LA
PITTURA WEB DI GIANNI LATRONICO
di Margherita De Napoli
Ho
conosciuto l’universo poetico di Gianni Latronico attraverso l’autobiografia
in versi, dedicata a Ferrandina, suo paese natale, in terra lucana.
Dai campi assolati della Basilicata, la sua immaginazione inquieta l’avrebbe
portato a visitare altre contrade.
Oggi, nella maturità, l’ansia di nuove emozioni gli regala
l’ennesima sfida: il mondo virtuale. E così, il web diventa
una terra da conquistare, un luogo in cui può far correre libera
la fantasia; lì possono sbocciare nuove primavere: gli amati
girasoli, le eleganti calle e le semplici margherite aggiungono bellezza
e grazia, profumi e colori e la campagna non è più tanto
lontana nel tempo, quanto nello spazio.
Ma l’autore non è pago, se non coinvolge altri artisti
nelle sue avventure creative. Il suo progetto dell’arte, che genera
arte, viene così condiviso da altre fantasie, che si accendono
a questa idea… è come se il Latronico avesse fatto sue
le parole di un grande poeta in musica, Giorgio Gaber, suo compagno
all’Università Bocconi di Milano:
“ Libertà è Partecipazione! ” Eccolo descrivere
la sua DIGITAL ART: “L’arte digitale ha inizio dalla manipolazione
del dipinto su tela, scannerizzato al computer.
La figura appare sul monitor pronta per la selezione sorgente e per
la definizione dei dettagli, con gli effetti di rotazione, individuando
i bordi, trovando i contorni, modificando tratti, forme, segni, colori.
Velocemente, il mouse segue la metamorfosi del disegno ornato, in creazioni
informali, all’insegna dell’acquisizione di un’altra
visione interiore e mediale. L’immagine reale si trasforma in
luminosa e surreale, virtuale e arcana, filamentosa ed a rilievo.”
Il mouse è
il terminale
collegato al poligrafo
della mia anima che
segue l’onda degli
effetti speciali.
Così egli racconta in una sua ‘poesia visiva’.
Il mouse, complice, segue il disegno mentale dell’artista e il
battito del suo cuore. Nei lavori di Gianni Latronico, istinto e ragione
sono al servizio delle immagini; in alcune opere sembra quasi di vedere
e leggere sul monitor il ritmo tachicardico, trasformato in onde di
colore.
E ancora ascoltiamo dei versi, in cui vengono descritte le sue “Fantasie
Cromatiche”:
Lievi / bolle / bianche / rosse blu / volteggiano / nell’indaco
cielo / allontanandosi / sempre più / da terra / monti valli
/ mare fiumi /È / notte / di luna / calante e / il pensiero /
confonde la / greve realtà / con la fantasia / dei sogni alati
/ senza arrestarsi / davanti / alle leggi / della fredda logica / Liberi
/ come l’aria / i colori disegnano / virgole tra le note / lettere
tra gli svolazzi / e segni tra gli schizzi / per formare un assolo /
nell’armonia generale di / natura intatta e arte sublime.
Ho trascritto questa poesia - togliendone la silhouette,
che crea incavi, curve, morbidezze e spigoli secondo la diversa disposizione
delle parole – per sentire dalla viva voce dell’autore le
sensazioni, che lo accompagnano durante la creazione.
Non si può non rimanere incantati, davanti ai suoi dipinti evanescenti;
i colori il Latronico li ha rubati alla tavolozza della Natura, per
trasformarli in un caleidoscopio fantastico. Durante l’infanzia
ha bevuto e si è cibato della sua Terra, ha vissuto fin nelle
ossa i ritmi delle stagioni. Fiori, frutti, foglie, fili d’erba,
distese di grano, papaveri… oggi essi rivivono sullo schermo,
per emozionarci.
Con “voli pindarici”, egli oltrepassa la soglia della realtà,
dove è sofferenza e malinconia, per proiettarsi nel suo Iperuranio,
dove l’aria è rarefatta e limpida, dove non si sente più
il freddo, che certe notti fa sentire soli, dove è possibile
incontrare i volti cari, che ci hanno lasciato. Non sarà lo scrigno
della nostra interiorità, che aprendosi, come balsamo, riversa
davanti ai nostri occhi quei giochi di luce, con i quali la creatività
può espandersi e l’anima rasserenarsi?
Vorrei concludere con alcuni versi dell’autore; sono parole che
recita quasi come una preghiera, davanti alle devastazioni delle nostre
piccole oasi di verde.
I bei fiori di campo / vengono disintegrati / sotto
i nostri occhi da / veleni ossidi letali e / nocivo inquinamento / di
terra mare cielo / Nella loro convulsa / tormentata agonia / lanciano
un grido / d’allarme nel vivo / timore panico che / la desertificazione
/ avanzi sempre più e / con il falso progresso / distrugga anche
la natura / naturans di segni forme colori / volumi ombre e luci dell’anima.
/
Il poeta/pittore teme la “desertificazione”;
forse la sua più grande paura è che l’arsura trasformi
in deserto i giardini dell’Immaginario.