Dove osano le aquile
di Ivano Mugnaini
Il libro di Freeman
Il mio nome è Freeman, Uomo Libero. Devo il mio nome, il concetto, la sostanza di ciò che esprime, a mio padre. Di mestiere faceva il pompiere, aveva a che vedere con il fuoco. Prima come distruttore, poi come creatore, progettista di respiri, architetto di pensieri. Mi scuso per il volo pindarico, ma, sapete, è morto da poco, e, per me, era e rimane un eroe. Guy Montag, si chiamava. Forse lo ricordate, è stato il protagonista di quella vicenda narrata nel romanzo "Gli anni della Fenice", e, in seguito, ripresa nel film "Fahrenheit 451". Sì, era lo zelante pompiere in un primo momento al servizio del Regime che mirava a distruggere ogni forma di cultura scritta. Impeccabile nel suo lavoro fino al momento in cui ha scoperto il senso e il sapore della libertà, l'essenza più preziosa dell'essere uomo. Ha rubato un libro. Ha infranto il totem, il tabù che lo rendeva schiavo, automa al servizio del più cupo di sistemi di governo. Ha preso con sé quelle pagine scritte ed è fuggito nei boschi, ha raggiunto la Comunità degli Uomini che lottano per conservare viva la dignità, la memoria dei libri e dell'umanità in essi racchiusa.
Ed è qui che subentro io. Sono nato nel bosco dei ribelli, nel microcosmo isolato e minacciato dall'esterno in cui si sono rifugiati gli Uomini-Libro. E' lì che mio padre ha ritrovato Clarissa, la donna che lo aveva condotto a scoprire i sentieri della lettura. La loro unione ha generato me. Mio padre ha voluto darmi il nome impegnativo che porto, ha voluto rendermi fin dal primo vagito simbolo, incarnazione, personificazione del suo ritrovato legame con la libertà.
Devo a mia madre il privilegio di un dono: poter considerare nel mio intimo mio padre come un fratello. Così come mia madre ha dato la vita a me, in un certo senso ha fatto lo stesso con lui. A me ha dato corpo e mente, in lui ha risvegliato il desiderio e la capacità di conoscere e percepire.
A mia madre devo l'orgoglio e la dolcezza di questo sentimento, ma è a mio padre che è saldato il nucleo più profondo della mia interiorità. Non ero ancora capace di camminare e già iniziava a raccontarmi la sua storia. Con immensa tenerezza e altrettanta forza, tenacia, passione esclusiva. Lo ha fatto per anni, senza tregua. Ha continuato fino all'istante finale del suo tempo. Ha fatto di me il suo libro in carne ed ossa, il volume dotato di respiro a cui ha aggiunto sistematicamente pagine su pagine, ricordi, opinioni, pareri, visioni e convinzioni.
Mi ha parlato del passato, al punto che, a tratti, mi è sembrato di poterlo visualizzare, di riviverlo, di rinnovarne in me l'esperienza. Mi ha svelato i trucchi del regime, le astuzie più collaudate. La politica viscida del ciarlatano, le manipolazioni dei fatti, le carte nascoste e quelle mostrate per un istante per dare l'illusione della trasparenza. In realtà l'atto del consentire di vedere era ed è altrettanto ingannevole dell'operazione di camuffamento. In quest'ottica, grazie a questo meccanismo, anche le stragi, gli orrori, il sangue e le ingiustizie più palesi, spariscono alla vista e alle coscienze. Il più efficace dei detersivi, lo sbiancante per eccellenza, è la televisione. Gelatina che ingloba e deforma, gioia, dolore, miseria, lusso, intelligenza, imbecillità. La pappa amorfa viene centrifugata e rende tutto fluidamente indistinto, schiuma anodina che si infiltra nei cervelli. Il risultato è un vuoto compresso, vapore denso in grado di offuscare il senso del tempo e del ricordo. Ciò consente a chi ha in mano le leve del comando di negare tutto e il contrario di tutto con un sorriso ebete e sereno a quarantotto pollici. Tutto, anche gli orrori. Per poterne commettere di nuovi.
Era bello per me ascoltare mio padre, percepire l'emozione vivida di ogni sua frase. Così come era e rimane bello ascoltare le voci qui, nel bosco degli Uomini-Libro. Ogni volta che percorro i nostri viottoli incrocio qualcuno di loro ed odo le parole che ciascuno, con una recitazione ininterrotta, rende immortali. Libri che camminano, che fanno delle loro giornate, dei mesi, degli anni, frasi, paragrafi, capitoli di un capolavoro universale.
Ho un rammarico, tuttavia. Ho ascoltato decine di storie ma non ho mai potuto sfogliare un libro vero, un volume di carta di cui sentire il profumo, di cui ascoltare il suono, il fruscio lieve tra le dita. Posso solo aspettare e continuare a sognare.
Mio padre mi ha raccontato anche aspetti della sua vita più privati, meno noti ai più. Oggi sento che posso, devo rivelarli. Aveva due fratelli, due gemelli identici a lui. Identici come aspetto esteriore ma schierati su fronti opposti.
Il primo, Jack, aveva un motto: "Posso stare bene per tre giorni senza leggere un libro se mangio regolarmente. Non il contrario. Se sto tre giorni senza mangiare non c'è libro che possa aiutarmi". Mio zio Jack, così mi ha riferito mio padre, faceva il netturbino. Era nella squadra speciale degli "spazzini della carta bruciata". Toglieva di mezzo ciò che rimaneva delle case distrutte ai trasgressori della legge anti-lettura. Un lavoro che detestava, ma era il solo che fosse riuscito a trovare, il solo che gli consentiva di tirare avanti.
L'altro gemello, lo zio Rod, era un estremista. Aveva poche idee ma orribilmente chiare. Riteneva che non solo fosse giusto bruciare le case dei lettori ribelli, ma era fermamente convinto che fosse opportuno riservare lo stesso trattamento a chi in qualche modo risultasse "bibliofilo", chiunque chiedesse notizie di libri, ne parlasse, o, semplicemente, rivelasse in qualsiasi maniera di sognarli. Rod era un Alto Dirigente del Regime, un'eminenza grigia. Si dice che fosse assistente e consigliere personale del Comandante.
Quando mio padre manifestò il proposito di abbandonare il suo lavoro di pompiere entrambi i fratelli si opposero furiosamente. Ognuno dal suo punto di osservazione, dal proprio lato della barricata, ma con identica foga. Per fame o fanatismo, cibo o ideologia, entrambi schiumarono di rabbia. Lo chiusero in casa, e, sfruttando la perfetta somiglianza, si recarono a turno al suo posto a svolgere la mansione di vigile-incediario.
Dovette ribellarsi, mio padre, fu obbligato al più aspro degli scontri. Prima dialettico poi fisico. Quando Jack e Rod estrassero i coltelli e glieli puntarono contro fu costretto a difendersi. La sola arma che trovò fu il lanciafiamme di riserva che aveva in dotazione. Lo teneva nascosto in cantina. Dovette usarlo. Con immenso sgomento ma senza via di uscita.
Solo dopo essersi liberato delle sue ombre speculari poté raggiungere il bosco ed i compagni di lotta. Il mio bosco, il solo luogo che mi è stato dato di conoscere. Lo amo, è la mia terra, la mia patria. A volte però lo sogno diverso. Vorrei che ognuno qui oltre a recitare ad alta voce il proprio libro si mettesse anche a guardare gli altri. Si fermasse sotto un albero ampio e generoso ed ascoltasse con un sorriso chi gli cammina a fianco. Vorrei che a volte si potesse fermarci a parlare, a confrontarci. Rinnovare il contatto degli occhi, il riso, le strette di mano. Sì, mi piacerebbe. Sorridere insieme, udendo anche la voce del silenzio, per tornare poi con più forza a dare vita alle parole.
Parlare insieme delle cose significative, lasciando spazio anche al gioco, alla leggerezza che rende più sapido ciò che è gioioso e meno amaro ciò che è triste. Mi piacerebbe poter scherzare ogni tanto con gli uomini che camminano al mio fianco, per assaporare di nuovo, qualche passo oltre, le pagine. Così come a volte, dopo aver masticato dolciumi, si gusta meglio il pane ed il sale.
Mi capita spesso di sognare il privilegio dell'errore, l'imperfezione, l'avventura di una scoperta autonoma, l'incoscienza che conduce alla conoscenza individuale, quella che ognuno può e deve fare da solo, nella totalità del rischio e della scelta.
E' per questo che ti ho mentito, hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère. Mio padre non ha mai avuto fratelli. La sua storia vera è quella scritta nel libro e mostrata nel film. Ti ho mentito, in tutto o quasi. La sola cosa vera è che io sottoscritto, Freeman Montag, sono suo figlio. La sola cosa che conta è che sono qui, in questo bosco, con una mia esistenza, una mente, un pensiero, capacità di desiderare, di tendere la mano verso un mondo che risponda ai miei sogni. Mio padre non ha mai usato il lanciafiamme contro i suoi fratelli. E' vero però che, in perfetta buona fede e con enorme affetto, ha cercato di fare di me l'esatto modello di se stesso. Riproduzione fedele, perfetta copia anastatica. Sono stato costretto a difendermi. Ho usato io, contro di lui, il lanciafiamme della fantasia. L'ho puntato contro la sua immagine di eroe perfetto, o meglio di eroe che, nel racconto, nello specchio lucido della parola, tendeva ad assumere i contorni di una immacolata nitidezza. Ho dovuto infrangere il vetro di una libertà riflessa che minacciava di recidere le vene e la gola. Tradendo con l'immaginazione la memoria di mio padre ho rispettato pienamente il suo insegnamento e la sua volontà.
Sì, credo proprio che se ora fosse qui sarebbe contento, sorriderebbe sornione e soddisfatto.
Sono riuscito anch'io, come lui, a liberarmi dal peso di un'oppressione. Ho scritto un libro solo mio, la mia memoria, il mio modo di guardare e vedere. La mia bugia ora è verità, parola scritta, essenza impalpabile che trova corpo nella carta e nell'inchiostro. La massima forma di amore nei confronti di mio padre è stata la cancellazione di alcuni tratti e alcuni contorni, la sagoma oscura di una devozione che, con famelica innocenza, mi divorava. Ho rinunciato alla calce e alle pietre più angolose del suo ricordo per crearne uno nuovo, per lui e per me.
Ci sono riuscito. Ho scritto un libro, giusto o sbagliato che sia, un libro libero davvero. Partendo dalle pagine di mio padre e di tutti i libri ascoltati, incontrati o sognati, ho composto il mio volume individuale. Ho nelle mani una successioni di fogli ed una penna, ho un fascicolo da rileggere, da sfiorare con le mani. Con la stessa emozione con cui da giovane mio padre accarezzava il libro che era riuscito a rubare al Regime. Questo fascicolo ora, questo libro, è mio. Come la mia vita, la mia menzogna, la mia verità.
Ivano Mugnaini
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