AUTOROMANZO - Storia d'Amore a Tre Voci di Roberto Cicero
Autoritratto di un romanzo: esperimento narrativo sulle indescrivibili emozioni di un amore sospeso. Fra la miseria degli uomini e il mistero dell'amore eterno.
AUTOROMANZO
STORIA D'AMORE A TRE VOCI
PRIMA VOCE
«Dottore Giacomino carissimo, ma tu lo sai… scusi… ma lei lo sa che i suoi libri io li ho letti tutt'e due? Oh sì, come no, dalla prima all'ultima pagina. Sono un suo grande stimatore, io! Anzi, aspetto con ansia il prossimo romanzo, sarà sicuramente bellissimo… a proposito, quando uscirà?»
«Boh, non lo so.»
«Va bene, ma… di cosa parlerà?»
«Non ne ho idea.»
«Capisco. Lei ha poco tempo come me per i libri. Immagino poi che scriverli sia più faticoso che leggerli.»
«No.»
«Beh, comunque, credo che tu… che lei non potrebbe certo scrivere dove io spesso leggo. Pensi, nei posti più incredibili. Nel carro, nella saletta dell'obitorio, al cimitero… una volta addirittura dentro un cofano!»
«Cosa?»
«Ma sì, le dico, durante una pausa di lavoro nel mio laboratorio, un paio d'anni fa. Ero stanco, non avevo aiutanti, stavo allestendo contemporaneamente due "dimore" ed avevo appena finito di fissare il rivestimento in spugna… beh, lei capisce, avevo bisogno di stendermi e così…»
«Senta, abbia pazienza, ho la testa che mi scoppia. In questo momento non ho nessuna voglia di fare niente, tantomeno di parlare o di stare a sentire queste stronzate, scusi tanto.»
«Ma certo, scusi lei, comprendo perfettamente la sua difficoltà, come non detto. Veniamo a noi, e non si preoccupi. Vede qui che bel catalogo che ho? Se permette, io avrei già pensato per mamma a due modelli eccezionali, l'Anima e il Celestino. Eh… beh, belli, vero? Soprattutto questo, l'Anima. Com'è decorato, prestigioso, proprio un gran bel cofano! E poi ha un doppio strato morbido, dottore, confortevolissimo. E' più importante dell'altro, più degno della sua cara mamma. Della "nostra" cara Adelina. Oh, io la chiamavo per nome, non lo sa? L'ho conosciuta bene la sua mamma, io. Sì sì, e c'era anche lei, piccolo piccolo… c'eravate tutt'e due! Ma la mamma… la mamma! Veramente una gran signora, tanto che…»
«Ehhh… va bene, certo, d'accordo. Però non ho voglia, gliel'ho già detto. Si rivolga ai miei parenti. Là, ai miei zii, quelli seduti in fondo.»
«E adesso sparisca!» - sbottai improvvisamente, con mia stessa meraviglia - «Sparisca lei, le sue stupide casse da morto e tutto il suo sciagurato catalogo di anime e celestini dell'inferno. Prima che glielo tiri appresso insieme a una raffica di pedate nel sedere!»
Nell'unica volta della mia vita in cui ho avuto il coraggio di ribellarmi apertamente al mondo, ho semplicemente fatto la figura del gran villano con l'incolpevole signor Geppo. Ma per fortuna non c'erano altri testimoni.
Il fatto è che ero sconvolto dalla morte dei miei genitori, cioè di mia madre. E non ero stato neanche preavvisato. Poveraccia, le era scoppiata la testa, di colpo, senza che io avessi mai preventivato un dramma del genere. Un ictus se l'era portata via all'improvviso - in pieno giorno e in piena salute, a neanche cinquantacinque anni - mentre si trovava in una fioreria vicino a casa nostra per comprare un rampicante nuovo da sostituire in terrazzo. Mamma non era né malata né stressata, aveva più soldi di quelli che le servissero ogni giorno ed era pure stracontenta del mio recente successo di giovane scrittore: cosa diavolo c'entrava la morte a quell'ora?
E' strana, la vita.
Mio padre non c'era perché… non c'era mai stato. Io non l'ho mai visto. E neanche lui ha mai visto me, credo. Il giorno che sono nato il malandrino se l'era già squagliata da un pezzo, non appena saputa la lieta novella che la sua giovanissima amica Adele era incinta. Mamma aveva allora quindici anni, una bambina, e solo Dio sa come m'ha tirato su. Chissà se quell'invertebrato è ancora vivo. Ma poi… chi se ne frega!?
E così io, figlio unico di uno squallido amore, ero rimasto da solo, come un salame. Un salame tagliato a metà. Una specie di morto ad occhi aperti.
Se poi ci mettiamo il fatto che in quel momento ero anche disperato per un altro motivo, mi meraviglio di come ora io possa essere qui a raccontarvi questa cosa.
«Giacomo, caro! Ci dispiace tanto. Così, poi, all'improvviso… beh, condoglianze sincere! Mie, di mia moglie Eliana e di tutta la mia famiglia. Ti siamo molto vicini.»
«Grazie, Umberto. E grazie anche a te, Eliana. Grazie a tutti quanti.»
«Ah, senti Giacomo, solo una cosina: sai che le vendite continuano bene? E poi stiamo trattando i diritti per una traduzione in Sudamerica, forse un ottimo affare. Tirati su. E tu? Hai già cominciato il secondo romanzo del nuovo contratto?» "Umberto, ma quanto sei stronzo!" - avrei voluto rispondergli con le mani in faccia - "Ti sembra questo il momento di rompere i coglioni?"
E invece, per mia abitudine, gli risposi piano:
«Ne riparliamo domani.»
Mollemente, alla mia maniera, fiacco come un moribondo. Solo il becchino Geppo era riuscito a scuotermi un po'. E poi in quel momento non sapevo nemmeno cosa stessi dicendo, parlavo senza udirmi.
Infatti andai a trovare l'Umberto dopo una settimana, altro che l'indomani. E comunque ci andai solo perché ero in preda al panico.
Umberto Castagnino, direttore editoriale di una grossa casa editrice (che poi era la "mia", cioè la stessa che un anno prima aveva regalato alla mia povera mamma la più grande gioia della vita sua, quella di vedermi in TV), mi ricevette nel suo enorme studio, all'ultimo piano di un antico palazzo del centro che di antico aveva solo la facciata esterna. L'interno era invece ultramoderno, pieno di specchi lucidi e di scintillanti rivestimenti in acciaio cromato. Ma, soprattutto, pieno di giovani segretarie in minigonna sempre sorridenti.
E fu proprio una di queste scosciate ad accompagnarmi nella stanza del capo, anche se io conoscevo benissimo la strada. Era una ragazza di vent'anni, forse meno. Bellissima, non c'è che dire, alta e bruna. Un colpo allo stomaco. Prima mi sorrise affabile e poi mi precedette ancheggiando mollemente. Ero confuso, ora non ricordo neanche cosa disse (o se disse mai qualcosa!). Ricordo solo che aveva una bella faccia da scema - di quelle su cui non è necessario soffermarsi troppo per cercare di dire cose intelligenti - e due fianchi che mi arrivavano alle costole. La seguii come un cagnetto.
Dall'occhiatona avvolgente che l'Umberto le lanciò dalla scrivania, mi ci gioco il collo ed anche il resto che quella stangona fosse proprio la sua piccioncina preferita. Non mi sbaglio mai sui vecchi tromboni, tanto meno su quelli che conosco bene!
Purtroppo, però, in quei frangenti rosa io ero immerso nelle nebbie più fitte, come accecato. Troppo avvilito e dolorante per partecipare attivamente all'assaggio di tali prelibatezze estetiche.
«Umberto mio,« - attaccai infatti mesto dopo un tè alla macchinetta - «non so proprio se ce la farò a scrivere un buon romanzo di duecento pagine in soli tre mesi. Più guardo il contratto e più mi sembra disumano, ogni giorno di più. Non ho una sola ideuzza in testa e mi sento pure uno straccio, una pezza lercia e anche bucata. Non riesco a buttar giù neanche il mio nome, mi siedo per scrivere e mi trasformo in un manichino. Dammi un consiglio. Che faccio?»
«Giacomino, e che ci vuole!» - mi rispose Castagnino con la sua ironia da padre buono, credendo di farmi un favore - «Puoi sempre rescindere il contratto, restituire i soldi che ti hanno anticipato e rimetterti a fare il contabile al mercato per il commendator Capolone!»
«Ehi, io naturalmente scherzo.» - aggiunse inutilmente con un sorriso forzato, da idiota, per rassicurarmi ulteriormente - «Vedrai, ce la farai, un talentuoso come te può anche scrivere un ottimo romanzo in pochi giorni. Il grande Bukowski, per esempio, spesso riusciva a scrivere solo pochi giorni in un anno a causa dei suoi vizi, eppure…»
«Sono astemio.»
«Vabbé… però io ti consiglio di prenderti una vacanza, di riposarti. Le idee verranno. Ehi, che ne dici di un bel week-end con qualcuna di quelle fanciulline? Se vuoi te ne presento una che…»
Un vero idiota.
"Ma sì, amico," - pensai più tardi, a casa, steso sul mio lettino a pancia in su - "perche' no! Una bella vacanza è proprio quella che farebbe al caso mio. Vediamo, magari più lunga di un semplice week-end… direi… si, d'un paio di mesi: gia' mi vedo in qualche rilassante isoletta dei Caraibi… ma no, ancora più lontano, in Polinesia! A spassarmela con una… via, con due belle gallinelle sempre pronte che non fanno tante storie. Giusto! Così mi sparo tutti i soldi dell'anticipo e al ritorno sono ancora più rincoglionito di quand'ero partito, pieno di debiti e pronto al suicidio per non poter più onorare il contratto editoriale e la mia stessa vita. Ma grazie, Umberto, ottimo consiglio! Ti vorrei abbracciare, dalla gioia: mi hai proprio dato la dritta giusta!"
L'intera giornata mi scivolò poi addosso senza che io potessi più afferrarla, senza viverla. Un giorno da morto. Uno di quei giorni in cui respiri solo perché il cuore è un muscolo involontario e l'abitudine ti fa mangiare e girare a vuoto per casa, ma che non varrebbe affatto la pena di vivere.
Infatti avevo tanta voglia di morire. Andai a dormire.
Mi svegliai nel cuore della notte, sudato e incomprensibilmente energico. Mi accorsi che non avevo più nessuna voglia di accopparmi, anzi: avevo voglia di distrarmi, estraniarmi dal mondo, evadere da quella cappa oppressiva di dolori e doveri che m'inseguiva ingiustamente da un po' di giorni, allo stesso modo d'un onest'uomo obbligato a frequentare le galere più dure.
Col proposito di ricominciare a lottare per la mia vita, mi riappisolai con più fiducia.