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Alta fedeltà
   a cura di
Andrea Valbonetti

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    Alta fedeltà
    a cura di Andrea Valbonetti


    Disquisire sulle sottili linee che differenziano un genere musicale da un altro, trovare le influenze letterarie all'interno dei testi e della poetica di un certo musicista, recensire un album o una singola canzone, scovare le storie più strane ed irriverenti che hanno caratterizzato la vita di un artista, descrivere le emozioni che solo certi autori sanno comunicare…
    Scrivere e leggere di musica può essere appassionante quasi come ascoltarla.
    Recensioni, curiosità e rimandi tra musica, letteratura e vita saranno le trame portanti di questa rubrica: un juke box virtuale da cui trarre preziosi spunti e consigli per arricchire la propria discografia.
    Per inviare vostri articoli e proporre nuovi argomenti musicali da affrontare, scrivete a andrea.valbonetti@tiscali.it



    Quanto il rapporto tra letteratura e musica possa essere profondo, ispiratore ed incisivo è dimostrato da questo articolo, scritto da Gabriele Cordoni, ed inviato alla mia casella di posta elettronica.
    Un omaggio al più grande cantautore della canzone italiana.
    Buona lettura.

    De André e Lee Masters

    Fabrizio De André scopre l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters in gioventù e ne rimane - come molti giovani - entusiasmato per il grido di libertà, per la sorprendente sincerità dei personaggi descritti, per la quantità di elan vital da essi sprigionata. Decide però di riscrivere e musicare una parte di quei testi nel disco Non al denaro non all'amore né al cielo uscito nel 1971 dopo che il cantante genovese aveva riletto il libro del poeta americano e dopo essersi accorto che i personaggi mastersiani godevano di una particolare caratteristica: questi uomini, attraverso le loro epigrafi, gli concedevano un punto di osservazione privilegiato sul mondo, quello di colui che, morto al mondo, può guardare alle cose da un'altezza illimitata che permette un giudizio e un'analisi teoricamente inattaccabili.
    In realtà la bellezza e il fascino dei personaggi di Masters e De André risiede nel fatto che, pur essendo voci post mortem, hanno ancora un calore e una fragilità tutta umana. È per questo che ci troviamo di fronte a caratteri rancorosi, invidiosi, iracondi che trasformano il cimitero sulla collina come luogo di passaggio ad un'altra vita colma però di sentimenti e debolezze portati da "questo" mondo e mai del tutto archiviati. E probabilmente questa continua oscillazione tra punto di vista "altro e superiore" e voce ancora intimamente umana è stata la fonte della grandezza e della innegabile complessità del lavoro di De André. Il quale, per orientarsi all'interno dei 244 componimenti dell'Antologia, sceglie di concentrare la propria attenzione su due temi fondamentali - l'invidia e la scienza - estraendo sette fotografie dall'album mastersiano, a cui vanno aggiunti l'introduzione "La collina", luogo insieme fisico e simbolico che apre sia il libro sia il disco, e un personaggio chiave (ma soltanto per De André) che risponde al nome di Jones, suonatore di flauto, al quale è affidato il compito di svelare il messaggio ideologico del cantante genovese.
    Per quanto riguarda il tema dell'invidia troviamo un matto, che non risolve i propri problemi tra se stesso e il mondo se non morendo, un giudice, vittima dell'altrui cattiveria diventato carnefice per invidia e vendetta, un blasfemo che in De André ovviamente non accusa tanto Dio (come invece fa il personaggio di Lee Masters) quanto le umane leggi del potere costituito, e un malato di cuore il quale sorpassa l'invidia attraverso la "disponibilità" (la parola è utilizzata dallo stesso De André in un'intervista a Fernanda Pivano in cui spiega le ragioni e i contenuti del disco) a relazioni umane più sincere. Per quanto concerne la tematica scientifica, il cantante mutua dal poeta statunitense le figure di un medico, di un chimico e di un ottico. Ma ciò che colpisce maggiormente è il collegamento che viene a instaurarsi tra questi due argomenti e che De André sempre alla Pivano spiega in questi termini: "per quanto riguarda la scienza, essa è un classico prodotto del progresso, che purtroppo è ancora nelle mani di quel potere che crea l'invidia e, secondo me, la scienza non è ancora riuscita a risolvere problemi esistenziali". Il disco si chiude con il personaggio del Suonatore Jones, che dà il suo commiato al mondo impartendo una lezione di vita che è insieme monito agli altri e rimorso personale: l'unico modo di dare significato all'esistenza, mistificata dall'invidia inter-relazionale e inquinata dai poteri negativi della scienza asservita al potere, è quello di essere disponibili alla vita, che dovrà essere dedicata alla ricerca di una libertà immateriale, nascosta là dove i pensieri e i gesti non sono protetti da nessun "filo spinato", ma si sviluppano invece nella condizione della possibilità infinita. Soltanto così la vita potrà diventare leggera come un ballo in campagna o una melodia di violino, mentre tutte le attività, le relazioni, i sentimenti umani generano le commedie e i drammi su cui è recitato il teatro di Spoon River.