Speaker's Corner
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Dove osano le aquile
  a cura di Ivano Mugnaini


  • Verso il castello del visconte dimezzato
  • L'Africa e Karen
  • Le zolle e i pesci d'oro
  • Cuori di tenebra
  • L'uomo del mai
  • Carne ed ossa
  • Il libro di Freeman
  • Lacrime nella pioggia
  • Suonala ancora Sam
  • Il Fu Pazzia Pascal
  • Il nome della Rosa
  • I Promessi quasi-sposi

    Le rubriche di Ivano Mugnaini
  • L'ombra del vero
  • Panorami congeniali
  • Dove osano le aquile


























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    Dove osano le aquile
    di Ivano Mugnaini

    Il nome della Rosa

    Del mio viaggio in Italia ricordo soprattutto il freddo. Altro che "paese d'o sole". Giornate intere a cavallo lungo mulattiere circondate da prati ghiacciati e neve sporca di fango. Ore ed ore di viaggio con il vento che sferza la faccia in mezzo a lande desolate. In più, come aggravante, l'obbligo del silenzio. Il mio aplomb britannico mi impedisce di lamentarmi come vorrei. E ne avrei di cose da dire, se potessi. Non mi è concesso però: un po' per le origini e l'educazione anglosassone, un po' per il mio ruolo di guida nei confronti di questo ragazzotto che mi hanno messo accanto in questa peregrinazione su sentieri pietrosi. Adso da Melk, si chiama, il giovane. E' un crucco, parla con una erre arrotata come una lama ed è grezzo come una pagnotta di pane di granturco intinto in una caraffa di birra scura. Inoltre, e il sospetto è quasi certezza, ha la tendenza ad indulgere nel peccato della menzogna. Tende a vedere e riferire le cose in un modo tutto suo. Fintamente ingenuo. Fintamente ingenuo ma non ingenuamente finto. Tutt'altro.
    In ogni caso io con lui non mi posso lamentare, né del viaggio né del suo frequente scivolare in pozze più o meno melmose di bugie. Lo hanno affidato a me, il giovane crucco, così come mi hanno appioppato, senza minimamente chiedere il mio consenso, questa missione sul suolo italico. Spedito qui, come un plico postale, verso queste cime scarne e buie di monti. Con tutti gli acciacchi, i reumatismi e le artriti che, nonostante la mia abitudine di tenere la schiena alteramente diritta, mi porto addosso da anni. E pensare che io sognavo una vacanza in riviera. Un po' di sole, qualche pigra passeggiata, un po' di Chianti e un po' di Verdicchio, con moderazione ma neanche troppa, un piatto abbondante di trenette al pesto, mezza pagina di un buon libro ed un'ora bella intera di pennica, come dicono dalle parti del Pontefice.
    La cosa beffarda è che il mare non è lontano, in linea d'aria, da queste catene di monti. E' laggiù, dal lato opposto del crinale. Santa Margherita, Rapallo, Camogli. Una settimana da quelle parti mi rimetterebbe all'onor del mondo. Invece sono qua, su questa specie di equino di marmo che si muove a stento, con questi sandali da francescano che, con tutto il rispetto per quel sant'uomo di Assisi, d'inverno sono una discreta tortura, valgono almeno quanto una trentina di giorni di digiuno realizzato a scopo di penitenza e contrizione.
    Eccola, finalmente, l'abbazia. Imponente, massiccia come un castello e tuttavia raccolta, gioviale, un grumo di case e voci raccolte attorno ad uno spiazzo, un borgo, una minuscola città. Entro lentamente, scendo da cavallo e mi guardo attorno con sollievo. Assorbi i colori, gli odori, i suoni. Ognuno è al suo posto, gli uomini, gli animali, gli oggetti, gli strumenti. Ciascuno ha un ruolo, una dimensione. Per un istante assai simile a ciò che credo possa essere la beatitudine respiro l'ossigeno rarefatto dell'armonia.
    La infrange un attimo dopo la voce chioccia dell'abate. Ci è venuto incontro per darci il benvenuto e accompagnarci nelle nostre stanze. Ci conduce attraverso il cortile e ci illustra lo scopo e la funzione dei vari edifici. Il tutto dà un'impressione di equilibrio, di completezza.
    Rifletto tra me e me, mentre l'abate continua a parlare a ruota libera, su questo microcosmo incastonato tra le montagne. Penso che qui potrebbe esserci modo e spazio per costruire e vivere la pace.
    La pace che, è questo il compito che mi è stato affidato, sono chiamato a rincorrere, ad inseguire. L'imperatore mi ha dato l'incarico di fare da mediatore tra il Papato, l'Impero e l'ordine francescano. L'impresa è ardua ma proverò con tutte le mie forze. Speravo di trovare un alleato in questo sacro luogo, invece, ad aggravare le cose, ad aggiungere male al male, intervengono una serie di delitti. Oddio, non è che mi dispiaccia, a dire il vero. No, non vorrei essere frainteso. Non è che mi rallegri il delitto in sé e per sé. Nulla mi è più alieno. Mi rallegra tuttavia la possibilità di mettere in moto le meningi per cercare di scoprire il colpevole. Per ricostituire l'equilibrio. Ma anche, lo confesso, per titillare il mio orgoglio. Eh sì, nessuno è perfetto. Adso è un millantatore ed io un egocentrico. Proprio una bella coppia. Ma di fragile creta, si sa, è l'umana natura. Ognuno ha bisogno di una malta che la tenga assieme. Io ho l'orgoglio, Adso la capacità inventiva, diciamo così, più qualcos'altro di cui dirò oltre.
    Ognuno dei frati che vivono e lavorano qui dentro ha una sua passione, sorella gemella di una colpa. Il nostro fondatore, ancora lui, chiamava la Morte Sorella. Se non temessi di essere inteso male direi che allo stesso modo si potrebbe chiamare Fratello il Peccato. Ognuno lo ospita, lo ha accanto a sé e dentro di sé. Tocca a noi cambiarlo, se e quando possiamo, cambiando noi stessi.
    Ciascuno degli uomini che è invecchiato e morto in questa abbazia è convissuto con il pensiero dell'imperfezione, dell'umana debolezza. Ha messo a nudo un punto vulnerabile, un tallone d'Achille delle membra e dello spirito. Ha dimorato con l'incertezza, con il dubbio.
    Solo un uomo fa eccezione, Jorge da Burgos. Afferma di essere cieco ma in realtà vede meglio di me. Molto meglio. Io senza questo prototipo di occhiali che indosso non distinguo Adso dal mio cavallo. Il che potrebbe essere scomodo, e molto pericoloso, per entrambi. Jorge invece, pur con quegli occhi cerulei e vuoti, vede alla perfezione. Con le pupille, intendo. Per il resto, al contrario, a mio parere non vede un ciufolo, sia detto senza malizia.
    Odia il riso. Questo è il punto cardine della sua percezione delle cose. Lo odia perché, a suo avviso, gli esseri umani che ridono si prendono beffe della divinità e si allontanano dalla realtà. Vorrei tanto non indossare questo abito per poter liberamente definire, con la giusta parola, usando tutte le zeta necessarie, la sua tesi. Il Creatore, comunque e dovunque Egli sia, non può non gioire del riso delle sue creature. Si è mai visto un padre che, seppure in silenzio e mantenendo un'espressione compita, non sia felice di sentir ridere i suoi figli? Io credo di no. E se così fosse quello non sarebbe degno di essere onorato come padre. In più, vedendo la cosa dal basso, dalla polvere e dall'erba di questo mondo, quale omaggio migliore può fare una creatura alla grandezza e alla perfezione del Creatore e del Creato se non mostrando la sua gioia attraverso il riso? Quando si può, ogni volta che ci è concesso, il riso è una forma di preghiera.
    Qui mi rendo conto di una, anzi di due cose: una è che mi sono infervorato e sono diventato color fucsia. Colore tipico di noi dell'isola di Albione, sia quando prendiamo il sole mediterraneo, sia quando, e qui chiedo ancora venia, vediamo passare una bella figliola con tutte le forme al loro benedettissimo posto. La seconda cosa di cui mi accorgo ora è che, come direbbe Adso, su certe cose mi accaloro, predico e divento indigesto come certe lezioni di algebra che, con un'improvvisa preveggenza, immagino da qui a qualche secolo diffuse alle quattro di notte da colleghi professori rintronati tramite un tubo magico detto "catodico".
    Comunque, sia quel che sia, ciò che ho sostenuto lo penso e lo confermo: il riso di per sé non è peccaminoso, è uno sprazzo caldo di sole nel cammino dell'esistenza. E nella vita, io ne so qualcosa, gli sprazzi di sole sono preziosi. Lo sarebbero anche ora in questo casermone congelato di abbazia.
    La vera cecità di Jorge sono le sue certezze. Il reale veleno, quello che usa per uccidere gli altri, quello che un giorno ucciderà anche lui, è la mancanza di dubbi. Jorge considera la morte meno peccaminosa del riso e del piacere. La morte lo attrae, gli è gradita. Il riso invece lo disgusta e lo terrorizza. Perché quando l'uomo ride vede al di là della propria ombra, vede il lato nascosto della luna, ciò che c'è e ciò che non c'è ma è ugualmente importante. E' un piccolo creatore l'uomo, quando ride. Pur con tutte le sue limitazioni riesce a dare forma e misura ad un mondo altro, un mondo nuovo.
    Un mondo in cui per Jorge e per chi la pensa come lui c'è poco posto. Assomiglia a certi politici, Jorge. A gran parte di loro. Del passato, del presente, e, ne sono certo, del futuro.
    Credono che per mantenere il potere si debba possedere la ragione assoluta, la verità che non ammette repliche. Si fabbricano un credo, uno qualunque, purché granitico. Lo difendono ottusamente, giorno dopo giorno, a colpi di parole e veleno. Sordi all'ascolto, ciechi alla possibilità di dialogo. Hanno bisogno, questi politici, proprio come Jorge da Burgos, di uomini tali e quali a Bernardo Gui: strumenti crudelmente efficaci nelle loro mani. Schierati da sempre a fianco del potere, qualunque sia, non certo per convinzione reale ma per dare sfogo, sotto le insegne della legge e dell'ordine, alla loro sete di violenza, al loro innato istinto di sopraffazione.
    Esco di nuovo in cortile a prendere un po' d'aria. Spero così di stemperare almeno in parte il bruciore delle guance e il relativo color ustione. Mi soffermo a osservare due monaci che lavorano nell'orto. Gesti sapienti, sensati, misurati. A volte penso che i soli uomini felici siano quelli che sanno dedicarsi a cose semplici, le piante, le vigne, la copiatura paziente dei codici. Io, personalmente, non ci riesco. Il mio fegato, conseguentemente, ha minacciato più volte di partire da solo in vacanza verso isole esotiche. Io continuo a rimuginare contro Jorge, a combatterlo con ogni mezzo, fino allo scontro finale. Non mi fermerò fino a quando non lo avrò sconfitto. Anche se, temo, ciò porterà fuoco e distruzione in questo luogo. Le vigne e le piante officinali saranno cenere. Nere e sbriciolate saranno le travi dello scriptorium, il luogo più splendido di questo edificio. E' lì che sognavo di ritirarmi un giorno, davanti ad un tavolo di legno pregiato a sfiorare con dita lievi un volume antico. Tra corni da inchiostro, pietra pomice, regoli per tracciare linee ed un leggio. Libri ed ancora libri. Da guardare, da leggere, da respirare. E' finita come è finita, invece. Jorge ha bruciato se stesso e l'intera abbazia. Sono riuscito a salvare alcuni libri però. Potrò farli copiare, e ricavarne altri volumi, ed altri ancora.
    Adso, se fosse qui ad ascoltarmi, direbbe che sono un vecchio pazzo e maniaco. Lo direbbe, certo. Ma non c'è. Nonostante ciò che ha raccontato a destra e a manca circa la sua inattaccabile temperanza, dopo aver conosciuto l'amore carnale è partito per la tangente. Se n'è andato a vivere con la ragazza bruna salvata dal rogo un attimo prima dell'ineluttabile. Dopo averle fatto fare un opportuno e prolungato bagno, l'ha stretta a sé di nuovo ed è giaciuto con lei. In senso biblico, inutile specificarlo. Adesso vivono in una casupola in affitto, con tre figli, due cani e svariati gatti. Uno, chissà perché, l'hanno chiamato Bernardo. Un omaggio ai tempi andati, forse. Adso lavora come artigiano ora, nel borgo ai piedi della montagna.
    Ieri mi ha scritto una lettera. Mi ha confidato che la questione maggiore attualmente non è quella di arrivare al Finis Africae per trovare il libro misterioso nascosto da Jorge. Il problema reale è quello di arrivare a Finis Mese con quello che riesce a guadagnare. E' d'accordo anche sua moglie Maria Rosaria. Per gli amici Rosa.

    Ivano Mugnaini