AUTOROMANZO - Storia d'Amore a Tre Voci di Roberto Cicero
Autoritratto di un romanzo: esperimento narrativo sulle indescrivibili emozioni di un amore sospeso. Fra la miseria degli uomini e il mistero dell'amore eterno.
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TERZA VOCE
Ve l'ho già detto che non sopporto chi va in montagna a piedi e che preferisco la coperta elettrica al sacco a pelo?
Mi pare di si.
Eppure, pensate, a questo mondo c'è anche chi si adatta a vivere una vita ai limiti dell'inverosimile - almeno, per quanto mi riguarda - rimanendo praticamente in mezzo a noi.
Avete presente l'Holland Park, a Londra?
No? Ci sono qua io!
E' uno dei tanti parchi cittadini della capitale britannica, bello, grande e pieno di piante e di fiori. Così grande che dall'inizio della primavera alla fine dell'estate può nascondere un sacco di gente ogni notte senza che nessuno se ne accorga, neanche i bobbies, i vigili urbani del posto.
Se io sono stato all'Holland Park di Londra?
Figuriamoci, non se ne parla nemmeno!
Queste cose le so perché so che fine aveva fatto Giacomo dopo quell'ultimo saluto ad Elenita, mica perché sono stato a Londra!
Ricordate la scena di quei due tipi di Bruca appollaiati nell'oscurità sopra il televisore cavo? Ma sì, di quelli che sembravano aspettare qualcuno con pazienza, quelli notati da Giacomo mentre tornava per l'ultima volta nella casa di suo zio Severino, sulla spiaggia…? Beh, quelli aspettavano proprio lui, il nostro giovanotto, e non per invitarlo ad un ragionamento dai toni pacati. Per suonargliele!
E così, senza neanche un cenno di saluto o una qualche spiegazione, i due maleducati (che erano anche due muscolosi) cominciarono a battere il povero Giacomo come il tamburo d'un complesso rock! Gli diedero tante di quelle botte, ma tante di quelle botte, da ridurlo in fin di vita e spezzargli braccia e costole, per poi trascinarselo via con loro. Proprio così, non lo lasciarono lì a rantolare, non lo buttarono a mare.
Anzi, lo presero in braccio come un bimbo e lo consegnarono così com'era - bell'e sfasciato - ad altri quattro compari più importanti di loro che prima lo rimisero più o meno in piedi (in una clinica privata di loro, diciamo così, "pertinenza"!), poi lo gonfiarono nuovamente come una zampogna (tanto per ricordargli qual era il suo ruolo in società…) ed infine lo accompagnarono gentilmente a proprie spese fino all'Heathrow Airport di Londra! Pensate che squisitezze, lo spaesato Rua fu abbandonato oltremanica - all'angolo d'una street qualunque - con gli occhi pesti e senza documenti, con le tasche vuote e l'ordine tassativo di non rimettere più piede in terra natìa.
A meno che quest'ultima non fosse la tecnica prescelta dal nipotino di don Viriuzzo per porre fine alla propria sventurata esistenza!
A proposito di don Viriuzzo, cioè di Severino Blanco da Cavasanta frazione di Torrelusa: ma era proprio per lui che erano state riservate le migliori energie dei nostri focosi schiaffeggiatori, mica non c'entrava nulla in tutto questo baccano! Anzi, proprio a lui erano destinate le cure più raffinate del nostro caso… diciamo che il povero Giacomo fu meno fortunato, anche meno protetto, di suo zio. Nel senso che don Viriuzzo fu bastonato a dovere pure lui (a quello non fece in tempo a sfuggire), ma tale trattamento scatenò subito una sanguinosa rappresaglia cui seguì, di lì a poco, una fitta serie di scontri armati fra galantuomini di opposte fazioni, e così "don Viriù" riuscì a farla praticamente franca, a non essere più impacchettato e spedito da nessuna parte. Di più: in breve tempo ebbe modo di riacquistare tutta la sua autorità fra la gente di Bruca, e l'epurazione dei rivoltosi fu immediata.
L'avrete già capito, per questi ultimi la faccenda del presunto amore fra Giacomo ed Elenita era stata soprattutto una buona occasione per scatenare una guerra feroce fra le due storiche famiglie dominanti del mandamento di Torrelusa - i Tuminno e gli Spagnuolo - per il controllo della pesca in tutto il Golfo di Erbinara. Possiamo dire che, a modo suo, Severino Blanco era una specie di sindacalista che curava gli interessi dei pescatori di Bruca per conto dei signori Tuminno… che male c'era! Il fatto brutto fu che "don Viriù" aveva scelto il momento più sbagliato per mandare in vacanza il suo "picciotto", proprio il periodo meno opportuno.
Povero Giacomo, ci stava rimettendo le penne, per tutto questo. Prima per questioni di parentela, poi per amore infinito.
Eh sì, perché pure il ragazzo era profondamente innamorato di Elenita, esattamente come lei lo era di lui. E come lei si tormentava giorno e notte per quell'amore stroncato sul nascere. Ora provate a immaginarvi il risultato che verrebbe fuori dalla somma algebrica dei dolori che il giovane Rua fu costretto a trascinarsi appresso in quelle sue belle condizioni, da solo in quel di Londra: in terra straniera, senza identità, senza conoscere la lingua, senza un soldo che fosse uno e col pensiero di Elenita che lo corrodeva sempre più…
Un pallottoliere elettronico, ci vorrebbe!
Infatti visse d'elemosina, Giacomo Rua, per molti mesi. Un barbone fra i barboni.
Per i primi tempi, quelli più freddi, dormì in metropolitana con gli altri miserabili, non c'erano alternative. Poi, in primavera, scoprì l'Holland Park, quello che vi dicevo prima, con i suoi mille nascondigli e una vecchia sdraio sgangherata, di quelle che affittano lì in estate a tanto l'ora per prendere il sole sui bei prati verdi. E per coprirsi durante la notte usava solitamente carta di giornale, meno ingombrante e più reperibile delle coperte (cioè gratis!).
Pensava spesso ad Elenita, a quella bella ragazza che lo aveva baciato con tanta passione sotto una luna splendente e che gli aveva portato via il cuore.
Piangeva spesso, per Elenita. Avrebbe regalato la sua anima, pur di reincontrarla per un attimo soltanto.
In quell'inferno a fiori del parco londinese, l'unica persona che conobbe realmente fu Tom, un tipo alto alto senza età che parlava una specie di italiano (beh, come può parlarlo un Inglese che parla l'italiano così come lo ha appreso dai pastori sardi dell'Iglesiente, una meraviglia!). Divennero amici, Giacomo e Tom, girarono a piedi tutta Londra e si scambiarono cibo e giornali.
Un sera d'estate, Tom disse a Giacomo:
«Vado in America. Vieni con me?»
«No.» - rispose Giacomo - «L'America è troppo lontana, perderei la mia ultima speranza.»
«Come vuoi.» - disse Tom - «Tieni però questo sacco, ti lascio in eredità i miei trenta giornali. Addio.»
E così Giacomo, quando nuovamente aveva trovato qualcuno, nuovamente l'aveva perduto.
Cominciò a smagrirsi, nel fisico e nell'anima. Più passavano i giorni, più il suo cuore accusava la fatica di vivere. Presto sarebbe sopraggiunto l'inverno con i suoi freddi terribili, e di solito la morte non fa sconti.
Non camminava quasi più, Giacomo, ormai la sua mano protesa era divenuta un'abitudine per chi transitava per quell'angolo del parco, turisti per i quali quella mano non apparteneva a nessun corpo di preciso, a nessun volto. Ogni mattina fuoriusciva sudicia, come una leva meccanica, da una nicchia sotto un albero, una specie di cuccia ricoperta di foglie sopra un pavimento fatto di carta.
Un pavimento di giornali, a dire la verità. I trenta giornali del suo amico Tom.
Un bel giorno di settembre - bello chissà per chi - Giacomo notò che sul suo cuscino (attenti, niente di firmato, solo la copia appallottolata di un Daily Telegraph di qualche tempo prima…) c'era un articolo di cronaca italiana dal bel titolo "ITALIAN EMOTION", uno di quegli ammiccanti trafiletti incorniciati da prima pagina messi lì ad uso e consumo degli immigrati, di quelli che tante copie fanno vendere alle stazioni e agli aeroporti. Povero ragazzo, conosceva poco l'inglese e non ci vedeva quasi più dalla fiacchezza, ma volle ugualmente leggere quelle righe stropicciate perché intuì subito che si parlava degli ultimi luoghi incantati della sua vita, quegli stessi luoghi dove aveva incontrato Elenita e dove anche l'aveva perduta per sempre.
Gli ci volle una buona mezz'ora per decifrare quei segni, ma alla fine capì tutto e un cupo dolore lo invase, forte da stordirlo.
Poi, fulminea come il lampo, un'energia misteriosa s'impadronì della sua mente determinandone un inspiegabile effetto: il suo cuore ricominciò a battere lesto ed i suoi occhi a rischiararsi di luce nuova, al pari d'un devoto di ritorno dal santuario!
Ehi, creduloni, niente di sovrannaturale… il fatto è che fra la sozzura di quell'inchiostro sbiadito egli era riuscito a scorgere la sua stessa vita, le medesime emozioni che lui aveva già vissute e che dal suo paese rimbalzavano ora ai suoi occhi tramite il resoconto fangoso d'una pagina di giornale. Insomma, vi si descriveva l'ondata di commozione popolare che s'era diffusa in tutt'Italia dopo il nobile e inusuale gesto di un uomo notoriamente legato a spietati ambienti malavitosi, vale a dire quello d'aver ritrovato - e poi reso pubblico sulla stampa - il diario d'amore di una ragazzina suicida, una serie di frasi appassionate scritte per un giovane amante e contenute in un semplice diario scolastico in forma di lettere mai spedite. "Si potrebbe trattare di ognuno dei nostri stessi figli," - si leggeva ruffianamente nel trafiletto - "e di ognuno di quei quadernetti colorati in cui i nostri ragazzi annotano tutte le loro giornate. In questo caso, però" - si rifaceva prontamente il 'pezzo' - "siamo certamente davanti a qualcosa di più: a una sorta di decalogo accusatorio stilato impietosamente da una fanciulla moderna nei confronti di uno scorcio di società italiana ancora feudale e crudele, alla denuncia dura e inappellabile di una cultura ormai perdente". Infine l'articoletto rivelava il suo vero volto, quello più commerciale e pettegolo, quando irrompeva grossolanamente nella storia in se stessa e retoricamente intramezzava le circostanze più raccapriccianti del suicidio (per esempio, quelle in cui la ragazza si lanciava disperata nel vuoto da una scogliera a picco sul mare) con le parole sicuramente più commoventi di quelle lettere d'amore.
Se poi ci aggiungete qualche lode sperticata all'autenticità e alla purezza di quel sentimento giovanile, un corretto biasimo all'ottusità degli adulti verso passioni così genuine, e un altro paio di ghiotti particolari come l'oscuro rapimento del giovane amante della ragazza suicida ed il fatto che costui fosse uno scrittore già affermato, per di più nipote del mafioso buono che aveva permesso quello scoop… voi capite come queste notizie facciano gola a giornalisti e giornalai… non solo: voi capite anche il perché di quel cupo dolore di cui vi parlavo prima, povero Giacomo!
Non ho finito. C'è una cosa che ancora non vi ho detto. Siccome il sudicio articoletto era dettagliatamente corredato dei nomi di tutti i luoghi e dei cognomi di tutti i protagonisti della toccante storiella italica, ci scommetto un paio delle mie cose che capirete subito anche il resto della faccenda, cioè per quale motivo il moribondo Giacomino riacquistò in un lampo tutte le sue forze: mi basta solo dirvi che la semplice motivazione in un uomo fa miracoli!
Ora, tanto per non farvi fare delle inutili illusioni, vi dico subito che non ho idea di che fine abbia fatto Giacomo Rua da quel punto in poi, non so neanche se in questo momento sia vivo o morto.
Però so quello che ha fatto nel mese successivo alla lettura del trafiletto: s'è procurato carta e penna ed ha ricominciato a scrivere, era questa la sua motivazione a ricominciare a vivere.
E so anche che per prima cosa ha scritto un romanzo.
"Quale romanzo?", dite voi?
Quello che avete appena finito di leggere, dico io!