L'altra arte
a cura di Myriam Latronico
GIUSEPPE FERRANDO
I due cuccioli - Olio su tela - 70x50 cm
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I DUE CUCCIOLI
Pino
riceve
in dono
dai nonni
un cucciolo
di nome Giord
Insieme ne fanno
di tutti i colori
nel percorso
dalla casa al
giardino e
all'orto
Fanno
capriole
s a l t a n d o
a più non posso
fin sulla cassapanca
vecchia e sgangherata
ma comoda e accogliente
per coccole e moine
Ci scappa anche
una slinguata
sulle tonde
guance e
un bacio
accennato
a fior di labbra
Gianni Latronico
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Non è un caso che Giuseppe Ferrando sia nato a Ceriale (Sv), nella Riviera di Ponente; non è un caso neanche il fatto che si sia recato presto ad Albissola, patria della ceramica. Proprio la magia del paesaggio ligure, il susseguirsi di baie e insenature, paesi arroccati e coltivazioni a terrazza hanno suggerito al nostro pittore la poesia dei colori da cui nasce la sua arte. L'incontro con i maggiori ceramisti e il vivace dibattito culturale ha fatto il resto, stimolando l'artista a intraprendere l'infaticabile cammino alla ricerca dell'idea del bello.
Ma cos'è che rende speciale, e in qualche modo alternativa, la pittura figurativa e verista di Giuseppe Ferrando?
In una parola, il lirismo, che traspira da quella luce rarefatta eppure tangibile in grado di rendere la sua una pittura poetica, apollinea, idealizzata secondo una visione ispirata all'ordine e alla misura, ma pure in grado di cogliere e rivelare il senso nascosto della realtà e il turbinio di emozioni che si cela dietro l'apparenza. Fatta sua la concezione aristotelica, Giuseppe intende l'arte come mimesi, imitazione, rappresentazione non del vero, ma della suprema bellezza; l'opera d'arte diventa per lui un veicolo, un mezzo per presentare la realtà più bella e viva di quanto realmente non sia.
Un approccio sereno alla vita e al mondo, rimodellato e reinterpretato secondo i suoi più intimi desideri. Per Giuseppe l'arte diventa una via di fuga, un palcoscenico, dove poter reinventare la realtà, rendendola più piacevole, più dolce, più sopportabile. Il suo è un realismo che non si riduce a una mera raffigurazione del vero, ma è un'espressione utopica dell'idea di bellezza e perfezione, che l'artista insegue da sempre attraverso le sue opere.
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Myriam
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IL SENSO DI ASSOLUTO NELL'ARTE DI GIUSEPPE FERRANDO
Gianni
Latronico
La forma sottende l'anima; l'anima sottende l'assoluto e l'assoluto sottende quella scintilla d'immortalità, insita in ogni cosa. Non appena, lo spiritus loci viene a coincidere con l'idea primigenia dell'artista, l'opera comincia, in un interscambio di oggettività e soggettività. Giuseppe Ferrando ha nelle mani il dono dell'arte, nel pennello il senso della luce e nella tela l'afflato della poesia. Convinto assertore del figurativo, non si lascia tentare da facili lusinghe informali, preferendo il duro lavoro degli antichi maestri classici, in un'aura di pregnante modernità e di svolazzi accademici. Egli scava in profondità, per svelare l'arcano delle cose, prima a se stesso e poi agli altri. Le sue figure, nude o vestite, erette o distese, in quiete o in movimento, sono sempre al centro del quadro. Esse non si dissolvono nel paesaggio, ma se ne distaccano, nella bidimensionalità della sculto-pittura. Le sue nature morte non sono leziose immagini oleografiche, ma nature silenti, raccolte nel fascino della loro bellezza e nell'evanescenza del colore. La seduzione parte dai cigni in amore, per passare al riposo di Venere e finire nell'incantesimo di un abbondante nudo ottocentesco, messo a confronto con la snella figura di una modella contemporanea. Il mistero è dietro un ventaglio veneziano, una maschera d'occasione, le vele di un vascello fantasma. La libertà è nelle ali ai piedi di cavalli, allo stato brado, che corrono al chiaro di luna. L'enigma è nella donna, che nasconde i sentimenti dietro una maschera, per poi esprimerli nei fremiti del proprio corpo. L'amore per la sua terra collinosa, piena di anfratti, golfi e riviere in fiore, è nei panorami incantevoli, che vanno da levante a ponente. La spazialità delle case, la limpidezza delle acque, la purezza dei cieli costituiscono una prospettiva dinamica, che anima i suoi paesaggi. Qui la maschera non rappresenta il mondo pirandelliano dell'assurdo, bensì l'atmosfera gioiosa del carnevale. La maschera spuria della recita a soggetto è lontana dalla poetica di Giuseppe Ferrando, che concepisce la terra come sede di un nuovo Eden, all'insegna dell'arte. Tutto è puro per chi è puro. Egli scolpisce nudi scultorei, leviga forme neoclassiche, libera le forze genuine della natura, senza conoscere il tarlo del rimorso, la corrosione del dubbio, il tormento del peccato. Le case, linde e pinte, non presentano crepe né cedimenti; i cavalli, sciolti e flessuosi, non conoscono freni né imbrigliamenti; donne e uomini, senza remore né pregiudizi, non sanno cosa sia il male di vivere. La serenità dell'anima, a contatto con la natura incontaminata della riviera ligure, si trasferisce, da quest'angolo di paradiso agli irti scogli, al mare in tempesta, all'effetto serra, in una potente catarsi spirituale, che pari non ha sulla terra. Di fronte alla freschezza, alla bellezza, all'originalità di questi quadri, si dimenticano gli affanni dell'esistenza e torna in cuore la gioia di vivere. L'invisibile traspare nei riflessi marini; l'ineffabile aleggia sulle cinque terre; le vanità terrene assurgono a valori universali. È questo il miracolo della luce splendente, delle forme suadenti, dei colori squillanti, che si sdoppiano, s'inseguono, s'impennano nella nuova figurazione di Giuseppe Ferrando.
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