Speaker's Corner
 
Autoromanzo. Storia d'amore a Tre Voci
di Roberto Cicero
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    AUTOROMANZO - Storia d'Amore a Tre Voci
    di Roberto Cicero


    Autoritratto di un romanzo: esperimento narrativo sulle indescrivibili emozioni di un amore sospeso. Fra la miseria degli uomini e il mistero dell'amore eterno.


    IX

    MERCOLEDI



    Giacomo, intanto che Gabriella studia Fisica sdraiata sul letto, io ne approfitto e ti scrivo seduta alla sua scrivania.
    Fuori dalla finestra, già da stamattina, c'è un sole tanto caldo e brillante che sembra che stia per arrivare Pasqua, anziché Natale.
    Li ho passati male, questi ultimi giorni, a letto con la febbre. Senza poter andare a scuola e dunque senza poterti parlare (parlare, poi… magari!). Puoi immaginare quanto sia importante per me, soprattutto in questo periodo, poter uscire di casa ogni mattina. Ogni volta è come sciogliere il lucchetto delle mie catene e partire libera. Come sfuggire a una prigione buia e poter rivedere il sole, incontrare di nuovo la vita dopo ore di solitudine. Pensa che cosa stupenda è per me un semplice giorno di scuola… se lo sapessero i miei compagni!
    Riesci ora a immaginarne tre di fila, di giorni, con la febbre che ti blocca in casa? Tre anni di galera dura, sono, te lo giuro!
    Abbrutita dall'isolamento forzato, chiusa in quella mia spaventosa camera dagli armadi neri senza l'uso del telefono di casa e senza più il mio vecchio telefonino (sparito da una settimana, per quello, chissà che brutta fine avrà fatto!), per tre odiosi giorni ho visto solo mamma un minuto a mezzogiorno e un minuto la sera. La poveretta veniva a portarmi il pranzo e la cena senza dire una sola parola. La poveretta?… Ma sì, poveretta… lei eseguiva il suo compitino con diligenza, non c'è che dire. Gli ordini erano quelli, insomma, e a quelli lei è stata abituata da sempre. Proprio una poveretta: non mi fa nessuna pena. Me ne farebbe solo se si rendesse veramente conto della sua condizione.
    Dei suoi due padroni, invece (marito e figlio maschio), ovviamente neanche l'ombra. I due conigli, in fondo, hanno fatto il loro mestiere pure loro, cioé i masculi di famiglia, i paladini predestinati, i duri per forza di cose. Quelli che devono salvare a tutti i costi l'onorabilità delle loro femmine e di tutta la loro famiglia di fronte alla gente che guarda e che giudica, di fronte agli occhi degli altri che tutto vedono e tutto sanno! Come prevede il loro codice, insomma, devono fare gli stronzi per far vedere ad altri stronzi quanto loro stessi siano realmente e profondamente stronzi… magari i più stronzi di tutti!
    E in questo bellissimo ambientino da matti, caro mio, sono sicura che a farmi stare veramente male non fosse affatto la febbre, ma un presentimento triste, molto triste, più negativo del colore nero, un mio compagno ormai inseparabile: e purtroppo è la desolante sensazione, molte volte la certezza, di non avere più una via d'uscita dignitosa per questa mia vita fatta solo di cattiverie e di vuoti simili alla morte.
    Però non mi voglio arrendere, caro mio, forse mi è rimasto un appiglio. Chi lo sa, potrebbe aprirmi ancora una speranza.
    Ma te ne riparlerò un'altra volta.


    GIOVEDI



    Ricordi che ti avevo parlato del tuo libro? Di aver cominciato a leggerlo e di essere arrivata a quando il povero Leo aveva scoperto il suo grande amore per la signorina Tilde (la centralinista della ditta in cui lui aveva sempre lavorato) proprio nel punto più triste della sua vita, quando aveva scoperto che gli rimaneva poco da vivere?
    Beh, ti annuncio che da lì in poi sono andata avanti un bel po' con la lettura, cosa credevi!
    Anzi, nei giorni in cui sono stata costretta a stare in casa non ho fatto praticamente altro, il libro è bellissimo e mi è stato veramente prezioso. Come un compagno segreto da nascondere in camera. Eh sì, perché a casa mia devo stare attenta a non dimenticarmelo in giro! Non puoi immaginare il casino che mi monterebbero se trovassero un libro col tuo nome scritto sopra: il finimondo, succederebbe! (Prevedo che nel migliore dei casi mi ritroverei ai bordi d'una strada a chiedere l'elemosina. Nel peggiore, non potrei più fare nemmeno quello per cause più o meno naturali!)
    A parte gli scherzi, Giacomo, quella di Leo è una storia toccante, drammatica e coraggiosa. Mi sta coinvolgendo molto e mi fa pensare sempre di più al senso da dare alla nostra vita, a cosa è giusto e a cosa è inutile o ingiusto fare, per se stessi e anche per gli altri. Per esempio, mi chiedo se sia giusto o no che Leo, nelle sue condizioni, manifesti apertamente il suo amore a Tilde. Se sia giusto oppure no che lei sappia tutto di lui. O anche se sia giusto o meno, nei confronti di lei, che solo ora lui faccia tutte quelle cose che fino a quel momento non aveva mai osato fare (per timidezza, per vigliaccheria, o semplicemente per pigrizia, chi lo sa?), come dipingere, scrivere poesie, fare passeggiate nei boschi per una giornata intera, programmare un viaggio solitario attraverso il deserto… Allora, Giacomo, che cosa è giusto? Te lo chiedo perché io non so rispondermi, ovviamente. Però è sicuramente vero che in tali condizioni un uomo risponde in due soli modi: o la fa finita in un attimo (eliminando così alla radice anche gli altri problemi!), oppure reagisce come Leo, con ottimismo, affrontando la vita con più coraggio e arrivando addirittura a sfidarla in un duello all'ultimo sangue, come un pistolero d'altri tempi (io mi ucciderei, ne sono sicura, non avrei tutta quella forza d'animo).
    Ora sono proprio curiosa di vedere come va a finire, è come se mi fossi affezionata a questo Leo… quasi lo amo! Ma Leo esiste? E' esistito veramente? O forse aveva un altro nome?
    Oddio Giacomo, scusa, che domande stupide!
    Ma quante altre vorrei fartene, quanto tempo vorrei passare insieme a te, quanto amore vorrei darti…
    Sarà mai possibile?


    VENERDI



    Ti avevo accennato ad una mia speranza, pochi giorni fa, ad un appiglio che avevo intravisto nella mia vita: senti qua, fra due settimane è Natale e per quei giorni, dal 20 al 26, ho ottenuto dai miei di poter andare a Torrelusa col prete e con gli altri ragazzi della parrocchia! (Ottenuto… vabbe'! Quelli, pur di mandarmi via, mi prenoterebbero un viaggio di sola andata per la luna a spese loro!)
    Con me viene anche Gabriella e questa è una cosa fantastica, Giacomo, non credi?
    Senti, tu lo sai chi ci abita a Torrelusa, vero? Lo sai cosa può voler dire per me questa cosa, vero?
    Vuole dire, caro mio, che ho tutto il tempo di andare a cercare tuo zio Severino e forse di poter rintracciarti! Sono veramente contenta, non sto più nella pelle. Ormai conto i minuti!
    Di tuo zio ho solo un indirizzo, però, e forse è anche vecchio. Ma ti giuro che lo cercherò ovunque, anche a costo di bussare a tutte le porte di Torrelusa o di andare dai carabinieri. Non mi fermerò finché non lo avrò trovato.
    E finché non ti avremo trovato.
    Ora vado. Ciao ciao.

    Bruca, 31 dicembre 2000



    Caro Giacomo,
    ho già spedito il mio diario a quel vecchio indirizzo di tuo zio Severino, spero che in qualche modo gli arrivi. Questa lettera, però, te la voglio scrivere come i cristiani, col francobollo sulla busta. Purtroppo è anche l'ultima, la lascio qui in camera mia e non ci sono timbri. Non ce ne saranno mai.
    Dovevo andare a Torrelusa, ricordi?
    Ricordi che dovevo cercare tuo zio e insieme a lui ero decisissima a ritrovare te?
    Ricordi le mie speranze prima di partire?
    Sono partita, per quello, con Gabriella e tutti gli altri. Solo che dopo pochi chilometri, appena fuori dal paese, il nostro pullman è stato bloccato e assalito da tre banditi armati e incappucciati che ci hanno derubati tutti quanti, in più facendo prendere a me uno spavento pazzesco perché sono stata l'unica ad essere picchiata (senza alcun motivo) e addirittura minacciata di morte. Ho ancora un braccio ingessato e qualche livido. Credo di sapere chi può aver organizzato quest'odioso agguato, Giacomo, ma ormai che importa? In questo modo ho perso la mia ultima speranza, quella di ritrovarti. Ho perso tutto.
    I miei giorni di "festa" li ho passati all'ospedale di Canantini con Gabriella che per fortuna ogni tanto veniva a trovarmi, anche se era l'unica.
    Ho qui con me il tuo libro, Giacomo, ormai avevo imparato a nasconderlo bene ed ora mi mancano solo sessanta pagine per finire di leggerlo. Ho pensato che per farlo, mettendoci tutta la mia anima, il posto più giusto può essere solo vicino al mare, su quella scogliera dove tu eri stato poco prima di salutarci (in quella nostra serata magica, ricordi?). E' l'unico modo che ho per ritrovarti, per sentirti il più possibile vicino al mio cuore.

    Oggi è anche l'ultimo giorno degli ultimi mille anni, amore mio, e voglio passarlo con te. Dopo aver finito di leggere il tuo libro, però, voglio anche che questo sia il mio primo giorno di un'eternità intera con te…

    Da Elenita a Giacomo. Per sempre.


    …continua…