Speaker's Corner
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Dove osano le aquile
  a cura di Ivano Mugnaini


  • Verso il castello del visconte dimezzato
  • L'Africa e Karen
  • Le zolle e i pesci d'oro
  • Cuori di tenebra
  • L'uomo del mai
  • Carne ed ossa
  • Il libro di Freeman
  • Lacrime nella pioggia
  • Suonala ancora Sam
  • Il Fu Pazzia Pascal
  • Il nome della Rosa
  • I Promessi quasi-sposi

    Le rubriche di Ivano Mugnaini
  • L'ombra del vero
  • Panorami congeniali
  • Dove osano le aquile


























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    Speaker's Corner
    Dove osano le aquile
    di Ivano Mugnaini

    L'Africa e Karen

    La luna è più grande qui. C’è più spazio, fuori e dentro. Poche case, alberi, muri, recinzioni. Solo un cielo che ti sovrasta e ti insegue senza tregua. Stupendo, inesorabile. Chiaro da accecare o buio da farti pensare di essere stato inghiottito dalla notte. La luna è immensa qui. Come lei. Quando l’abbiamo vista arrivare con indosso quel sorriso insistito e quel completo beige coloniale con tanto di cappello da safari, abbiamo pensato, abbiamo sperato, che fosse una come tante. Un’europea ricca e viziata in cerca di emozioni forti. Se fosse stato così avremmo potuto ignorarla placidamente, catalogarla in un attimo e sistemarla in qualche sgabuzzino polveroso della mente in compagnia di un odio sereno, ordinario. Ma abbiamo commesso l’errore di guardarla negli occhi, la luna. Chiara, luminosa, intrigante.
    Ciglia altere e due occhi densi di miele e pioggia. Viene da lontano. La luna viene sempre da lontano. Sembra ferma, sembra tua, ma sai che se distogli lo sguardo per un istante si sposta un passo più in là. Miele e pioggia. Quella pioggia che qui è sogno, rabbia, utopia, e che lei, nella sua terra, aveva in abbondanza. Colava dai rami lassù, dalle foglie, dai fili d’erba, dai capelli, dalle dita. Cosa è venuta a fare qui? In questa pianura sterminata, tra prati nudi e solchi spalancati come labbra screpolate? Cosa è venuta a fare? Cosa vuole da noi? Mezza strega e mezza santa. L’abbiamo guardata, la luna, l’abbiamo ascoltata. Stilla parole come vino, sangue, lacrime.
    Avremmo potuto ignorarla. Se non fosse stata uguale a noi, o l’opposto di noi, o entrambe le cose. Le maschere qui da noi sono duplici, bifronti. Nere e bianche, sorridenti e tetre, serene, spettrali. Non sappiamo perché le pensiamo e le intagliamo in tal modo. Non lo abbiamo mai compreso. Le facevano così i nostri padri, e i padri dei nostri padri. Ci vengono per istinto, per abitudine, per necessità. Non riusciamo a capire le motivazioni profonde, non sappiamo dove cercare le cause, le radici. Non lo sapevamo. Prima di lei, prima del sorgere improvviso di una luna nuova.
    Santa e strega, maschera e volto nudo. La vita è fatta di paradossi, di beffe della logica a se stessa. Per capire noi, per cogliere il senso delle linee e delle rughe sulle nostre sculture e nella nostra anima, dobbiamo guardare nello specchio di un’europea aristocratica dagli occhi e dagli inchiostri azzurri, seduta altera su una sedia impagliata a guardare il nostro orizzonte con lo sguardo di cacciatore che preme lo stivale sulla carcassa ancora calda di un leone.
    Duplice nel profondo, pudica e puttana, sfruttatrice e benefattrice, coltissima e ignorante, prigioniera e libera. Lei, come noi, conosce bene l’ebbrezza e il dolore del darsi, del fare della propria esistenza una vicenda da trasmettere. Noi tramite la voce, lei attraverso la parola scritta. Sa che trasformare le vicende della propria vita in racconto è una grande gioia, forse l’unica felicità assoluta che un essere umano possa trovare su questa terra, ma sa altrettanto bene che nel medesimo tempo è una privazione, addirittura una sciagura. Ci mostriamo nudi, a viso e petto scoperto, diamo forma e trama ai nostri incubi, ai sogni, ai segreti. In cambio di una foto, una parola, qualche manciata di monete. E lo spirito si dissolve, evapora nella calura, nelle ore sterminate perdute oltre la linea opaca del pomeriggio.
    Sa cosa significa dare tutto di sé, è donna, come la terra, come l’erba succhiata dal sole. Ma è anche uomo. Non a caso come pseudonimi per la sua attività di scrittrice ha spesso scelto nomi di uomo. Così come ha assunto atteggiamenti virili, riuscendo a renderli credibili, per nulla ridicoli o forzati. E’ uomo, pur conservando ed esaltando in sé l’essenza stessa della femminilità. E’ anche assolutamente europea, con quelle efelidi che riemergono beffarde nonostante il lungo contatto con il sole. Ha radici salde lassù, nella terra scandinava, eppure oscilla, ondeggia al vento alla ricerca di un ancoraggio che la leghi al suolo delle sue passioni e aspirazioni. Sa che l’anelito di trovare se stessi è più forte in coloro che più sono in dubbio sulla propria identità e più si sentono senza luogo di appartenenza. Sa che la civiltà attualmente trionfante è un tradimento, collaudato e comodo ma pur sempre tale, verso la natura dell’uomo. Per questo è venuta a cercare qui, in queste savane, un enorme tempio dove si celebrano riti d’eternità. Un altare sconfinato su cui si sposano orrore e magia, bellezza e morte.
    Chiunque evoca templi tuttavia, chiunque li erige e li fa erigere, con la mano o con la mente, per noi è un dio. E, di fronte a un dio, noi conosciamo solo due atteggiamenti possibili, due soltanto: ci genuflettiamo atterriti con la faccia e il cuore nella polvere, oppure afferriamo un’arma e ci nascondiamo nel buio come rapaci.
    E’ aristocratica, ma ha il coraggio di dimostrarlo. Di essere se stessa. Non pretende di capirci né di cambiarci. Si mostra com’è. Diversa. Ha il coraggio, la fierezza, la malinconia, lo sgomento che ti coglie proprio mentre respiri l’immenso, la luce accecante che pare inglobarti in un abbraccio sereno. Anche lei, come noi, sa che il vero nemico è il tempo. Non quello sano, quello dell’uomo che cresce ed invecchia come un albero. L’avversario che ti punta contro l’acciaio di un fucile è la Storia, il tempo alieno che scorre a dispetto di te, e pesa come un macigno, pur ignorandoti.
    Anche lei ha imparato che solo il mutamento può salvarti, il movimento costante, la corsa, la fuga. Sa che è essenziale che tutto cambi, che ogni cosa, pur nella ripetizione, sia sempre differente. L’antilope scappa dal leone. Si salva oppure muore. C’è una sconfitta nella vittoria e una vittoria nella sconfitta. E’ questo forse il senso più profondo del mistero di questa pianura. Selvaggia, come lei. Ostile, fertile, aspra, generosa. Virile e femminea, salda ed aperta. Forse per questa ragione ha saputo conciliare i due opposti nella vita e nell’arte. Ha compreso che l’uomo e la donna sono due scrigni chiusi a chiave dei quali uno contiene la chiave dell’altro.
    Già, la chiave. Lei è la sincerità, la visione limpida, diretta. Non è un sepolcro imbiancato. Piuttosto è una pelle chiara resa bruna dal sole della rabbia, della voluttà, del dolore. Vivendo tra di noi ha capito che qui non c’è spazio né opportunità per la dissimulazione. Che l’uomo altro non è che una macchina estremamente sofisticata per trasformare il più pregiato dei vini e dei liquori in urina. Oro effimero, sacro nella sua trivialità. Ha percepito il fascino della natura cruda, autentica.
    Ha portato qui la sua falsità, le sue foto e i suoi libri e li ha resi più veri del vero, più reali del sole. Vittima e carnefice del suo stesso sogno. Adesso sa cos’è il piacere assurdo che ti squarcia in un grido, e il dolore che ti prosciuga come l’arsura di un giorno senza inizio né fine. Lei, miele e pioggia, è diventata sabbia e sete, creta spalancata in un sorriso di resa e trionfo.
    Non è parte dell’Africa ora. Non è dentro né fuori. Lei è l’Africa. Gli occhi azzurri della scandinava adesso sono l’ombra e il riflesso del nostro cielo. Andrò da lei con una maschera di legno sulla faccia. La guarderò negli occhi e le scaglierò nella testa e nel cuore l’acciaio della verità. Ciò che ci ha rubato. Ciò che ci deve. Andrò da lei, sì. Con una maschera che non le consenta di vedere se sono bianco o nero, falso o sincero, estraneo al suo mondo o parte di esso. Se sono foto o un volto reale, una storia che lei potrà costruire, stravolgere e rimettere insieme. Le tessere di un mosaico che né io né lei sapremo collocare nel modo giusto. Mistero destinato a restare oscuro e abbacinante. Come questa terra, che, forse, è mia. Luce agra di una sconfitta annunciata. Limite invalicabile, distanza incolmabile che, nel chiarore dei suoi occhi, nella bugia ammaliante delle sue parole, può svanire. E rinascere. Tramite l’immaginazione, tramite la scrittura, la mia maschera può prendere corpo e senso, smarrirlo, ritrovarlo. La sconfitta diventa finalmente vittoria. La nobildonna danese genera il sogno della sua Africa. Lo uccide e gli dà un’altra vita. Come il fuoco che brucia la savana di follia e passione. Lasciando spazio ad un’erba nuova. Il sogno eterno di una pioggia di miele ignara di lacrime.

    Ivano Mugnaini