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Alta fedeltà
   a cura di
Andrea Valbonetti

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    Alta fedeltà
    a cura di Andrea Valbonetti


    Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
    Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
    Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
    Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it



    The Decemberists

    I am the heart
    That you call home

    Una folgorazione musicale di questo tipo erano mesi e mesi che non la vivevo.
    Sì ho comprato diversi dischi, visto alcuni concerti, ascoltato nuovi musicisti, ma il tutto in un clima normale senza picchi e senza baratri.
    Un insieme di buoni artisti che ascolto con piacere.
    Da tempo però mancava il colpo di fulmine, l’innamoramento violento senza ragione alla prima nota, alla prima parola, fino alla fine, l’esigenza di ascoltare, macinare, possedere un disco ad ogni costo.
    Il desiderio irrefrenabile di trovare i dischi mancanti di una band che in Italia è arrivata da un po’ di mesi con l’ultimo disco del 2005 dal titolo Picaresque….signore e signori The Decemberists da Portland, Oregon.
    Un gruppo che dà la pelle d’oca per le sue canzoni da orchestrina folk-rock che si collocano tra i Belle & Sebastian e gli Okkervil River ma con uno stile del tutto personale.
    Archi, chitarre acustiche, mandolini, fisarmoniche, organetti strumenti da suonatori di strada arricchiscono le canzoni di Colin Meloy, il leader e demiurgo della band, di una struttura incantevole che dopo il primo ascolto si imprime nella mente.
    Nell’album si trova un giusto mix di pezzi lenti e acustici come Of Angels and Angles e Eli, the Barrow Boy, pezzi più  rock come The Infanta e Sixteen Military Wives, brani complessi e articolati come The Mariner’s Revenge Song e The Bagman’s Gambit, canzoni melodiche e malinconiche come We both go down together, Engine Driver e On The Bus Mall.
    Insomma si trova un intero mondo di musica corredato da testi spesso in rima con l’uso di parole arcaiche e ricercate che il più delle volte raccontano storie scritte dalla penna sapiente di Colin Meloy, la cui voce nasale in certi frangenti richiama quella di Brian Molko.
    Ogni canzone è un racconto: storie di mare, avventure, misteri, piccoli accadimenti quotidiani senza importanza.
    Non ho intenzione di trovare altre parole per descrivere questo disco.
    Compratelo e fatemi sapere.

    La canzone della vendetta del marinaio

    Siamo due marinai, gli unici sopravvissuti delle nostre navi
    In questo ventre di balena
    Le sue costole le travi del nostro soffitto, i suoi intestini il nostro tappeto
    Credo che avremo del tempo per uccidere.

    Tu potresti non ricordarti di me – ero un bambino di tre anni
    E tu un ragazzo di diciotto
    Ma io mi ricordo di te e ti racconterò
    Come le nostre storie si intrecciano.

    A quel tempo eri un libertino e uno scaricatore di porto
    Che spendeva tutti i suoi soldi in prostitute e donne di piacere.

    Avevi modi affascinanti completamente senza dignità  e disinvolti
    Che mia madre vedova trovò così dolci
    E così ti prese con sé – le sue lenzuola ancora calde di mio padre
    Ora riempite di immondizia e follia.

    Mentre il tempo passava tediosamente dimostravi di essere un ubriacone pieno di debiti
    Lasciando mia madre una povera tisica disgraziata.

    E poi sei scomparso. I tuoi debiti di gioco
    L’unica cosa che hai lasciato dietro di te
    E poi il magistrato ha reclamato la nostra piccola proprietà
    E la mia povera madre perse la testa.

    Poi un giorno la mia cara dolce madre morì
    Ma prima di farlo presi la sua mano e mentre moriva mi disse gemendo:

    “ Trovalo, legalo, appendilo ad un palo
    Frantumagli le dita
    Seppelliscilo in un buco in attesa che si svegli nudo
    Graffiando il soffitto della sua tomba!”

    Ci sono voluti quindici anni per ingoiare tutte le lacrime
    Vivendo tra i ragazzi di strada
    Finché un monaco priore non ebbe pietà di me e mi prese
    Per tenere in ordine e pulita la loro cappella.

    Ma mai durante il lavoro per questi uomini santi
    Ho mai cancellato dalla mia mente il pensiero della vendetta!

    Una notte ho sentito per caso il priore che scambiava alcune parole
    Con un baleniere penitente
    Il capitano della sua nave, che ti assomigliava dalla testa ai piedi,
    Era conosciuto per la sua crudeltà dissoluta e arbitraria.

    Il giorno dopo sono partito per il mare con una nave corsara
    Tra i sibili del vento riuscivo ancora a sentire.

    “ Trovalo, legalo, appendilo ad un palo
    Frantumagli le dita
    Seppelliscilo in un buco in attesa che si svegli nudo
    Graffiando il soffitto della sua tomba!”

    “C’è una cosa che potrei dirti
    Mentre veleggi nel mare
    Sempre tua madre ti proteggerà
    Mentre vendichi questo misfatto.”

    E poi una notte fatale vi vedemmo
    Dopo venti mesi in mare
    Con il vostro fianco destro al traverso
    Stavo preparando il mio moschetto
    Quando venne questo rumore assordante da sotto.

    L’oceano si scosse, il cielo diventò nero, e il capitano si sgomentò
    E prima di noi emersero le fauci affamate di una balena gigante!

    Non so come sono sopravvissuto – l’equipaggio è stato tutto masticato vivo
    Io devo essere scivolato tra i suoi denti
    Ma oh che provvidenza, che divina intelligenza!
    Che tu sia sopravvissuto proprio come me.

    Dà al mio cuore una grande gioia vedere i tuoi occhi pieni di paura
    Così mi avvicino e ti sussurrerò le ultime parole che sentirai.