L'altra arte
a cura di Myriam Latronico
GIUSEPPINA GRAVINA
In volo
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IN VOLO
Dal
nido
volae
lontano va
l’albatro
in cerca
di cibo
per i suoi
piccoli implumi
Lungo la scia luminosa
segue la rotta
della nave
di turno
In alto
mare
fionda
a picco
sulla sua
preda per
portarla via
tra i rostri e
regalarla ai
figlioletti
pigolanti
Per se stesso
rimangono solo
le scarne briciole
ma gli bastano
per riprendere
l’ardito volo e
continuare
a vivere
fino ad
essere
immortalato
in un piatto
trasparente
dai colori
vibranti
di luce
Gianni Latronico
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| Cosa c’è di più freddo e inespressivo del vetro? Un materiale incolore, inodore, quasi del tutto privo di attrito. Eppure Giuseppina Gravina ha scelto proprio questa materia fragile e trasparente per esprimere il proprio mondo interiore, preferendo lastre di silicati a tele, carta o masonite come supporto per dar corpo alla straordinaria vis creativa da cui scaturisce la sua opera.
Una sfida, più che una scelta, quella di misurarsi con il vetro, le cui motivazioni hanno radici lontane e risalgono all’ammirazione per gli antichi Fenici, Greci, Egizi, fino ai moderni vetrai di Murano che, lavorando il cristallo in tutte le fogge e decorandolo con tutti i colori dell’iride, hanno lasciato una traccia indelebile. Dopo lunghi studi ed approfondimenti, Giuseppina Gravina ha raggiunto il proprio personale stile, uno stile tutto giocato sulle trasparenze e sugli accostamenti netti, che evita una stesura cromatica coprente, a favore del rilievo in superficie giocato attraverso la composizione di colori in movimento. Non solo fregi, segni, ghirigori: l’artista pugliese si serve della lastra come di una vera e propria tela, sfruttando la fragilità e la trasparenza naturale del supporto come base ideale per dar luce ai riflessi e ai riverberi da cui scaturiscono le magiche rifrazioni della sua arte. Geishe in amore, baci appassionati, idilli naturalistici si alternano tra paesaggi interiori e siti ameni. Nelle sue opere ricorrono immagini di luoghi esotici, ombrellini istoriati, ventagli arabescati, paludi con canne e ninfee, orchidee, tralci d’edere, variegati tulipani e frastagliate ortensie. In un mondo così ovattato, pregiato, ricamato, in trine e filigrane d’oro e d’argento, ogni dipinto esprime uno stato d’animo, tutto al femminile, lontano dall’alienazione dei tempi moderni.
Charlot, spesso rievocato, non appare in fila, con le chiavi in mano, alla catena di montaggio, stritolato dai denti aguzzi di ruote gigantesche, ma si aggira con il monello, con l’atteggiamento pensoso di chi medita sulla miseria umana cercando possibili soluzioni: nascono così altri vetri per dar luce a nuove finestre e dai freschi colori scaturisce un’insolita energia, che lascia spazio al sogno inatteso di un mondo migliore. L’opera di Giuseppina Gravina affonda le radici nell’eterno femminino: ogni fiore è simbolo di affetto mancato, di amore tradito, di dolcezza infranta, negata nella realtà effettiva e compensata nei segni tondeggianti, nei volumi rotolanti, nelle immagini affascinanti della sua opera fragile, ialina, eccelsa. Gli omaggi agli antichi maestri classici ed ai nuovi artisti italiani e stranieri denotano un’attenta conoscenza del panorama artistico, ma soprattutto lasciano emergere una profonda sensibilità e una diretta partecipazione alle posizioni altrui, riproposte con l’apporto distintivo della sua personale immedesimazione, interpretazione e rappresentazione. Così Giuseppina Gravina presenta vecchi modelli dell’immaginario collettivo con la freschezza e la spontaneità della creazione universale, investendoli di una carica dinamica, energetica, briosa, che ogni volta lascia spazio ad una nuova fantasia poetica. Coglie nell’aria un motivo, nel libro un disegno, nell’animo un’emozione e li dissolve tutti sul vetro, con l’immediatezza della prima volta; se poi altri hanno trattato prima lo stesso oggetto, la Gravina ne ammette la paternità, pur rivendicando il soggettivo coinvolgimento a prescindere dalla fonte. Nasce così una carrellata di opere in cui la memoria dell’originale appare distante: opere intense che colpiscono per la genuinità della resa finale e l’attuale fattura aggiornata, approfondita ed interiorizzata di Giuseppina Gravina.
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Myriam
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LE MAGICHE RIFRAZIONI DI GIUSEPPINA GRAVINA
Gianni
Latronico
I piatti ed i calici, i vascelli ed i bouquets, i ventagli ed i tavolini in vetri pregiati, dipinti a mano dall’artistaGiuseppina Gravina rappresentano le quattro stagioni, al dolce suono della musica di Vivaldi. Se la bellezza è negli occhi di chi guarda, lei ha uno sguardo creativo, che trasforma la cruda realtà in magiche rifrazioni. Vetri cattedrale, Tiffany, a mosaico, formano le sue sculture-installazioni di ombrelli cinesi, damigiane nostrane e boccioni esotici. La nascita del primo uomo, tra schegge di luce, lo schioccare del primo bacio, tra fiamme d’oro, lo splendore del primo giorno, tra quattro amici al bar, sono scene indimenticabili, presentate in una maniera del tutto personale.
La vibrazione del colore, la magia del segno, la rivisitazione della forma si rifrangono in risonanze interiori e si esprimono in sensazioni visive. Ogni livello di costruzione dello spazio funge da sfondo, per un nuovo elemento, dando l’impressione di pesci volanti, alghe nuotanti, riverberi affioranti. Varie raffigurazioni del monello e di Charlot fanno riflettere sulle stridenti contraddizioni dei vili tempi moderni, nelle attuali catene di montaggio.
La ricchezza dei materiali, la sperimentazione degli stili, la capacità di Giuseppina Gravina nel rendere poetici gli articoli più disparati, ne fanno un’artista a tutto tondo.
Trasferendo frammenti di quotidianità nella sfera superiore dell’arte, lei riesce a tenere il tutto sospeso tra materia e spirito, figurazione ed astrazione, realtà e fantasia. Nella sua singolare sculto-pitturac’è la sintesi delle precedenti correnti artistiche ed il prodromo di nuove fantasie poetiche. La sua fertile immaginazione palpita nei globuli rossi dei suoi squillanti pigmenti, forieri di un nuovo corso esplosivo e sublime. Riflessi di luce diafana, rifrazioni di colore trasparente, riverberi di masse erranti avvolgono l’intrico di segni, in corsa verso la forma. L’idea in nuce di Giuseppina Gravina si sviluppa sul fragile ordito, affrontando gli ostacoli dei supporti e la distanza delle pause, per poi superarli egregiamente. La sensazione visiva qui cede il posto alla percezione soggettiva della sua coscienza, in perenne movimento.
La messa a fuoco della composizione trasmette la forza rigogliosa di madre natura ed il talento innato della sua anima bella. Varie figure di fauna e flora si moltiplicano attraverso un gioco chiaroscurale, di vetri bianchi o colorati: veri e propri specchi, che frazionano l’ambiente in mille sfaccettature. La superficie specchiante si aggiunge alla luce interiore, per rivelare ciò che l’immagine da sola non potrebbe mai trasmettere. Nelle opere di Giuseppina Gravina, stili diversi si alternano a varie tecniche, ma in tutti aleggia la dolce musica di una melodia nascosta e l’afflato poetico della sua inconfondibile mano.
Per maggiori informazioni, visita il sito »» o scrivi a gianni.latronico@libero.it
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