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Alta fedeltà
   a cura di
Andrea Valbonetti

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    Speaker's Corner
    Alta fedeltà
    a cura di Andrea Valbonetti


    Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
    Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
    Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
    Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it



    O

    Older chests reveal themselves
    Like a crack in a wall
    Starting small, and grow in time
    And we always seem to need the help Of someone else
    To mend that shelf
    Too many books
    Read me your favourite line


    Uno dei rimpianti musicali con i quali devo fare i conti è non essere riuscito ad ascoltare il concerto, tenuto qualche mese fa a Milano, da Damien Rice. I fortunati che hanno assistito alla sua esibizione live, infatti, hanno confermato, esaltato ed ammirato le qualità artistiche di questo giovane cantautore irlandese. Per rimediare alla mia mancanza imperdonabile, sebbene a distanza di parecchi mesi dall'uscita in Italia del suo primo disco, intitolato O, ho deciso di dedicargli su questa rubrica lo spazio che si merita.
    Sono profondamente convinto che, come in letteratura anche in musica, sia fondamentale una sana dose di evangelizzazione e proselitismo. Ogni qualvolta mi capita di imbattermi in un artista che ritengo valido o, più semplicemente, che mi comunica forti emozioni, diventa per me importante consigliarlo, farlo ascoltare e, in una parola, promuoverlo a tutte le persone possibili, nella speranza di rendere un buon servigio alla musica.
    In molti casi mi sbaglio.
    La mia è solo una passione.
    Sono un ascoltatore non un musicista.
    Questa volta, però, sono profondamente convito del valore del mio consiglio.
    Agli inizi dello scorso febbraio conobbi la musica di Damien Rice.
    La radio che ascoltavo quotidianamente, con assidua frequenza ed intensità, infatti, trasmetteva un paio di sue canzoni: Eskimo e Cannonball. Sembrava una musica proveniente da un passato lontano senza data, suoni di chitarre acustiche ed archi sulle quali si incastonavano la voce maschile di Damien e la voce femminile potente e soave di Lisa Hannigan, un'amica del cantautore che l'aveva aiutato a registrare le dieci tracce (più due bonus tracks) del disco.
    Credo che spulciare qualche informazione sulla biografia di un artista possa permettere di capire meglio la sua opera ed, inoltre, sia un modo per stringere un maggiore legame con persone che possono diventare, attraverso la loro musica, parte della nostra vita. Colto da una folgorazione per queste canzoni, quindi, decisi di informarmi e, girovagando per siti internet più o meno ufficiali, scoprii alcune lapidarie notizie biografiche riguardanti l'artista irlandese. Damien Rice è nato nei primi anni '70 alla periferia di Dublino. Nel 1999 decise di lasciare la band di cui faceva parte perché non sosteneva le pressioni da parte della casa discografica; gli chiedevano di comporre canzoni "radiofoniche" e di immediato ascolto, imbrigliando il suo istinto creativo. Lasciò, così, l'Irlanda per trasferirsi in Toscana e, dopo qualche tempo, iniziò a viaggiare per tutta l'Europa suonando per strada. A distanza di un anno tornò a Dublino, ricco di idee e spunti da elaborare nella sua musica. Si fece prestare soldi da vari amici che credevano in lui per incidere un demo da inviare ad un produttore. Le canzoni piacquero così tanto che il produttore decise di finanziare Damien per consentirgli l'acquisto di uno studio di registrazione portatile. Nel 2001 in Irlanda uscì il primo singolo The Blower's Daughter che entrò subito in classifica. L'album O venne pubblicato a febbraio 2002 ed ottenne immediatamente commenti entusiastici dalla critica e dal pubblico. I concerti tenuti nel Regno Unito, in Germania, in Francia ed in Spagna furono, infatti, un ulteriore segnale della positiva accoglienza di questo disco di debutto fuori da ogni schema di business discografico. Il passaparola ed il costante interesse della stampa, inoltre, hanno consentito di accrescere la notorietà del disco di Damien Rice tanto che, ad oggi, ha venduto circa un milione di copie. Una bella cifra per un disco registrato tra le pareti della propria stanza. Ciò per fortuna è la prova che l'originalità e la capacità creativa possono essere in grado di vincere sul marketing discografico e sugli "artisti" costruiti a tavolino per sbaragliare il mercato. La sua capacità di performer dal vivo, sviluppata negli anni di suonatore da strada, inoltre, ha reso i suoi concerti eventi popolari e ricercati, tanto da fargli ottenere un grande successo anche negli Stati Uniti, terra solitamente ostile ai musicisti d'oltremanica.
    La musica di Damien Rice, onesta e sincera, si colloca nella tradizione cantautorale più intima, dolorosa e malinconica di Tim Buckley, Nick Drake e, più recentemente, di David Gray.
    Si tratta di canzoni suonate e cantate con forte sentimento che trattano del lato oscuro delle nostre vite. È possibile riscontrare nei versi di Damien Rice frammenti delle nostra precarietà, dei nostri dubbi, delle nostre incertezze e delle nostre paure.
    Una musica dominata dalla chitarra acustica di Damien che arpeggia costruendo melodie dolci e romantiche (Amie e Cannonball) oppure riflessive e sarcastiche (Older chests e Cheers darlin'), ma, allo stesso tempo, sa suonare dura e distorta per sottolineare l'amaro e la rabbia impotente verso certe aspetti della vita (I remember). Una musica semplice ed artigianale che si avvale di pochi strumenti per creare sensazioni ed emozioni intense.
    La stessa voce matura del cantautore irlandese gioca su più registri, dimostrando una capacità espressiva notevole. È aiutata, poi, in questa evocazione emotiva dal suono incantevole della voce di Lisa Hannigan, la metà angelica ed il raggio di sole di questo disco buio e malinconico.
    O è un disco lento per ascoltatori pazienti che hanno bisogno di fermarsi a riflettere e a pensare senza badare al tempo che inesorabilmente scorre crudele.
    Un album schivo e lontano dai riflettori come il suo autore.
    Canzoni dall'atmosfera spiccatamente invernale da ascoltare nel silenzio di una solitudine ricercata.