Dove osano le aquile
di Ivano Mugnaini
L'uomo del mai
ovvero
Della vita, della morte, dell'amore
L'unico essere vivente del paese che amava andare al cimitero da solo era Gottfried Niemann. Anche e soprattutto di sera, al crepuscolo, scivolava rasente ai muri, più silenzioso di una falena, su scarpe di tela scura da quattro soldi. La gente lo guardava perplessa, le facce solcate da rughe aspre, le labbra serrate quasi del tutto per lasciare uscire di traverso, come ladri, come serpi, fulminee parole:
"Gottfried non ha paura! Gottfried se la fa con i morti! Cosa va a fare laggiù? Cosa inventa? Cosa studia? Che cos'ha nella testa quello là?".
La gente ha timore di ciò che non capisce. Affonda la lama delle proprie invettive in petti alieni, in occhi stranieri, ma, in realtà, lacera ogni volta la carne della propria ignoranza, i tessuti ispessiti dell'umana finitezza.
Gottfried entrava nel cimitero richiudendo con cura alle proprie spalle il cancello. Si guardava attorno con sguardo di animale braccato. Prendeva a poco a poco coscienza della solitudine. A fianco a lui gli spiriti, ormai sereni, dei trapassati. Nessun altro. Nessuno. Sopra di lui il manto del cielo punteggiato da luci calde di stelle. Sorrideva allora, nascondendo la bocca e le pupille perfino a se stesso. Guardava di sbieco con affetto rispettoso le tombe a cui passava accanto. Cercava di immaginare gambe e mani rapide, corse, salti, gesti vivaci, densi di forza, di passione. Si sentiva sereno allora, più vicino al mistero, all'anello di congiunzione. Percepiva in sé le alchimie di umiltà e spavalderia, audacia e paura, dubbio e certezza che gli davano la volontà necessaria a percorrere il ponte sospeso tra la vita e la morte.
Si dirigeva, sfiorando appena la ghiaia bianca del vialetto, verso la sua meta. La tomba più bella, la più liscia, la più luminosa. Una lapide di marmo candido venato di rosa. Ruotava rapido lo sguardo un'ultima volta, con un eccesso divertito di prudenza. Afferrava la lastra di marmo con entrambe le mani e la sollevava fino a portarla in posizione verticale. Fino a farne uno specchio. Il freddo schermo che ricopriva la morte assumeva i contorni di un'immagine viva, occhi lucenti, penetranti, e un corpo che respirava e tremava. In quegli istanti Gottfried era felice, per quanto possa essere concesso ad un uomo sperimentare la felicità. Si trovava nel punto esatto, all'incrocio preciso delle coordinate in cui desiderava essere e rimanere. La linea di demarcazione. La pienezza dell'essere, del tempo, della coscienza. Pensiero e sogno, granello infinitesimale ed orizzonte illimitato.
Fissava a lungo lo specchio Gottfried, e diveniva carne e sangue di un connubio, un amplesso. L'atto di passione tra odio e amore, tra il vero e la menzogna.
Parlare di Gottfried mi turba, mi chiama in causa, mi tocca nel profondo. Ho narrato la sa vicenda a dozzine di persone, ma ogni volta è come se fosse la prima. Alla stessa maniera pesano, premono forte sulla mia vecchia fronte di filosofo, i vocaboli semplici e arcani, le sillabe, le lettere che danno forma ai concetti contrapposti di essenza ed apparenza. Per rispetto nei loro confronti, e per la sincera amicizia che ho per Gottfried, voglio e devo essere sincero con voi che mi ascoltate. Desidero giocare a carte scoperte, mostrare in piena luce, ferme e vuote, le mie mani. Sfiorare di nuovo la pelle sottile e profumata della verità non potrà che farmi bene. Non sarò in grado di possederla carnalmente, le mie troppe primavere non me lo consentiranno. Però potrò goderne con la mente, col gioco perfido e dolce dell'immaginazione. Trappole e lusinghe di una fantasia che saprà gettare la veste e mostrarsi nuda.
Gottfried non esiste. L'ho inventato. L'ho creato, ebbene sì. Ho fatto di me la sua immagine e la sua sostanza. O viceversa. E' diventato me. Gottfried Niemann, L'Uomo del Mai. Non ha mai indossato scarpe scure di tela e non ha mai percorso la strada buia che conduce al cimitero. Non è mai esistito. Ma, in fin dei conti, è esistito quanto me. Il tempo, o chi per lui, è un guardiano zelante ma distratto. A volte dalla sua rete d'acciaio sgusciano fuori attimi, respiri spaiati, ipotesi, frammenti di vita possibile, differente. Il suo occhio, tarato su parametri uniformi, non li riconosce, non sa afferrarli. Gottfried è me ed io sono lui. Già, io. Inutile tergiversare oltre. E' davvero ora di presentarmi.
Il mio nome è Faust. Qualcuno in passato mi ha chiamato Dottor Faust, o qualcosa del genere. Non importa. I titoli hic et nunc, ora più che mai, fanno piuttosto ridere. La gente, sì ancora lei, la gente, lo dico senza rabbia e senza infamia, mi ha sempre visto come un negromante, un ciarlatano, un poco di buono, uno che agita le mani all'interno di un calderone pieno di fango e sporcizia. Fumo e veleno, odor di zolfo ed erbe macerate. Non hanno tutti i torti, in fondo. La gente non ha mai tutti i torti. Così come tutte le ragioni. Il guaio è che, sovente, è assai contenta di avere quelle che ha. Questo, temo, è il punto chiave della questione: essere contenti.
E' questa la mia colpa, il misfatto per cui ho pagato e pago. A me non bastava. Non mi contentavo di essere contento. Mi scuso per il misero gioco di parole, un coriandolo gettato fuori tempo e fuori luogo, e procedo.
Ho studiato a Wittenberg, ebbene sì, ho respirato la polvere e l'inchiostro di sacri libri. Ho letto di tutto, esplorato pagine diverse, disparate e disperate. Soprattutto ho divorato i volumi che trattano del divino, del legame tra l'uomo e il suo fine. Il qui e l'altrove. Ovunque esso sia.
Non mi è bastato. Alla fine, dopo aver trasformato le mie membra di giovane nella schiena ingobbita e nelle braccia rinsecchite di uno "studioso", sono riuscito a concludere un sola cosa: di non aver concluso nulla. Non aver compreso abbastanza, non averlo percepito, sentito scorrere e bruciare nel corpo e nel cervello che ho avuto in sorte.
L'incontro con Mefistofele non è stato traumatico. E' un tipo metodico, tranquillo tutto sommato. Una specie di impiegato modello. Gira per le case in cerca di anime così come certi suoi colleghi vanno di porta in porta per registrare i dati dei censimenti o per raccogliere i soldi delle tasse. Mi è sembrato di conoscerlo da sempre, Mefistofele. Un povero diavolo. Starei per dire "un buon diavolo" se non avessi timore di offenderlo.
Ho firmato. Sì, ho scritto il mio nome sul foglio di carta che ha posato sorridendo sul mio tavolo. Vorrei poter dire che l'ho fatto senza pensare, senza riflettere. Ma, a dire il vero, l'ho fatto con cognizione di causa. Un errore bello ponderato, completamente mio, forgiato con cura, con le mani serrate a mo' di carezza, di preghiera, quasi. Ventiquattro anni di potere assoluto, due intere dozzine di anni dei suoi servigi, mi ha proposto Mefistofele. Ho accettato. Passando sopra anche sul colpo di teatro, un po' melodrammatico per certi versi, suggerito dal principale di Mefistofele, il signor Lucifero in persona. Ho firmato il contratto con il sangue, l'ho fatto contento. Ne sono bastate poche gocce. Si è accontentato di una sigla. Eh sì, tra galantuomini si trova sempre una forma di civile accordo.
E' vero, verissimo, ventiquattro anni sono pochi di fronte all'eternità. Una manciata di sabbia in un deserto sterminato. Ma io ho preferito stringere qualcosa tra le dita, fosse pure sabbia sterile, piuttosto che perdermi nel chiarore accecante di un'idea troppo immensa per la mia debole mente di uomo. Ventiquattro anni sono poco o nulla nella misura sconfinata del tempo divino, ma sono molto, ahimè, sono un terzo, quasi la metà della vita attiva di un essere umano.
La mia prima richiesta a Mefistofele è stata quella di conoscere la natura dell'Inferno. Mi ha guardato a lungo con un ghigno sornione. Evidentemente si aspettava tutt'altro. Io però volevo sapere cosa mi attendeva alla fine. Alla fine di tutto. Sapere come si conclude una storia dà un senso di serenità, di pacatezza. E' un anello, un cerchio che si chiude. E un cerchio è infinito, non ha inizio né termine. Era ed è l'eterno alla mia portata, l'infinito che ho potuto permettermi.
Si è sorpreso, Mefistofele, anche nel vedermi molto moderatamente spaventato alla vista del suo Inferno. Ci sono inferni, sulla terra, che prendono corpi e menti ogni giorno, contro ogni logica, ogni senso di equilibrio ed equità, contro ogni calibrato bilancio del giusto dare e del giusto avere. L'Inferno, laggiù, non era poi così male. O meglio, c'era solo molto più fuoco e molto più fumo. Un enorme carrozzone viaggiante pieno di strepiti. Mi sono sentito, a tratti, discretamente a casa, laggiù.
Mi sono divertito in seguito a provare a me stesso e agli altri quanto fragile sia la gloria umana. Ho mostrato ai grandi della terra che c'è sempre un grande più grande e potente di loro. E che ciascuno, se lo guardi dal lato sbagliato, o semplicemente più esposto, più nudo, mostra lividi, rughe e magagne comuni a chiunque.
C'è stato un istante, tuttavia, in cui mi sono sentito perso. In un frangente ben determinato mi sono pentito. O, più esattamente, ho sognato di poter modificare la mia sorte. E' accaduto quando ho conosciuto Margherita. Con lei ogni attimo era eterno. L'amore si fa beffe del tempo, lo rende muto, sciocco, impotente. Eppure, ogni volta che la stringevo a me, ogni volta che ero capace, grazie a lei, di non pensare, di non riflettere più, qualcosa, dentro, mi lacerava. La coscienza dell'esiguità del mio spazio vitale. Ventiquattro anni sarebbero corsi via. Margherita mi aveva insegnato a correre più veloce del tempo ma non a fermarlo. Era stata la mia beatitudine e la mia condanna. Volevo l'eternità assoluta per l'assoluto del mio amore per lei. Non volevo l'elemosina di un pulviscolo di stagioni destinate a dissolversi nel vento e nel miele di cui si nutre l'amore.
Margherita, amandomi e regalandomi la capacità di amare, mi ha fatto sentire sulla pelle la ferita spalancata del mio destino. La luce ora, la gioia di averla stretta al mio corpo e al mio cuore, mi illumina e mi ferisce come nel quadro che Rembrandt ha dipinto prendendomi a modello. Mi permette di vedere, di vedermi. E mi acceca.
Non chiedo perdono. Ho fallito, certo. Ma ho fallito da uomo, senza rinnegare la mia natura, i limiti e le potenzialità assegnati alla nascita. "Finché l'uomo lotta sbaglia". E' questa forse la frase che preferisco, il verso che sento più vicino tra tutti quelli che i poeti e i drammaturghi hanno dedicato alla mia vicenda, miseranda ma neppure troppo.
La lotta è stata la mia condizione naturale. La lotta per l'amore e per la vita. Nonostante tutto. Anche, a tratti, nonostante me.
Ho avuto tempo per pensare in tutti questi anni di oblio, in questi secoli di prigionia tra le mura della dimenticanza e della penitenza. Ho riflettuto. Sì, mi sa proprio che è un vizio, una tara congenita. Forse faccio ancora in tempo. Forse c'è una via. Nelle lunghe stagioni di soggiorno obbligato in questo albergo iperriscaldato ed affollato come una fiera, ho concepito un progetto. Una sorta di contratto alternativo che possa annullare quello precedente. Chiederò un appuntamento con Lucifero. Meglio rivolgersi al direttore in persona, in certi casi, meglio saltare gli intermediari. Gli narrerò nei dettagli la storia di Gottfried Niemann, un tipo che ama visitare i cimiteri di notte. Un boccone estremamente appetibile per lui. Uno che all'Inferno farebbe una gran figura, diverrebbe un'autentica attrazione. Proporrò a Lucifero un scambio. Se lascerà libero il sottoscritto, vecchio e fragile ormai, potrà avere in cambio l'anima nuova di zecca di Gottfried. Posso farcela. Certo, lo scambio potrà avere luogo. Sempre ammesso che riesca, condizione primaria ed essenziale, a dimostrare preventivamente a me stesso, Johann Doktor Faust, di non essere in realtà Gottfried Niemann, l'Uomo del Niente, l'Uomo del Mai.
Ivano Mugnaini
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