Speaker's Corner
Speaker's Corner
 
Alta fedeltà
   a cura di
Andrea Valbonetti

Le classifiche di Alta fedeltà »

  • David Gray in concerto
  • The Decemberists
  • Cantautori e poesia
  • Turin Brakes
  • Fischio d'inizio
  • Kings of convenience
  • Black sheep boy
  • La terra dell'abbondanza
  • Fare l'amore
  • Tramonti tra monti
  • Patrick Wolf
  • Jens Lekman
  • Bright Eyes
  • Inside Out
  • Emoh
  • Tom McRae
  • Occhi luminosi
  • Campus live: Milano
  • Buena Vista Social Club
  • REM - "Around the sun"
  • De André e Lee Masters
  • O
  • Casa
  • Una musica può fare
  • Cure senza controindicazioni



























  • Realizzato da
    Visiant Outsourcing
    Speaker's Corner
    Alta fedeltà
    a cura di Andrea Valbonetti


    Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
    Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
    Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
    Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it



    David Gray in concerto

    E’ un martedì di freddo pungente.
    31 gennaio quest’anno non perdona.
    Fuori dal Rolling Stone è tutto buio, i fari delle auto schizzano come lucciole impazzite, qualche segno della nevicata recente, aghi che si infilano nella pelle.
    Alle 20 si entra.
    Fra un’ora in punto, ovvero alle 21 proprio come recita il biglietto, salirà sul palco Mr David Gray.
    Nel frattempo i primi spettatori sono intrattenuti da un duo di ragazzi messicani che dialogano animatamente attraverso il suono di due chitarre classiche utilizzate come voce solista (il ragazzo) e come accompagnamento e batteria (la ragazza).  Grandinate di note arpeggiate a velocità incredibile e ritmi da Gipsy Kings per interpretare alcuni loro pezzi, che promuovono l’album, e alcune cover come Stairway to Heaven.
    Nel complesso non sono male, anche se non creano l’atmosfera giusta di attesa per uno dei cantautori inglesi più raffinati e romantici degli ultimi anni.
    Chi li avrà scelti?
    La sala piccola nel frattempo si riempie di un pubblico misto di giovani dai venti ai trenta, ma anche di coppie oltre i quaranta. C’è anche qualche bambino sui dieci anni con famiglia al seguito. Sicuramente l’educazione musicale di questi piccoli non poteva partire meglio.
    Come dicevo alle 21.00 spaccate, nemmeno fosse un impiegato con badge appresso, sale sul palco David Gray con la sua band.
    Una puntualità così in un musicista non s’era mai vista. Qualche sospetto si desta tra il pubblico.
    Sono vestiti in giacca e pantaloni neri, molto eleganti, tranne il batterista che si presenta con camicia hawaiana rossa a fiori e che si mostra subito il più aperto ed esibizionista del gruppo.
    Le luci si spengono e da una penombra dorata la voce di David Gray evoca forti emozioni.
    Il concerto inizia con Alibi, la prima traccia dell’ultimo disco.
    Atmosfera subito calda, lui seduto ad un pianoforte e la potenza della sua voce che incanta il pubblico.
    Semplicemente perfetto.
    Seguono in rapida successione altre canzoni dall’ultimo disco Life in Slow Motion che nell’interpretazione dal vivo splendono di un vigore musicale e vocale che, come spesso succede, non riesce a trapelare dal disco.
    Seduto sugli spalti ridotti e schiacciato da un pubblico folto, però, mi chiedo mentre il concerto scorre irrefrenabile, ma non c’è qualcosa di stonato?
    Un concerto dovrebbe essere l’occasione in cui un musicista incontra un gruppo di persone dedite alla sua musica e alla sua arte, ovvero ad una parte della sua vita non indifferente, a volte totalizzante. Si dovrebbe sempre creare un’empatia forte fra artista e spettatori. Il fatto è che, mi rispondo, se per noi l’occasione è unica ed irripetibile, per lui potrebbe trattarsi di mera routine, di un lavoro, potrebbe non aver sempre voglia di perdersi in inutili ciance, potrebbe avere avuto una giornata storta come le nostre, avere litigato con la moglie o con l’idraulico. Insomma potrebbe desiderare soltanto suonare tanto e bene e poi scendere dal palco, abbandonare le luci e riprendere la sua vita di uomo normale, senza dovere per forza aprirsi al suo pubblico.
    In effetti quella sera, sebbene dal punto di vista musicale non sia mancato nulla, versioni strappa lacrime e applausi di Sail away, My oh my, This years love, i suoi classici, versioni acustiche e destrutturate di vecchi pezzi da noi poco noti come Shine o Green pair of eyes, interpretazioni eccezionali dei pezzi più evocativi dell’ultimo disco come Slow Motion, è mancato completamente il contatto umano.
    David Gray non ha aperto quasi bocca se non per riprendere ed insultare un gruppetto di spettatori che, a dir suo, era tutta la sera che lo disturbavano con un chiacchiericcio inutile e fastidioso.
    Al di là del piccolo show del batterista che si contorceva su piatti e rullanti e agitava nell’aria bacchette prima rosso, poi giallo fluorescente, sembrava di assistere allo show di un uomo di ghiaccio, un concerto quasi da impiegato del palcoscenico.
    Nessuna sbavatura, magnifiche interpretazioni, ma carenza di contatto umano.
    Il concerto è durato quasi due ore.
    Il bis è stato chiuso addirittura con una cover dei Cure, Friday I’m in love, suonata ed interpretata alla David Gray.
    Niente da chiedere di più dalla sua musica.
    Un concerto incredibile e decisamente bello che ha messo in luce la bravura del cantautore di Manchester, ma gallese d’adozione.
    L’unico neo è avere incontrato David Gray in una serata no dal punto di vista personale o, comunque, umorale.