Speaker's Corner
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Dove osano le aquile
  a cura di Ivano Mugnaini


  • Verso il castello del visconte dimezzato
  • L'Africa e Karen
  • Le zolle e i pesci d'oro
  • Cuori di tenebra
  • L'uomo del mai
  • Carne ed ossa
  • Il libro di Freeman
  • Lacrime nella pioggia
  • Suonala ancora Sam
  • Il Fu Pazzia Pascal
  • Il nome della Rosa
  • I Promessi quasi-sposi

    Le rubriche di Ivano Mugnaini
  • L'ombra del vero
  • Panorami congeniali
  • Dove osano le aquile


























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    Dove osano le aquile
    di Ivano Mugnaini

     

    Il Fu Pazzia Pascal

    Eccomi di nuovo qui. Riesumato. Prelevato dal Limbo in cui me ne stavo placido, o perlomeno muto. Costretto, ora, a tornare sul palcoscenico, a spalancare di nuovo le braccia e la bocca. Obbligato a parlare, come fanno, persino troppo, i vivi. Io sottoscritto, Mattia Pascal, sottoscrivo invece che sono deceduto, definitivamente e da tempo ormai, e che vorrei davvero starmene in pace una buona volta. Sì perché, detto tra noi, fare il morto-vivo, o il vivo-morto che dir si voglia, stanca parecchio, stanca infinitamente, credetemi. Stanca da morire, stavo per dire. Ma oggi non sono in vena di umorismo. Quello, l’umorismo intendo, è prerogativa del mio padre letterario.
    Già perché il mio genitore, il siciliano di Agrigento ben noto al mondo, l’umorismo lo adorava. Una forma di umorismo tutto suo, è necessario aggiungere, asprigno anziché no. Sui generis, a partire dal tempo e dal modo in cui mi ha concepito: ha dato vita al mio personaggio mentre vegliava la moglie afflitta da una paresi alle gambe di origine nervosa. Tanto normale, diciamocelo, non potevo venire! Di una cosa comunque lo ringrazio, il mio creatore: il nome Mattia. Mi sta a pennello. La mattia, la follia, la pazzia sì, affermiamolo chiaro e senza ipocrisie, è il veleno e la cura. Mi ha sempre aiutato a tirare avanti. Mi ha dato anche qualche soddisfazione, così, en passant.
    Il cognome, al contrario, ad essere sincero non mi piace. Certo, suona bene, è solenne, altisonante. Mi ricorda troppo Blaise Pascal, tuttavia, il filosofo. La filosofia di soddisfazioni me ne ha date molte meno. E’ una di quelle compagne di viaggio puntuali e precisine, quelle che hanno sempre ragione, sanno tutto di tutto e non ti perdonano mai. Non concepiscono una carta di caramella gettata per terra né una bugia gettata sul tavolo dell’esistenza, per gioco o per necessità. Lei, la filosofia, ama e corteggia la verità. Sicuro! La signorina Filosofia, bella, ricca di famiglia, intelligente e nobile di stirpe, se ne può permettere il lusso. Io invece la guardo, la ammiro la verità ma non ho il coraggio di fissarla negli occhi. Ogni volta che penso alla verità mi vengono in mente le parole di un biologo francese di nome Rostand: Mai la verità aiuta a soffrire meno. Io sono d’accordo con lui. Dal mio punto di vista intendo, secondo la mia esperienza personale, la penso come lui. Già, ma qual è il mio punto di vista? Ossia, per dirla in termini essenziali, cosa caspita sono io? Un personaggio di fantasia, puramente fittizio, immaginario, oggi direbbero virtuale. Non c’è dubbio. Ma la virtualità è tutto ciò che ho, è la mia dimensione, la mia verità.
    Ed ecco che tutto torna. Anche se, lo riconosco, la sola realmente sicura è un timore, un rischio, quello di non aver capito un emerito... nulla. Il mio creatore, nel dialetto della sua terra, direbbe di non aver capito un’emerita minchia. O magari non lo direbbe, perché lui è serio. Però lo penserebbe. Credo proprio che anche voi, ascoltatori, lettori, audience in carne ed ossa, il rischio suddetto lo corriate spesso. E’ nella logica delle cose. O nella mancanza di logica. Il rimedio, se c’è, è uno solo: il gioco. Anche nel senso di recitazione. Far finta di esser vivi, e, a volte, fare anche finta di esser morti. Allora, come vedete, da minchione da commiserare passo, in quest’ottica, ad essere un prototipo. Quasi come i primi modelli delle automobili per cui, già all’epoca della mia nascita, si esaltavano tanto quei pirla dei futuristi riempiendo pagine intere di “vroom”, “clang”, ed altre boiate onomatopeiche. Qui divago, mi rendo conto. Me lo posso e me lo debbo permettere, tuttavia. Un po’ perché, si sa, sono Mattia. Un po’ perché, dovendomi rimettere a parlare dopo anni, mi concedo perlomeno il gusto di andare a ruota libera, stavolta.
    Tornando a bomba (altro oggetto particolarmente caro ai pirla di cui sopra), vi dicevo poco fa che a volte capita a tutti, come a me, di voler far finta di esser morti. A me è successo dopo uno dei rari momenti in cui sono stato totalmente felice. Negli attimi in cui nel Casinò di Montecarlo la pallina bianca ruotava all’interno della roulette. La fissavo, ebete e beato, né morto né vivo, ipnotizzato, sospeso, assorbito dall’ondeggiare di lenta marea dell’attesa. A metà tra delusione e trionfo, gioco e rovina. Immune al dolore, fuori dal raggio d’azione del reale, seppure per qualche secondo. Ugualmente lontano dal prima, la speranza di vincere, e dal dopo, il pensiero del risultato. Stavo bene in quella sospensione del tempo. Poi, alé, la vincita, il colpo di fortuna apparente che cambia le prospettive. La sorte, dopo avermi negato il solo vero amore della mia gioventù, dopo avermi legato a doppio filo a mia moglie, racchia fuori e dentro, e ad una specie di aguzzino che amministra i miei soldi, si è divertita anche a regalarmi l’illusione della fuga. Mi ha mostrato una bella porta spalancata al di là di cui c’era il vuoto, il nulla. L’istinto, dopo aver vinto i soldi, è stato quello di svoltare, di cambiare rotta. A soffiare vento sulle vele della fuga è intervenuto l’articolo letto per caso su un giornale che parlava del mio suicidio. La sensazione che dà leggere della propria morte è difficile da descrivere. Altro che “transumanar non si porria per verba”. Qui si tratta di “trasudar liquido caldo e cercar di primo acchito gli attributi con intento scaramantico ovvero apotropaico”. In un secondo momento tuttavia, una volta riuscito a richiudere la mandibola spalancata, è quasi divertente. Proietti la mente alla visione della tua salma tutta seria ed immobile sopra un letto circondato da parenti e amici, se così si può dire. Ed è grandioso l’attimo in cui, pensando alla tua salma e sentendoti ancor vivo, in qualche modo, ti viene da ridere. Immaginando il cadavere di te stesso sul letto matrimoniale col gessato nero e i piedi nudi e leggermente pelosi, ti sembra di vederlo ridere. Ridere. A tradimento, con le guance che si gonfiano e arrossiscono, tra un pianto più o meno falso di qualche cugino più o meno infame. Allora accade che, sul treno che dovrebbe riportarti a casa, ti sorprendi a ridere da solo. Anzi, non da solo: assieme all’altro te, l’immagine di te stesso disteso con le braccia incrociate sul petto che sobbalza, a tratti, per l’ilarità. Bello. Imbarazzante, un po’ macabro, ma bello.
    Ancora meglio sarebbe stato poter assistere, da vivo, al proprio funerale. Vedere chi è addolorato davvero e chi invece pensa agli affari suoi. Chi lacrima compunto e chi, distratto, avanza caracollante seguendo il ritmo delle natiche di qualche matrona frignante per partito preso. Ovviamente non mi è stato possibile. Ho potuto solo visualizzare mentalmente la scena. Peccato. Mi sarebbe piaciuto osservare mia moglie e mia suocera, sante donne, piangermi in pubblico plateali come prefiche di qualche tragedia minore, per poi sotterrarmi con cuore da commedia, leggere e felici e senza neppure chiedermi se la temperatura della terra fosse di mio gradimento.
    Pensando al mio funerale ho capito, se mai ce ne fosse stato bisogno, che siamo nel bel mezzo di un farsa. Maledettamente seria, e, non di rado, seriamente maledetta. La vita. Parola grande che riempie la bocca e la mente. Non certo di acque limpide. Preso atto di questo, ho provato a rispondere come ho potuto. Inventando un altro me stesso: Adriano Meis. Il cognome, non necessita particolare perspicacia per comprenderlo, sta a significare qualcosa come “per conto mio, per i cavoli miei”. Ho tentato di contrastare con le sue stesse armi il destino. Sì, insomma, la sorte, il caso, qualcuno, nell’epoca attuale, la chiamerebbe la sfiga. La sostanza non cambia; né cambia l’esito. Alla fine è sempre lei che ti frega. E’ anche giusto dire che, comunque, nelle pause, negli intervalli, mi sono anche divertito un bel po’. Quando il sipario era abbassato, quando riuscivo a vedermi vivere senza pensare troppo al significato generale della pièce.
    Ho riso, ad esempio, quando ho sperimentato l’ottusità della burocrazia, quella che ha cercato in ogni modo, riuscendoci, di mettere il bastone tra le ruote ad uno che, essendo ufficialmente morto, tutto sommato non era dispiaciuto di potere e dovere restare immobile, in una placida inerzia. All’inizio, certo, ho provato a reagire con tutte le mie forze. Ho concluso però che se non c’ero riuscito da vivo, in versione originale intendo, era davvero assai improbabile che riuscissi come surrogato di individuo dotato di pensiero e respiro. Mi sono sentito molto simile e solidale ai vivi, quelli “normali”, quando ho avuto bisogno degli enti pubblici e quando mi sono trovato nella necessità di denunciare un furto. Lì, più che mai, ho provato la sensazione di avere consistenza fisica ma di risultare, in fin dei conti, notevolmente morto.
    Ho compreso, se così posso esprimermi, che per fregare la vita bisogna prenderla assolutamente sul serio e sul serio per niente. Non è una gran scoperta, d’accordo, e non risolve nulla. Però è tutto ciò che so. Non sono un gran filosofo, ve l’ho detto. Riesco appena appena a convincere me stesso. E tutto sommato mi basta. La nostra chiacchierata sulla mia vita e la mia morte penso possa chiudersi qui. Torno a fare il personaggio, muto per fortuna, di un romanzo. Le parole che dovrò riprendere ad esprimere le ha già messe su un foglio il mio creatore agrigentino. Tornerò d’ora in poi ad occupare il mio tempo con un altro gioco: immaginare le facce e i pensieri di quelli che leggono il romanzo che parla del sottoscritto. Vedrò sulle loro labbra altri infiniti sorrisi amari per la mia sorte di uomo morto più volte, e, in definitiva, mai vissuto. Aggiungo però, in qualità di congedo, una postilla a mo’ di sunto e succo agrodolce di questo mio strampalato monologo.
    Dopo una vita di carta come impiegato di una biblioteca poco o nulla frequentata, dopo una vita di morte, priva di documenti e di solidità sociale, ciò che mi resta, nei secoli, è una vita di... niente. Tutto ciò è vero, inoppugnabile. Confermo e ribadisco però che io, Mattia Pascal detto Pazzia, considero il mio niente molto meglio della morte, ed anche della vita di mia moglie, di mia suocera e dei loro simili ed affini. Ribadisco altresì che, seppur misero e non esattamente baciato dalla sorte, mi sono fatto anche, non di rado, qualche bella, grassa, assurda e dolcissima risata. Fittizia, d’accordo, virtuale. Ma quanto mai polposa e gustosa. Inattaccabile.

    Ivano Mugnaini