Il timido ubriaco.
    Un'ora e un quarto di musica piena di emozioni e divertimento senza un solo riferimento politico o a temi diversi da quelli presenti nelle sua musica. L'ironia di fondo presente nei testi, nella musica e nella stessa voce di Gazzè hanno restituito alla serata un gusto decisamente dolce e, per certi versi, delicato. Le micro-prospettive contenute nelle sue canzoni che parlano, spesso, di personaggi surreali o dell'amore visto dalle prospettive più insolite, riescono a relativizzare per un attimo il contesto nel quale siamo inseriti per esaltare gli aspetti più intimi e interiori dell'essere umano. Questo atteggiamento esprime l'essenza di una parte di cantautori italiani della nuova generazione. Rispetto ai padri della canzone d'autore italiana, fortemente legati ai temi politici e sociali, si nota un maggiore distacco, un maggiore crepuscolarismo, un maggiore interesse nel raccontare una dimensione più privata dell'uomo. Ciò non avviene per mancanza di capacità linguistiche o poetiche, ma forse più semplicemente per una scelta contingente, dettata dai tempi. I testi scritti da Max Gazzè e dal fratello Francesco hanno una vera e propria dignità poetica anche se parlano di ubriachi, di piccole emozioni, di cose apparentemente senza importanza.
    Versi come:
    piango
    paludi di parole fatte fango
    mi muovo come anguilla nella sabbia
    che rabbia
    rido
    facendo del mio riso vile nido
    cercandomi parole dentro al cuore
    d'amore
    o ancora:
    io musico te soltanto perché tanto hai musicato
    quel che gli altri han solo scritto
    sazi del parlato
    spinto a malapena nelle pagine di Arcadia
    come sabbia nell'arena
    tu per me maggiore
    la poesia non è brandire scettro
    non ti ho letto ma cantato
    di note senza fiato
    rese vive dal ricordo dell'accordo stipulato
    fra l'Apollo e le sue rime

    dimostrano una capacità da parolieri non indifferente e sono una prova della letterarietà della musica di Gazzè, come anche la canzone Elemosina, presente nel disco Max Gazzè, il cui testo è la traduzione di una poesia di Mallarmè, uno dei poeti preferiti dall'artista romano.
    La preferenza per temi più interiori non significa, però, che Gazzè non si sia schierato nel tempo a favore di cause sociali o di certe parti politiche, dimostrandosi un cantautore originale ed impegnato che sa utilizzare il veicolo musicale per trasmettere messaggi intelligenti e su cui riflettere



    Verso le 23 è, poi, salito sul palco Daniele Silvestri portato in braccio dallo stesso Gazzè. I due sono molto amici e nel passato hanno suonato insieme: Gazzè è stato il bassista di Silvestri.
    Anche in questo caso è stata la prima volta che sentivo dal vivo Silvestri e ha completamente soddisfatto le mie aspettative.
    Rispetto a Gazzè, è più difficile inquadrare in un genere definito Silvestri: la sua musica spazia da canzoni spiccatamente pop, a canzoni elettroniche, a ballate decisamente acustiche. Inoltre, la sua "incontinenza verbale" si esprime a volte in un cantato che rasenta lo stile parlato. Da questi presupposti, mi aspettavo, sinceramente, un maggiore coinvolgimento e una maggiore interazione con il pubblico. In realtà, si è rivolto a noi spettatori solo per fare un paio di battute o per scusarsi scherzosamente di un vuoto di memoria mentre cantava Strade di Francia.
    Il concerto è iniziato con un pezzo molto toccante intitolato Prima di essere un uomo, tratto dall'omonimo album, in cui Silvestri suonava da solo alla tastiera. Quando si sono aggiunti gli altri membri del gruppo, la musica ha iniziato a suonare decisamente più forte e a caricare la platea che conosceva a memoria ogni canzone, oltre che di Gazzè, anche di Silvestri. La scaletta è stata decisamente orientata a quello che considero il suo album migliore: Il dado. Tra i pezzi più recenti ha suonato solo Kunta Kinte e Il mio nemico.
    Silvestri è un cantautore più esposto dal punto di vista politico e di conseguenza le sue canzoni risentono di questa sua tensione sociale. In concerto, infatti, passava da pezzi scherzosi come Il flamenco della doccia (cantata insieme a Gazzè) o più intimistici come Me fece mele a chepa, a pezzi più riflessivi e forti come La bomba o il suo cavallo di battaglia Cohiba. La bomba compare nel Dado, disco uscito nel 1997, ma il suo testo, tagliente e terrificante, potrebbe essere benissimo stato scritto per i lutti di questi ultimi anni:
    Non c'era nemmeno un segnale
    o il tempo di avere terrore
    soltanto l'odore bruciato di plastica
    e un cielo che ha sbagliato colore
    e macine immense che gettavano terra
    e il vento, il fuoco, le feste, la guerra
    e intanto intuire, o perfino sapere
    che niente e nessuno potrà mai spiegarmi perché

    Con Cohiba (sempre contenuta nel Dado), invece, ha chiuso il concerto.
    Penso che fosse ciò che tutti si aspettavano e desideravano.
    Dopo avere suonato insieme a Gazzè Helterskelter dei Beatles, l'atmosfera si è subito caricata di significati e l'intero palazzetto è esploso, intonando le strofe e il ritornello di questa canzone nostalgica, ma carica di forza attuale che parla di Cuba e di Che Guevara. L'infatuazione cubana, per la musica e per la storia sudamericana, infatti, sono uno dei tratti principali del Silvestri cantautore.
    Il concerto è terminato dopo due ore e mezza di musica ed emozioni con il pubblico che continuava prima a cantare:
    Venceremos adelante
    O victoria
    O muerte

    e poi a chiamare sul palco i protagonisti, che si erano appena esibiti in un lungo assolo alla batteria come saluto, per l'ennesimo bis



    Mentre tornavo a casa soddisfatto e ricaricato dal punto di vista emotivo ripensavo a due fatti:
    1. Per fortuna sono nato in un paese con una forte tradizione cantautorale.
    2. Durante il concerto, pur senza mai fare riferimenti espliciti all'11 Settembre o alla crisi politica attuale, quell'insieme di persone, musicisti e spettatori, si era come stretto in un abbraccio ideale di intenti e di propositi per il futuro. Nella vita quotidiana, di solito, mi rispecchio molto in queste parole di Nanni Moretti: io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Anche in una società più decente di questa, mi sa che mi troverò a mio agio e d'accordo sempre con una minoranza.
      La magia di serate come quella del concerto di Gazzè e Silvestri è proprio di rafforzare la convinzione che sia effettivamente possibile rendere questa minoranza di cui si fa parte, una minoranza maggioritaria nel nome della pace, del rispetto e della tolleranza.

      Questo è ciò che una musica può fare.


    DISCOGRAFIA ESSENZIALE

    Max Gazzè:
    1996 Contro un'onda del mare
    1998 La favola di Adamo ed Eva
    2000 Max Gazzè
    2001 Ognuno fa quello che gli pare
    2004 Un giorno

    Daniele Silvestri: 1994 Daniele Silvestri
    1995 Prima di essere un uomo
    1997 Il dado
    1999 Sig. Dapatas
    2002 Unò Dué