Speaker's Corner
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Mozart e dintorni
   a cura di Marco Marinelli



Bach, ovvero si, la, do e…
1a parte
2a parte
3a parte

Chopin in tre puntate
1. Chopin, il pianista
2. Il tempo di Chopin
3. Guida all'ascolto:
  1a parte
  2a parte
  3a parte


Mozart in tre puntate
1. Amadeus
2. La vita di Mozart, come un film
3. Flauto Magico, Requiem e misteri massonici



























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Mozart e dintorni
a cura di Marco Marinelli


Bach, ovvero si, la, do e…



Il suono primordiale
La musica è un fatto innato, la comprensione del linguaggio dei suoni può essere coltivata, accresciuta e perfezionata ma mai ricomposta dal nulla. Il musicista pensa in modo musicale, la sua attività cerebrale è il risultato di linee melodiche e di contrappunto, o ancora di armonia, il suono avvolge le cose come il vento circonda gli oggetti e li accarezza. Come la geometria, del resto, che considera le estensioni e non le quantità, i rapporti e non le misure. La sintesi, non l'analisi. Il cielo, non la terra. E in questo complesso bizzarro di predisposizioni innate che non costituiscono il genio, nel senso romantico del termine, ma che traducono semplicemente una delle innumerevoli sfumature dell'essere umano, si è costretti a riconoscere anche un valore gerarchico a questa nuance di sensibilità intellettuale. Perché la musica è primordiale e ben lo conoscono ad esempio gli indù per i quali la prima manifestazione divina è il cosiddetto "suono primordiale", ovvero "shabda". Certo il suono è ancora manifestazione e come tutte le manifestazioni è corruttibile e anche questa è cosa nota presso le popolazioni di colore, quelle più dotate di ritmo al mondo. Chiunque abbia mai avuto l'occasione di suonare con un uomo o una donna di colore avrà dovuto ammettere l'innata predisposizione al ritmo che si esplicita, quasi ironicamente, in una non perfetta (nel senso matematico della parola) esecuzione del ritmo. L'imperfezione rappresenta la corruzione, il segno che ci ricorda che ciò che è davvero immutabile e inscalfibile è soltanto il silenzio, e oltre ancora. Noi invece ci lasciamo ipnotizzare dalla batteria elettronica che spacca il millesimo e per questo, miseramente, perdiamo ogni senso del ritmo oltre a generare un'intima convinzione che il tempo "esatto" sia demiurgicamente simile a un delirio di onnipotenza che fa dimenticare il sonno e la coscienza, spesso quando si è alla guida di autoveicoli. Anch'essi elettronicamente perfetti.

L'albero di Bach
E così può capitare che per la regola di cui sopra si possa nascere in una famiglia di musicisti e non essere un grande musicista mentre è più raro che, dalla stessa famiglia, nasca qualcuno che mostri ripulsa decisa verso la musica. E questo in fondo può valere anche per tutte le arti e per tutte le predisposizioni; sarebbe, infatti, piuttosto anomalo che chi nasce in un ambiente dove vi sia sincera vicinanza ad esempio alla pittura, finisse per mostrare con il tempo un irresistibile diniego per tutto quel che concerne le arti figurative, pur non essendo un grande artista né per predisposizione né per volontà. Con Bach (1685-1750) siamo fortunatamente nel primo caso, e l'albero genealogico della sua famiglia presenta predisposizioni musicali che si irraggiano (come radici solide e ben abbarbicate) per una profondità di almeno 100 anni prima della sua nascita. Il padre Johann Ambrosius (1649-1695) suona il violino e la tromba e dirige la banda di Eisenach e scrive musica per la fanfara cittadina. Il lontano progenitore, Veit Bach, morto intorno al 1577, fornaio semplice e sensibile si dilettava con una cetra nelle pause di lavoro al mulino, si dice seguendo il tempo della macina. Se non è questa poesia. Tornando più su il nonno di Johann Sebastian, certo Christoph Bach (1613-1661), fu il primo a campare di musica come strumentista alla corte del duca di Weimar. E ancora più su il fratello di Sebastian, Johann Jacob (1682-1722), era ottimo flautista e oboista.

L'amore per la memoria
Le prime università, come è noto, fiorirono in Medio Oriente, là dove le grandi biblioteche avrebbero fatto impallidire persino tra i più zelanti e amebici tra i ricercatori accademici di oggi. E una delle prove tipiche per entrare in università un tempo, non era certo quella di rispondere a una serie di quiz da spuntare nervosamente e a casaccio immaginando di cogliere una percentuale di punti (o crediti, esattamente come una carta per gli acquisti) per entrare, per essere tra quelli del numero chiuso e magari non studiare mai, dopo. Bisognava al contrario superare la prova della memoria, una trentina di pagina da ripetere "prima lettura"; cioè le leggo una volta sola e le ripeto tutte, parola su parola, non faccio una sintesi, devo semplicemente ripeterle, potrebbero anche essere in una lingua che non conosco, potrei non aver capito un solo concetto di quel che vado ripetendo, ma l'importante è la memoria, punto. In questo solco della tradizione sarebbe da vedere una curiosa e delicata attitudine del padre di Bach, il signor Ambrosius, che aveva raccolto gelosamente in un'antologia le opere degli antenati proprio perché i figli e i nipoti non dimenticassero, non la musica in generale, ma la "loro" musica, quella della famiglia, e delle generazioni precedenti. Questa stessa raccolta fu completata da Bach che a sua volta la trasmise a uno dei suoi figli Carl Philipp Emanuel cui spettò il compito di tramandare l'albero genealogico e la famosa antologia famigliare. "Dai frutti li riconoscerete", si dice in un passo che Sebastian doveva conoscere molto bene.


Marco Marinelli

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