L'altra arte
a cura di Myriam Latronico
Cari Speakerini,
avete cominciato a scrivermi in pochi, ma adesso state diventando tanti e forse è arrivato il momento di dare spazio ad alcune tra le vostre richieste, sperando di non attirarmi le vostre ire se non riuscirò a rispondere a tutti!
Partirò da Margherita De Napoli, che un po' di tempo fa mi ha chiesto di parlare di Art Brut.
Ho esitato, a lungo, forse perché sapevo che non mi sarei limitata a presentarvi una corrente, a parlarvi di Dubuffet, a "spiegarvi" (?!?) che si tratta di una forma d'arte assolutamente spontanea, opera di bambini, analfabeti e dementi.
Ho esitato perché sapevo che non avrei potuto parlare di Art Brut senza pensare a KIM, una giovane ragazza che quasi nessuno tra voi avrà mai sentito nominare, una bambina cresciuta in fretta che si è spenta a soli 24 anni tra le fredde mura di un anonimo Centro di Igiene Mentale, in cui era ricoverata da TRE infiniti anni.
Avrei voluto presentarvela, KIM: non dirò il suo nome di battesimo, non vi racconterò la sua vita, ma lasciatemi ricordare la luce che sprizzava attraverso i suoi occhi, grandi, neri, sempre desiderosi di scoprire. Io l'ho conosciuta, ho indovinato il vortice del suo dolore, ho percepito la fonte della sua follia, ho sfiorato i suoi pensieri quando dall'inferno della realtà volava nel paradiso della sua arte, ho sentito nelle sue vene pulsare un'ingorda voglia di vivere, ho letto nei suoi movimenti l'ansia di essere, di esprimere sogni e paure, visioni e angosce, sensazioni, utopie, rancori covati e mai superati.
Ricordo ancora la sua scrittura, quell'alfabeto fatto di simboli, accostati velocemente, che si rincorrevano in un continuum di spazi pieni, senza vuoti, senza abissi, segni tondeggianti, turgidi, rigonfi di idee, traboccanti della primitiva gioia di esistere.
Così era KIM, unica e sensuale, forte e delicata, decisa e insicura, sola e abbandonata, ma sempre capace di bastare a se stessa, di urlare al mondo la sua eterea presenza. E così erano le sue opere, nido e culla di segni semplici e spontanei di una persona che nella vita non ha posseduto altro se non pennarelli viola e neri con cui scarabocchiare ovunque, su muri, tavoli, vestiti, sulle sue stesse unghie, sulle guance, sui capelli, pennarelli con cui creare forme nuove, allegorie di segrete illusioni; colori cupi con cui esorcizzare arcani timori ed eterni irrisolti conflitti.
Ecco: è tutto. Questa è per me la forma più ingenua, vera e originale di Art Brut, una forma semplice, autentica e per certi versi inquietante. Un'arte assolutamente altra, fuori dalle logiche di mercato, lontana dagli applausi della massa, bisognosa solo di elevare lo spirito al di sopra dei confini e della materia, eppure in grado di catturare l'occhio e la pancia del lettore attento, di rendere vivi gli impulsi e le emozioni di una persona che ormai non è più e che pure continuerà a vivere nel ricordo attraverso le sue creazioni.
E per continuare questo nostro excursus, nella prossima puntata vi presenterò un artista d'avanguardia, Fabrizio Ferretti, il quale, nonostante la formazione accademica, ha scelto la sua arte come linguaggio e insieme veicolo per esprimere una ferma opposizione al sistema costituito.
Alla prossima, allora. Non mancate!
Myriam
P.S. Ancora una cosa: nella Poetica, Aristotele sosteneva il potere catartico dell'arte: che bello se bastasse un atto creativo per scaricare pulsioni negative, liberarci dal male e dalla guerra, per riprendere il filo dei nostri pensieri migliori...
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