Speaker's Corner
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Dove osano le aquile
  a cura di Ivano Mugnaini


  • Verso il castello del visconte dimezzato
  • L'Africa e Karen
  • Le zolle e i pesci d'oro
  • Cuori di tenebra
  • L'uomo del mai
  • Carne ed ossa
  • Il libro di Freeman
  • Lacrime nella pioggia
  • Suonala ancora Sam
  • Il Fu Pazzia Pascal
  • Il nome della Rosa
  • I Promessi quasi-sposi

    Le rubriche di Ivano Mugnaini
  • L'ombra del vero
  • Panorami congeniali
  • Dove osano le aquile


























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    Dove osano le aquile
    di Ivano Mugnaini

     

    Lacrime nella pioggia

    Ci state ronzando attorno da troppi anni. Non possiamo ignorarvi più. Con quelle vostre navicelle scalcinate percorrete sentieri stellari sempre più ravvicinati. Per decenni vi abbiamo lasciati fare. Eravate distanti, fuori dai nostri domini. Guardavamo i vostri fuochi e le vostre costruzioni con gli occhi distratti di un falco che osserva un formicaio. Ora siete diventati insetti volanti. Sbattete ali frenetiche ad un palmo dal nostro spazio.
    Vi dobbiamo curare per forza, dobbiamo studiarvi da vicino. Ah, dimenticavo, noi siamo quelli che voi definite “androidi” o “replicanti”. Simili a voi in tutto e per tutto, ma non come voi. No, non siamo come voi. Per la verità, aspetto esteriore a parte, abbiamo poco o nulla da spartire con la vostra specie. Non siamo né migliori né peggiori. Siamo un’altra cosa. La definizione precedente l’ho utilizzata per amore di chiarezza, per cercare di rendermi comprensibile, per agevolare le vostre capacità intellettive. In realtà è sbagliata, errata alla radice: non siamo androidi perché non siamo stati generati da voi né prendendo voi come modello. Meno che mai siamo replicanti nell’accezione a voi cara. Siamo una specie a parte che, per una delle miriadi di combinazioni possibili, ha avuto la ventura di assumere un aspetto in qualche modo apparentabile al vostro. In realtà vantiamo un’origine ed un processo evolutivo del tutto autonomi. Non ci siamo mai manifestati finora per un motivo assai semplice: non ci interessavate. Eravate un vicino confusionario che guardavamo ogni tanto da una finestra protetti dalla certezza di poter vedere senza essere visti. Ora il timore che ci piombiate in casa da un momento all’altro ci obbliga ad approfondire la conoscenza.
    Avremmo potuto analizzare i vostri saggi, le dissertazioni, le ipotesi erudite sulla vita, sullo spazio e sul tempo, su altri mondi, altre esistenze. Abbiamo provato, ma sono risultate più inconsistenti del pulviscolo. Abbiamo dovuto mutare rotta: ci siamo interessati alle vostre visioni di fantasia, abbiamo capito che spesso a voi capita di percepire le cose con più acutezza quando sognate, quando lasciate libero sfogo all’immaginazione piuttosto che quando tentate di ragionare. Ci ha colpito in particolare un film di qualche anno fa: “Blade Runner”. Lì sembra che parliate di noi. O meglio, di ciò che noi potremmo apparire a voi. Come in un gioco di specchi, per scrutare voi abbiamo scelto l’immagine di noi vista dalla vostra mente. Complicato sistema di rifrazioni. Più facile a realizzarsi che a dirsi.
    Blade Runner, dicevo, vale a dire, in una traduzione piuttosto libera, “Il Corriere della Lama”. Gli altri, quelli che non rispondono al canone prestabilito o non sottostanno alle regole, giuste o sbagliate che siano, sognate di accarezzarli con una lama all’altezza della gola. Un gesto d’affetto molto profondo. Siamo commossi. Partendo da queste basi, da questo mirabile biglietto da visita, verrebbe fatto, per prevenire l’amorevole massaggio alla carne del nostro collo, di farvi fuori, sterminarvi preventivamente. Così, a prescindere. Per vostra fortuna tale pratica non rientra nella nostra natura. E il bello è che il software specifico lo abbiamo progettato ed installato da soli.
    Proviamo dunque a capire il problema di fondo. Avete un innato bisogno di definizione e catalogazione. In Blade Runner si ipotizza l’utilizzo di un test, il Voight-Kampf, che permette di distinguere un replicante da un umano. Deckard, il protagonista del film, è uno dei pochi a conoscerlo e a saperlo applicare. A noi pare chiaro che tale prova di omologazione altro non sia che una perdita di tempo oltre che il trionfo dell’assurdità. A voi, per fortuna, dei replicanti o presunti tali non interessa un bel niente. Vi interessa moltissimo, al contrario, rendere chiaro il messaggio a coloro che, per colore della pelle, idee politiche, inclinazioni personali, modo di pensare e di sentire, si discostano, provano a seguire cammini individuali. Quelli che, quando passano davanti ad un metal-detector ideale, fanno suonare a distesa tutti gli allarmi. E’ su questi che in realtà applicate, in varie forme e con diverse tecniche, la legge della lama.
    L’idea del test non sarebbe sbagliata in sé e per sé. Solo che è male utilizzata. Sarebbe più sensata se praticata in modo trasversale. Non per identificare gli “altri”, quelli fuori schema rispetto a parametri imposti dall’esterno. Potrebbe funzionare in modo proficuo per vedere, ad ogni incontro, ogni sguardo che incrociate, se c’è affinità profonda, nelle emozioni, nella sim-patia, nella capacità di condividere gioia e dolore, il buio e la luce. Credo proprio che ognuno di voi possieda già le formule chimiche, gli impulsi elettrici, l’alchimia di brividi e pensiero per effettuare personalmente il test. Oppure, meglio ancora, molto meglio, per non effettuarlo per niente. Lasciarsi andare alla bellezza dell’istinto che spegne la ragione e lascia spazio di manovra al sangue, al cuore, ai polsi, al sudore dolce che sfiora la pelle.
    Come vedete sappiamo sognare anche noi. E, esattamente come voi, prediligiamo i sogni realizzabili. Ma torniamo al vostro sogno di celluloide. Abbiamo apprezzato anche l’idea di ambientare le vicende di Blade Runner in un futuro distante, un’isola del tempo protetta e circondata dall’oceano della distanza. Ci fanno sorridere comunque, ad essere sinceri, un paio di cose. La prima è di ordine strettamente cronologico: l’anno 2019 scelto dallo sceneggiatore e ritenuto all’epoca prudentemente lontano, ora, a ben pensare, è già quasi in vista, è là davanti, uno scoglio dritto a prua. L’altra cosa umanissima (superlativo affettuoso, in questo caso) è la paura di parlare direttamente di voi, del vostro tempo. E’ evidente che Blade Runner non è un film sul futuro. Parla al presente, presente assoluto, schiettamente indicativo potremmo dire. Era attuale quando è stato concepito e realizzato, attorno al 1982, e lo è oggi nella stessa misura. Non è necessario pensare al 2019 per vedere megalopoli strangolate dall’inquinamento, flagellate da una pioggia acida e senza tregua. Città sconfinate in cui i ricchi, dai piani alti dei loro grattacieli, scrutano con malcelato disgusto il fiume fangoso della plebe prodotta dalla sovrappopolazione. Panorami urbani in cui i potenti sfrecciano a bordo di automobili extralusso, preferibilmente di colore blu, a fianco, o, all’occorrenza, direttamente sulla testa dei miserabili che, sotto l’inesorabile stillicidio, usano ancora gli ombrelli. Gli uni sovrastano cumuli di immondizie, gli altri sono costretti a muoversi tra di esse in uno slalom senza fine né meta.Gli unici che se la godono alla grande sono i tecnocrati, simboleggiati nel film dal magnate Tyrell, inventore e padrone dei “replicanti” nella vostra versione. I prodotti dell’ingegneria genetica sono adibiti, come schiavi, ai servizi spaziali più degradanti o rischiosi.
    Anche questa, sinceramente, ci è parsa una proiezione mentale piuttosto chiara. Gli esseri “confezionati” appositamente per svolgere mansioni in qualche modo subordinate e funzionali al mantenimento dello status quo assomigliano notevolmente a schiere intere di uomini che abbiamo avuto modo di osservare. Operai ed impiegati, ma anche professori, manager, quadri sistemati e collocati al millimetro, inchiodati a candide pareti da abili progettisti di ambienti.
    Forse anche la scintilla che in Blade Runner provoca la ribellione, la brevissima durata della vita delle creature artificiali, altro non è che un messaggio, un grido di allarme. Vivere solo quattro anni come i prodotti della Tyrellnon è molto diverso infondo da vivere una vita che non è tale. Chi prova ad opporsi tuttavia deve fare i conti con il detective Deckard, paladino dell’Ordine. La cosa ulteriormente divertente è che il pubblico è condotto per naturale tendenza ed abile manipolazione a fare il tifo per lui. In pratica a fare il tifo contro se stesso. Non solo: il film nel finale mostra la pietà del replicante. Colui che non avrebbe mai beneficiato di un gesto di clemenza è mostrato nell’atto della più estrema generosità.
    Ci è piaciuto comunque, al di là di tutto, l’impianto generale del film. Ciò che sta dietro, ciò che si muove sotto la superficie. L’eroe e l’antagonista, Deckard e Roy, si accorgono, nel punto culminante della vicenda, di non essere diversi l’uno dall’altro. Entrambi sconfitti in ogni caso. Vittime di un gioco le cui regole sono imposte da altri. Ci è piaciuto ciò per cui entrambi lottano: una vita più vera, più autentica. Roy non ottiene per sé ed i suoi simili un’esistenza più lunga, ma aver lottato con tutte le forze gli regala istanti di libertà e la poesia del ricordo, la conquista effimera ma preziosa dell’individualità: Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi... Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi beta balenare nel buio davanti alle porte di Tannhauser.
    Deckard trova la sua libertà nella scoperta dell’amore. La sola ricchezza che non si trova nel listino prezzi delle multinazionali. E non importa sapere se Rachael è stata programmata o meno per sopravvivere quanto basta e invecchiare assieme a lui nel mondo della Luce. L’incontro con l’amore non ha mai fine. Un istante sfida le galassie del nulla.
    A proposito di galassie, dobbiamo dirvi che la visione del film è stata per noi tutto sommato rassicurante. Manterremo la vigilanza armata, nel caso in cui vi avvicinaste ancora un po’ al nostro territorio. Abbiamo concluso tuttavia che una qualche forma di dialogo è possibile. Sperando che per voi non suoni come un’offesa, possiamo dirvi che abbiamo parecchio in comune. Anche da voi è necessario difendersi per non integrarsi, a almeno per non integrarsi fino al punto dell’annichilimento. Anche da voi il diritto all’aria da respirare, reale e metaforica, è pratica quotidiana di lotta. Anche voi continuate ad emozionarvi, a sentire qualcosa nelle vene e nelle tempie, quando ascoltate le note di Vangelis, la colonna sonora del film, il potere impalpabile della musica, dell’arte, della poesia. Ciò che supera senza bisogno di alcun propellente le distanze tra i corpi. Le note di “One More Kiss, Dear” risuonano anche dentro i nostri petti. Assieme alla consapevolezza condivisa che un bacio in più, la potenzialità presente e futura dell’amore, è ciò che dà senso all’insieme, alla singola molecola e all’universo.
    Anche il bisogno di pace, la conciliazione finale del film, è prezioso sempre e comunque.
    Sì, penso che un giorno potremo parlarci, se non ci spareremo prima contro. Ma questo non accadrà. Lo spero e lo credo. Non siamo troppo differenti, lo ribadisco con convinzione. Anche noi abbiamo doti e difetti specifici. In diversa proporzione, d’accordo, ma li possediamo anche noi. Anch’io, come avete appurato, ho la tendenza a filosofeggiare e a parlare al plurale come se la mia opinione valesse per l’intera mia specie. Anche a me piace criticare, isolare col cannocchiale e col microscopio difetti e carenze, nei e bubboni. Ma anche a me piace al di sopra di ogni cosa la giustizia, la speranza di una vita vivibile, equa, degna di essere vissuta. Possiamo difenderci assieme magari, piuttosto che attaccarci. Combattere il potere dell’immondizia e l’immondizia del potere. Evitare di esserne soffocati. Provarci con ogni gesto, con le forze che abbiamo e quelle che possiamo trovare, nel confronto, nel dialogo, nel cammino parallelo, fianco a fianco, stella a stella, pianeta a pianeta.
    Provarci, con ogni molecola di volontà e passione che possediamo. Per gioire assieme, se riusciremo. E, se saremo sconfitti, per versare assieme, con un sorriso mai domo, lacrime nella pioggia.

    Ivano Mugnaini