L'altra arte
a cura di Myriam Latronico
FABRIZIO FERRETTI
Autoritratto - tecnica mista su tela - cm. 40x30
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AUTORITRATTO
Vittima
innocente
del sistema
ti senti spiato
perseguito incastrato
dal sistema costituito
instancabile nell'inventare
nuovi balzelli tasse oneri
d'insuperabile fantasia e
d'immediata applicazione
Ombre
lunghe e
spettrali or
si addensano
sui tuoi nobili
lineamenti per
approfondirli e
incupirli in solchi
ed in pieghe amare
L ' incomprensione
del volgo profano
è nulla in confronto
a chi vuole perfino
sottrarti gli strumenti
per esprimere il tuo
inestimabile genio creativo
Gianni Latronico
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E come promesso,
torno per parlarvi di Fabrizio Ferretti, giovane
artista romano, ribelle per natura, che, nonostante la formazione accademica,
ha scelto un linguaggio artistico libero, immediato, istintivo, l'unico in grado
di esprimere il suo dissenso, la sua assoluta indipendenza dalla cultura priva
di senso veicolata dai mass media, la sua avversione alle regole, alle convenzioni
sociali, ai dogmi, all'ordine apparente, al conformismo imperante.
Seguace di Twombly, Warhol e Basquiat, ne calca le orme realizzando composizioni
popolate da luci psichedeliche, colori vibranti, segni taglienti in primo piano,
che, come un'ideale cortina, lasciano intravedere la doppia valenza insieme poetica
e universale dei suoi dipinti.
Nelle sue opere, possiamo scorgere una forma intellettualizzata di art brut, la
ricerca di un modello di comunicazione che rievoca i tratti, i modi, l'ingenuità
del disegno infantile, allo scopo utlimo di raccontare le ansie psichiche e i
divari esistenziali comuni alla sua, e alla nostra, generazione.
Fabrizio Ferretti ha scelto il pennello come
megafono attraverso cui far sentire la sua voce; le sue tele urlano, protestano,
si ribellano: sono un manifesto, un atto di denuncia contro il lassismo, l'ipocrisia,
contro ogni genere di discriminazione e ogni forma di consumismo. E come il suo
animo si dibatte tra essere e divenire, bene e male, euforia e disagio, così,
nelle sue opere, vivide luci si oppongono a lunghe ombre: è questo lo sfondo
da cui emergono le sue figure, immagini essenziali dell'uomo della strada, colto
nella sua gestualità spontanea, nei suoi bisogni primordiali, nelle sue
scelte istintive.
E proprio questo costante riferimento antropomorfico svela, al di là dell'abile
tecnica pittorica, l'altruismo e la sensibilità da cui scaturisce il profondo
senso critico di Fabrizio Ferretti.
A voi le immagini!
Per
vedere altre opere di Fabrizio Ferretti visita la galleria
di Speaker's Corner »
Myriam
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LA
POTENTE ART BRUT DI FABRIZIO FERRETTI
di Gianni Latronico
Nel
1947, Jean Dubuffet sosteneva che l'art brut non era collegata a modelli culturali,
estetici, artistici, bensì a un'esasperata espressione dell'alienazione mentale,
in scarabocchi, ghirigori, segni insignificanti. In un'epoca di sfrenato consumismo
e di indiscriminato meccanicismo, il capovolgimento dei valori ha travolto anche
il vecchio concetto debuffetiano, trasferendolo dagli alienati ai colti, agli
outsiders, che non accettano l'attuale establishment.
Fabrizio
Ferretti parteggia per i no global, considera la proprietà un furto ed il capitale
un'arma, per stritolare gli ingenui gli indifesi, i vinti, in una realtà esistenziale:
disumana, cinica ed invivibile. Egli ha il denaro in gran dispetto, è contrario
al falso progresso e ritiene che l'arte sia l'unico mezzo idoneo, per la ricostruzione
di tempi umani più accettabili e per la gioia di vivere.
L'avanzare della desertificazione ambientale, della depressione psichica, del
disagio sociale e dell'inquinamento atmosferico vanificano ogni velleità di tecnicismo
avanzato o di imprese umanitarie. Nei primi piani di Fabrizio Ferretti appaiono
codici a barre, liste di prezzi, codici fiscali, come barriere psichiche, ferree
sbarre, muraglie invalicabili, ipocrite finzioni, inadatte alla comunicazione
di massa ed agli scambi interpersonali.
In
rete, scadenze, rianimazione, pago bancomat, carne da macello, sul ciglio, elettrosmog,
spazzatura, soldati di petrolio sono i titoli, che ripetutamente tornano nelle
sue opere, per mostrare masse di gente assiepata, stralunata, depressa.
Al
di sopra dei colori psichedelici, delle sagome vuote, delle forme evanescenti
si inerpicano segni deliranti di forche caudine, scavatrici meccaniche, martelli
pneumatici, che appaiono estraniati, sospesi, annaspanti. Invano, il pennello
cerca di fermare la massa nera del blob umano e terreno, per far scoprire angoli
di paradiso, tra tante ombre e poche luci.
Sembra
che Dio abbia abbandonato l'uomo al suo destino, ai venti di guerra ed alle angosce
esistenziali, tra le macerie di un mondo in sfacelo, senza possibilità di salvezza.
Eppure,
in tanta desolazione, spunta il fiore dell'arte, come panacea catartica, capace
di curare le ferite del sistema, annientare il male dell'indifferenza e far trionfare
la tranquillità dell'anima, tra le onde del mare in tempesta. Il ritmo del tempo
ha il suono stridente del jazz, lo swing e lo spleen degli spirituals; ma, nel
sottofondo, si avverte il canto allettante delle sirene e la melodia seducente
delle ninfe, nella danza delle ore.
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