AMALIA
LABBRUZZO
L’ho conosciuta
in un bar, la pittrice materana Amalia
Labbruzzo, in un chiassoso pomeriggio di primavera.
L’ho notata subito, tra le voci e il viavai di gente ordinaria:
sembrava circondata da un alone di mistero, da cui mi sono lasciata
attirare come in un vortice, rapita dai suoi occhi sgranati e luminosi,
che all’improvviso mi sono sembrati due enormi fari accesi nel
buio della notte. Così, quasi improvvisamente, ci siamo ritrovate,
parlando, a svelare le nostre anime bambine, a scoprire l’arcano,
a entrare in una sintonia rara e profonda.
Conoscere le sue opere è stata per me una sfida e una rivelazione.
Amalia dipinge solo donne,
figure femminili reali. Eppure, nel dinamismo della composizione e nella
luminosità dei colori, le immagini assumono una nota tendente
al surreale.
Le sue tele sono coinvolgenti: impossibile guardarle restando ai margini
dell’ammirazione estetica, impossibile non percepire il respiro
e il pensiero che forme e colori sanno suggerire. Ciò che nei
suoi quadri sembra apparentemente già detto, nasconde in realtà
un sottile, subliminale riferimento ad altro, ad un mondo parallelo
e nascosto.
Le tele
di Amalia non raccontano
palesemente i suoi tormenti, non svelano la magmatica inquietudine
che si agita nel vulcano della sua anima. Almeno ad una prima superficiale
lettura. Le sue opere assolutamente, decisamente, volutamente realistiche
rappresentano un mondo sempre perfetto, finito, dai contorni netti,
chiari, decisi e inequivocabili.
Immagini di donne affollano le sue tele, ma sullo sfondo piatto, neutro,
pacato, prendono posto discretamente pochi e semplici elementi compositivi,
che da soli, con la propria autonoma esistenza, ricreano un contesto
dando un senso tutto diverso alla presenza femminile, la quale, a
sua volta, dà sostanza, corpo e voce all’intorno.
La sua arte altro
non è che un ponte tra la vita sensoriale e la libera immaginazione,
un canto levato al cielo, un sogno tradotto in immagini, un linguaggio
intimo e personale, l’unico in grado di riportare l’infinito
mondo interiore dell’artista entro i limiti e i contorni del
plausibile, dell’ordinario, del reale.
Sono
due i temi ricorrenti: innanzitutto il viaggio, inteso come moto interiore,
passaggio da uno stato all’altro, da un modo di essere, pensare
e sentire ad uno diverso o complementare, il viaggio inteso non solo
come dipartita, ma come metamorfosi, momento di crescita e di trasformazione;
in secondo luogo, la maschera, il teatro, la scena, la recita a soggetto,
l’eterno irrisolto conflitto tra essere e apparire, il motivo
dello specchio come sorgente di lusinghe e vanità, ma anche
come banco di prova, giudice rivelatore della verità, pulce
nell’orecchio, voce dell’inconscio.
Ogni
sua opera nasce da questa inesauribile curiosità che la porta
continuamente ad indagare tra le pieghe dell’animo umano. Ed
è questa stessa insaziabile voglia di conoscere che l’ha
portata a spasso per il globo, spingendola dal tenero tufo dei Sassi
di Matera alla dura pietra dei castelli di Edimburgo, dove Amalia
ha vissuto negli ultimi due anni, e dove ha incontrato un ambiente
artistico e culturale estremamente vivace. Adesso è in volo,
sta per approdare a Pittsburgh, la città di Andy Warhol, dove
vivrà la sua prossima tappa.
Le piacerà vivere in America? Come i nuovi incontri influenzeranno
il suo stile e i suoi pensieri?
Chissà! Lo scopriremo guardando le prossime opere.
Buona
strada, Amalia.
Myriam
E
a voi, speakerini, buon viaggio nella nostra galleria»
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