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Alta fedeltà
   a cura di
Andrea Valbonetti

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    Alta fedeltà
    a cura di Andrea Valbonetti


    Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
    Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
    Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
    Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it



    L’articolo che state per leggere è stato scritto da Gabriele Cordoni.

    Cantautori e poesia

    La questione “sono poeti molti dei cantautori?” è vecchia, noiosa e annoiante ma nonostante questo, anzi forse per questo, ci è sembrato giusto aggiungere un altro capitolo con queste riflessioni.
    La prima cosa da fare è comprendere i termini e gli spazi del problema: quindi bisognerà partire dalla domanda, meno ovvia di quanto sembri, “che cosa è una poesia?”. Se ci atteniamo alle regole più elementari di qualsiasi manuale teorico di letteratura, dovremo affermare che una poesia è un testo, di norma scritto, che prevede per sua stessa costituzione la presenza al proprio interno di versi che si susseguono incolonnandosi sulla pagina bianca. Da un punto di vista tecnico, quindi è il fattore degli “a capo” a differenziare un testo poetico da uno di prosa. Torniamo alla nostra questione. La motivazione strettamente tecnica sopra esposta potrebbe essere un buon criterio, ma perfettamente inutile perché ci vedremmo costretti ad inserire nel calderone di “poesia” anche i seguenti testi:

    Perché perché
    la domenica mi lasci sempre sola
    per andare a vedere la partita
    di pallone
    perché perché
    una volta non ci porti anche me.

    “La domenica del pallone” di Caterina Caselli.

    No, ora non fermarmi più
    se vuoi ballare vieni su
    Festival io sento questa musica
    che ci prende l'anima
    Festival sei tu la mia felicità
    la mia notte magica.

    “Festival” di Paola e Chiara.

    In buona sostanza, le motivazioni tecniche non sono – nel caso della musica – non possono essere discriminanti per la scelta.
    Seconda opzione: i contenuti.
    Sembrerebbe sicuramente una chiave più restrittiva di interpretazione, ma come si vedrà anch’essa fallimentare. Infatti si arriverebbe al pericoloso binomio “poesia = valore di contenuto”, di difficilissima interpretazione. In altre parole sarebbe molto complicato capire cosa è “dentro” (cosa accettiamo come poesia) e cosa è “fuori” (cosa scartiamo). Prendiamo in questo caso il seguente testo:

    il mio nemico non ha divisa
    ama le armi ma non le usa
    nella fondina tiene le carte visa
    e quando uccide non chiede scusa.

    “Il mio nemico” di D. Silvestri

    Il tema del pacifismo sarebbe quindi una garanzia per lasciare entrare nel mondo della poesia tutti i testi inerenti a quell’argomento, comprese “Il re” di Raf o altri testi dei Black Eyed Peas. In più nascerebbe il problema della scelta dei contenuti: il pacifismo garantisce l’entrata nel mondo della poesia e, ad esempio, l’ambientalismo no? Come si vede la seconda possibilità non ci aiuta.
    Terza opzione: le fonti.
    E qui si sconfina già sul letterario e potremmo iniziare a trovare una soluzione: ovvero se in una canzone ci sono riferimenti espliciti o impliciti a ciò che è comune accettare come poesia, allora sarà poesia anche quella. Un caso palese potrebbe essere la corona poetica dedicata ai mesi dell’anno scritta nel 14° secolo da Folgore da San Gimignano e poi dichiaratamente ripresa da Guccini nella “Canzone dei dodici mesi”. Avendo come canovaccio i testi di Folgore il cantante modenese avrebbe la garanzia offertagli dall’autorità del passato. E la soluzione sembrerebbe essere perfetta se non arrivasse Elio e le storie tese. Leggiamo questi versi:

    Lo disse Foscolo,
    lo ribadisco:
    della vita il fulcro e’ il sepolcro;
    fulcro, sepolcro, fulcro,
    ribadisco che e’ il sepolcro 

    Se valesse la regola sopra esposta (derivazione intenzionale alla più classica istituzione letteraria) non ci sarebbero problemi nell’affermare che i versi seguenti sono poesia (per quanto parodica), avvalorata addirittura dalla rima ipermetra “Foscolo-ribadisco”. Il problema è che quei versi sono preceduti dai questi:

    Urna, urna, uuh,
    mettimi nell'urna, urna, uuh.
    Urna cineraria, mettimi nell’urna funeraria,
    urna elettorale, mettimi nell’urna patatosa.
    68: asino cotto.

    Chi avrebbe ora il coraggio o la buona decenza di considerare “Urna” di Elio una poesia a tutti gli effetti? E così anche la terza opzione è tristemente irrealizzabile.
    Il problema, si è ben capito, è di natura diversa. Quando si afferma che una canzone è una poesia, si tende implicitamente a farle un complimento, quasi che la poesia fosse di per sé una sorta di “canzone più più”, allo stesso modo del “latte più più” bevuto dai drughi di “Arancia meccanica” rispetto al latte normale. A volte gli effetti dell’equivoco sono ugualmente nefasti. In realtà sarebbe opportuno rendersi conto che alcune poesie sono spesso nettamente inferiori ad alcuni testi di canzone. Facciamo un esempio:

    Il sindaco di Terrazza 

    Tutto il giorno se la gira per la piazza,
    facendo giuochi in aria colla propria mazza,
    si ferma quando passa una bella ragazza. 

    A. Palazzeschi

    Recitativo

    Uomini, poiché all’ultimo minuto
    non vi assalga il rimorso ormai tardivo
    per non aver pietà giammai avuto
    e non diventi rantolo il respiro:
    sappiate che la morte vi sorveglia
    gioir nei prati o fra i muri di calce,
    come crescere il gran guarda il villano
    finché non sia maturo per la falce.

    F. de André

    Dire che i versi di de André sono belli come quelli di una poesia non significa assolutamente nulla se non chiariamo i termini di paragone. Se li paragoniamo agli scherzi futuristi di Palazzeschi non abbiamo né fatto un complimento al cantante genovese, né chiarito i termini della questione.
    Il problema potrebbe essere di ordine sociologico: ovvero la parola dei cantautori ha preso il posto di quella poetica riguardo a ciò che veniva considerato eticamente e soggettivamente corretto per il fruitore. In altre parole, il cantautore ha preso il posto del poeta come portatore di saggezza.
    Una piccola parentesi storica: la querelle canzone-poesia è nata tra gli anni Sessanta e i Settanta e buona parte dei cantanti coinvolti facevano parte di quell’eterogeneo gruppo di cantautori i cui testi erano spesso orientati politicamente (nel senso più ampio ed etimologico – polis, ovvero “città” – del termine). Nello stesso periodo, o per la precisione alcuni anni prima, molti poeti italiani avevano sposato le tesi della sperimentazione avanguardistica più accesa e ed estrema da un punto di vista linguistico. Ci riferiamo al Gruppo 63, ai Novissimi, ai poeti del “Verri”, ma anche alle sperimentazioni diverse ma ugualmente complesse di “Officina”. I nomi sono noti: Sanguineti, Giuliani, Pagliarani, Porta, Pasolini, Roversi, Fortini. Qual era il loro pubblico? Quello dei cantautori? No, impossibile. Troppo difficili i testi poetici, se non per gli esperti e gli addetti ai lavori (ovvero altri poeti o gli studenti e i professori di lettere). Il grosso del pubblico non poteva accogliere, per mancanza di strumenti critici, i testi di quei poeti e accolse di conseguenza i testi dei musicisti, di alcuni musicisti, impegnati politicamente (e quindi portatori di atti comunicativi, ovvero le canzoni, da fruire collettivamente), dando loro l’etichetta romantica e anacronistica di “poeti” ovvero di “vati”. Da qui l’inghippo di cui oggi ancora scontiamo le conseguenze. Non basta. A complicare le cose ci si è messa anche la scuola, o per meglio dire i testi scolastici. Non è raro infatti trovare nei manuali per le scuole medie, ma anche per le scuole superiori, i testi di “La guerra di Piero” di De André o “Auschwitz” di Guccini, subito dopo i testi dei poeti sperimentali degli anni Sessanta.
    La trama, come si vede, si infittisce…
    In realtà sarebbe opportuno non dimenticare che una canzone è innanzi tutto, e per sua stessa costituzione genetico-strutturale, un testo cantato, ovvero musicato, che non può prescindere quindi dall’accompagnamento musicale, che inevitabilmente va a incidere sulla disposizione e la costruzione dei segmenti linguistici di cui si compone il testo. Poi, ovviamente, un cantante può essere più o meno attento alla questione musicale o a quella testuale, può essere più o meno acculturato da un punto di vista letterario-musicale, e può essere più o meno dotato nel procedimento di composizione del testo, ma ciò non toglie che la musica è un elemento eterogeneo alla poesia scritta ed è su questo discrimine che si chiude la nostra analisi.