SPECIALE
DONNE
Donne
e pittura: un connubio che dura da secoli
Se
le donne sono state fin dall’antichità oggetto, tema
e fonte d’ispirazione per intere generazioni di artisti, non
possiamo dire altrettanto per quanto riguarda il loro ruolo di protagoniste
attive.
Basta sfogliare un qualunque manuale di storia dell’arte per
notare come sia costante nel corso dei secoli la presenza di opere
ispirate alla figura femminile: dalle figurazioni lineari e stilizzate
della ceramica greca di età geometrica alle immagini lievi
ed evanescenti degli affreschi pompeiani di età romana, dall’eleganza
della Venere di Botticelli al virtuosismo della Gioconda di Leonardo,
dalle donne gonfie e deformi di Botero alle danzatrici sensuali e
leggere di Matisse.
Continuando a sfogliare il nostro manuale, però, spicca la
quasi totale assenza di opere firmate da donne.
Sembrerebbe che l’arte femminile sia una conquista recente,
la risultante di una svolta generazionale, l’effetto di un moto
di riscossa sociale, culturale e politico, più che artistico,
che nel corso del Novecento ha portato le donne alla ribalta, alla
conquista di un proprio spazio e alla legittimazione della propria
autonomia.
Non c’è ombra di dubbio: la produzione femminile resta
marginale rispetto a quella maschile, che gode di un’ampiezza
e una visibilità indiscutibili.
Ma è davvero così?
Riflettiamo
ad esempio sulle antiche origini della tradizione
cosmetica. Le donne hanno cominciato ad utilizzare
pigmenti colorati, cere, spatole e pennelli già dal terzo millennio
a.C., per ornare il proprio corpo, truccando occhi, labbra, gote.
Nel Satyricon, Petronio ci racconta di come la cerussa venisse utilizzata
dalle matrone per uniformare l’incarnato del viso, mentre tutti
ricordiamo l’immagine ormai topica di Cleopatra, memorabile
per gli occhi dipinti e i capelli scolpiti. Ma allora, al di là
delle spiegazioni antropologiche, non è forse già questo
il segno, il sintomo di una propensione latente alla creatività
e al senso estetico?
Se poi ripensiamo alle antiche forme dell’arte
rupestre, chi può escludere che nell’età
dei cacciatori-raccoglitori le donne abbiano giocato un ruolo attivo
nella realizzazione di pitture parietali a scopo rituale e propiziatorio?
Ovviamente
queste sono ipotesi; di certo non abbiamo testimonianze attendibili
anteriori al Rinascimento, quando in Europa la funzione della donna
si esaurisce entro i limiti angusti della dimensione familiare. Nel
Medioevo le più fortunate, donne dell’alta società,
libere da incombenze domestiche, ebbero l’opportunità
di dedicarsi all’arte del ricamo, realizzando arazzi e paramenti
sacerdotali, o della decorazione per la produzione di pregiate miniature;
ma dobbiamo aspettare gli inizi del Seicento per trovare la prima
opera firmata da una donna, Artemisia
Gentileschi, peraltro un caso rimasto isolato nei
due secoli successivi.
Oggi viviamo in
un mondo diverso, plurale ed eterogeneo, fitto di profonde contraddizioni,
risultato di molteplici storie e tradizioni, in cui il principio delle
pari opportunità coabita con un’altra realtà,
invisibile e sommersa, dove regna la solitudine, il silenzio e la
rassegnazione di donne rimaste ai margini, succubi di surreali figure
maschili e spesso prigioniere di una sorda e immensa mancanza di autostima.
Cosa ve ne sembra? Quale pensate debba essere la sfida
dei prossimi anni?
Per quanto mi riguarda, la vera conquista non consisterà nell’affermazione
di una sterile e triste supremazia sull’uomo, quanto piuttosto
nell’estensione a tutte le donne del diritto alla parola e alla
libertà di pensiero e azione, alla possibilità per ciascuna
di vivere da protagonista la propria unica e irripetibile vita.
Così,
anche se l’8 marzo è trascorso, la festa finita, il sipario
calato, ogni giorno vorrei dire auguri
a ogni donna, a quante che ce l’hanno fatta, ma soprattutto
a quante ci stanno provando: DON’T
QUIT!
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