AUTOROMANZO - Storia d'Amore a Tre Voci di Roberto Cicero
Autoritratto di un romanzo: esperimento narrativo sulle indescrivibili emozioni di un amore sospeso. Fra la miseria degli uomini e il mistero dell'amore eterno.
I
AVVERTENZA
"Autoromanzo?… Eh, già!" - potrebbe ironizzare qualcuno imbattendosi nel titolo di questo libro - "Come il pittore s'immortala nell'autoritratto, così lo scrittore si decanta nell'autoromanzo!"
Nient'affatto, dico io.
Anzi, vi avverto subito: a nessuno di voi salti in mente - neanche per un istante - di pensare che fra queste pagine siano narrate le avventurose gesta della mia memorabile esistenza. Commettereste un errore clamoroso, ve l'assicuro. La mia vita non è né avventurosa né memorabile né - tantomeno, mettiamo - tormentata da chissà quali dubbi esistenziali o sciocchezze di questo tipo. Non fanno per me. Pensate, mi esalto a tal punto tra sfarzi tecnologici ed innovazioni industriali che se fossi un dittatore abolirei subito, d'imperio, ogni forma di tradizione popolare… scomoda, di quelle - voglio dire - che richieda un impegno fisico non più necessario: non so, campeggi, escursioni a piedi, scampagnate, sagre paesane con processione del santo a spalla e tutte quelle discipline sportive, perché no?, che non prevedano espressamente l'uso del motore a scoppio o simili! Ora che ci penso, pure i sacchi a pelo mi ripugnano abbastanza, meglio una bella coperta elettrica. Non c'è niente da fare. Figuratevi che mi danno ai nervi anche quei tipi che la domenica vanno sempre in montagna… ma sì, quegli idioti che s'angosciano per sei giorni a settimana davanti al televisore sorbendosi previsioni catastrofiche sugli effetti deleteri dello smog cittadino o addirittura del fumo passivo e che il settimo, poi, terrorizzati a puntino, s'inerpicano come muli per delle ore fin sul cocuzzolo dietro casa a bordo di massicci scarponi da sbarco e sotto il carico opprimente di enormi zaini caricati in groppa. Ma che alla fine, una volta in cima, non possono neanche godersi la vista panoramica perché non ci vedono più dall'inusuale fatica, con gli occhi fuori dalle orbite e le mani sulla bocca nel disperato tentativo di trattenere un cuore impazzito che ha finalmente trovato una via di fuga fra due mascelle dilatate e una lingua penzoloni!
Comunque soffro anch'io. Nel vederli partire.
Anche se, non lo nego, persino io in gioventù ho avuto i miei momenti avventurosi, quasi di vagabondaggio. Come tutti, credo. Però vedete, da qui ad affermare che abbiano rappresentato il faro illuminante di tutta la mia giovinezza ce ne corre. Due sole volte ho ceduto al misterioso fascino errante: la prima, in epoca ormai lontana, risale ad una penosa trasferta in pulmino - in compagnia del prete e dell'oratorio tutto - per andare a giocare un'insignificante partitella di calcio contro quei poveracci dell'orfanotrofio di San Rocco (che poi non capisco che ci sono andato a fare visto che ero il terzo portiere!); la seconda, invece, è più recente e il dolore è ancora vivo in me. Ricordo benissimo le sofferte tappe del mio viaggio di nozze dai parenti, i mille disagi e i duemila chilometri in automobile fatti in cinque giorni di calura sotto un sole impietoso, in pieno agosto.
Non c'è altro, è tutto qui. Ditemi voi per quale diavolo di motivo dovrei proporvi un romanzo sulla mia vita: non sono tanto incosciente da deprimervi.
Certo, comprendo perfettamente che un libro come questo - che ha per titolo Autoromanzo e per autore me stesso - possa dar luogo a qualche equivoco, e ad uno in particolare: chiunque sarebbe tentato di supporre un mio coinvolgimento personale nei fatti narrati, persino un imbecille accosterebbe le due cose (oltre che un genio). Voglio dire che con un libro così fra le mani è assai probabile che ad ognuno di voi venga naturale immaginare di avere a che fare, che so io, con la palpitante autobiografia d'un autore ardimentoso o con il suo scandaloso diario personale. Da parte vostra, in questo caso, supporlo sarebbe un errore relativo, possibile e perdonabile. Quasi legittimo. Del resto, non ne avreste tutti i torti: di autobiografie di chicchessia e di diari più o meno intimi di baldracche e di papponi d'ogni epoca non se ne può più da almeno cent'anni. Ne ho piene le tasche anch'io.
Ed è proprio per questo motivo che - ancor prima di cominciare - tengo qui a ribadire ufficialmente che il contenuto delle pagine che seguono non ripercorrerà in alcun modo alcuna vicenda che possa in qualunque maniera essere riconducibile alla personale esistenza del suo autore, cioè a me stesso. Neanche di straforo. Diciamo che, a parte qualche inevitabile riferimento geografico ai luoghi della mia infanzia (ogni scrittore lo sa…), tutto il contenuto di quest'opera mi è completamente estraneo.
Però attenti: in questo libro io c'entro lo stesso, sia pure in un certo senso.
E non è un… controsenso, ve lo garantisco. C'entro e non c'entro, non so come dirvi. C'entro, ovviamente, perché Autoromanzo l'hanno scritto le mie manine, che m'appartengono in esclusiva. Ma i miei piedoni, ve ne renderete conto, rimarranno sempre fuori d'un bel po' da questa storia. Sarebbe come affermare (l'ho già fatto…) che non faccio parte del romanzo, però, allo stesso tempo, sono uno dei tre protagonisti! E' una cosa dura da digerire, lo so, ma in questo caso è la verità. Infatti sono la "terza voce" dell'indice, andate pure a verificare.
Un bel guaio? Ma no, è solo una questione d'opportunismo: sto alla finestra in attesa d'intervenire, ecco tutto.
Dite che non è abbastanza?
E va bene. Allora diciamo anche, tanto per non tenervi completamente all'oscuro, che in questo libro è come se io m'incarnassi in una sorta di "occhio pensante" - una specie di padre affettuoso, di grande fratello, di spia… per me anche di guardone, come preferite! - che s'intrufola con discrezione nei fatti dei due amanti, le prime due "voci", solo ad un certo punto della loro storia, vale a dire solo dopo averli osservati a lungo, seguiti di soppiatto, contemplati a fondo, lasciati parlare liberamente eccetera eccetera…, e solo per esser pronto, nell'attimo più opportuno, ad aiutarli in ciò che loro stessi non possono più, oggettivamente, fare in prima persona (beh, questo lo vedrete più tardi…): condurre cioé ogni lettore di queste pagine verso la conclusione di quegli avvenimenti di cui i due protagonisti sono stati, fin lì, gli unici padroni della scena. Oppure, più semplicemente (ma è lo stesso), guidare tutti voi verso la parola FINE di questo libro.
E con ciò spero d'aver raggiunto, quanto meno, il mio primo obiettivo: autoescludermi da questo autoromanzo.
Per quanto riguarda invece il secondo obiettivo - rivelarvi cioè il vero significato del titolo in copertina - non vi rimane altra possibilità (manco a dirlo) che tirare avanti per questa strada e leggere tutte le pagine che dopo questa sono incollate fra di loro, fino alla fine.
Sempre che ci teniate, naturalmente.
E anche se non ci tenete, a dire il vero. Infatti, per tutti coloro che non ne volessero proprio sapere di cosa s'intenda qui per Autoromanzo, avrei personalmente previsto due alternative altrettanto valide al solo scopo di non abbandonare le loro menti ad un probabile declino:
1- saltare a pie' pari la presente "avvertenza" e recarsi direttamente alla prima pagina effettiva del romanzo (all'incipit, come si usa dire fra colti); oppure:
2- ignorare con sdegno il titolo principale di questo libro ed adottare con maggior fiducia il piu' tranquillo sottotitolo - appositamente elaborato per loro - Storia d'Amore a Tre Voci.
Il punto 3- non è previsto.
(Beh, non più, almeno. Qualcosa avevo messo giù, lo confesso, ma poi ho avuto vergogna di me stesso ed ho fatto definitivamente sparire ognuna di quelle orribili tracce dalla memoria del mio computer: diciamo che l'ho fatto un attimo dopo aver immaginato la vostra faccia che immaginava la mia nel momento esatto in cui vi stavo consigliando di abbandonare definitivamente l'idea di leggere questo libro!)