Alta fedeltà
a cura di Andrea Valbonetti
Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it
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Turin Brakes
Oh no, my world is on fire
Someone get some water
‘Cos I think I’m gonna burn
Milano, 7 ottobre 2005.
Fuori piove da una settimana.
La sala si è riempita solo all’ultimo.
Quando gli Hush, un duo acustico (eccezionalmente trio per la serata), voce femminile e chitarra, sono saliti sul palco verso le 20.40, infatti, il Rainbow era pressoché desolato.
Mentre le canzoni degli Hush scivolavano via tra un’onda di malinconia ed un tocco di country, tra una melodia orecchiabile ed un richiamo di pop, perfettamente confezionato e quasi algido, mi chiedevo dove fossero i fan dei Turin Brakes.
Sinceramente mi aspettavo fin da subito un pubblico folto e rumoroso ad attendere e ad accogliere il duo di amici inglesi giunti al terzo album Jack in a box, pubblicato all’inizio dell’estate ed il cui singolo Fishing for a dream ha avuto una programmazione decente anche su radio commerciali. Ormai è da diversi anni che il duo londinese ci regala canzoni acustiche dotate di una forza e di una purezza ineguagliabile; non solo ballate e pezzi struggenti, ma anche brani tipicamente rock, solari e pieni di carica rivestiti con chitarre acustiche, archi e pochi altri strumenti basilari.
Il locale, invece, si è riempito adagio, ma quando Olly Knights e Gale Paridjanian sono saliti sul palco hanno comunque trovato un pubblico caldo ed appassionato. Sul palco, con loro, erano presenti un batterista-percussionista ed un bassista che suonava un contrabbasso elettrico. Al loro suono poi si univa anche quello di un piano elettronico proveniente da un computer.
Fin da subito è apparso chiaro che i Turin Brakes non demeritano la fama di bravi ragazzi che si pongono lontano anni luce da atteggiamenti divistici o da rockstar.
Look dimesso, pochi strumenti, un’iniziale timidezza che non gli permetteva di dire nulla oltre numerosi “grazzie” strascicati al termine delle prime canzoni.
Entrambi hanno suonato da seduti, Olly, voce e chitarra ritmica acustica, Gale, seconda voce e due chitarre (una acustica ed una elettrica) suonate ricorrendo moltissimo allo slide per dare alle note un suono metallico, sfumato e fondente.
Si percepisce al volo che i due Turin Brakes si conoscono da una vita, hanno un’intesa pazzesca e i brani suonati dal vivo mostrano un’intensità ancora più forte e appaiono decisamente più seducenti rispetto all’ascolto dei dischi.
Il pubblico è stato subito dalla loro parte e quando dopo poche canzoni Olly ha ringraziato tutti i presenti perché “gli permettono di vivere un sogno” non mi è parsa la solita captatio benevolentiae, ma i sentimenti di un ragazzo che si trova ad essere al centro dell’attenzione sopra un palco lontano dalla sua città natale e si chiede se tutto quel calore umano sprigionato da centinaia di sconosciuti di ogni età (la persona davanti a me avrà avuto sui cinquant’anni) è veramente per la sua musica.
Oltre ai brani migliori dell’ultimo disco hanno suonato i singoli del secondo, Ether Song, ma soprattutto le canzoni più belle del loro primo disco The Optimist LP. Canzoni come Underdog, Emergency 72, Feeling Oblivion, State of things sono già piccoli classici per gli amanti del genere.
Hanno suonato anche due pezzi non presenti sugli album: un inedito e una canzone apparsa su un vecchio EP dal titolo From Banham to Brooklyn che Olly, il vero frontman ed il più loquace dei due, ci ha spiegato essere dedicata alla sorella che vive a New York, alla lontananza e ai viaggi per andare a trovarla.
Due sono le cose che mi hanno stupito oltre le aspettative. Uno, la voce di Olly dal vivo è impressionante: forte, calda e potente. In certi istanti mi ha ricordato quella di Tom Yorke. Due, la capacità di Gale di comunicare, nel suo silenzio, con la chitarra nello stesso modo in cui si potrebbe usare la voce.
La forte simpatia creatasi tra un pubblico entusiasta ed un gruppo stupito da questo grande entusiasmo fatto di cori, di applausi, di persone che sapevano tutte le canzoni a memoria, hanno reso possibile che i Turin Brakes facessero un doppio bis, nonostante il limite massimo di durata del concerto (cosa a cui non riuscirò mai ad abituarmi). La serata, infatti, doveva concludersi per le 23.15 perché dopo l’ingresso sarebbe stato aperto a tutti per la serata disco del Rainbow. Inoltre, a un certo punto dal pubblico un ragazzo ha chiesto a Olly, chiamandolo per nome, se gli dava il plettro. Lui come fosse in sala prove tra amici si è fermato (stava per iniziare un nuovo pezzo) per darglielo. Alla fine, usciti per il secondo bis, qualcuno ha chiesto la canzone State of things e loro dopo essersi guardati, come nulla fosse l’hanno suonata, cosa che succede di rado e che rende meravigliosamente l’idea della disponibilità di questi ragazzi verso il loro pubblico.
La somma delle loro doti musicali e di questo stupore costantemente rinnovato per il fatto di essere musicisti apprezzati rende i Turin Brakes un gruppo da ascoltare e possibilmente andare a sentire al loro prossimo concerto italiano.
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