Mozart e dintorni
a cura di Marco Marinelli
Bach, ovvero si, la, do e…
I Concerti Brandeburghesi
Concerto n. 1
I Brandeburghesi di Bach? E cosa saranno mai? In fondo, se si osserva la partitura (comprare uno spartito può rivelarsi talvolta un'autentica botta di vita), sembra tutto regolare. Le note sono pressoché tutte identiche, persino ad un primo sguardo si intravedono alcuni motivi pittorici regolari fatti di figure reiterate, di ottavi e sedicesimi tutti lì come fratellini attenti e ubbidienti, ma a chi o che cosa? Ma sì, il paragone familiare va bene per Bach, le sue note sono fratellini attenti al rispetto delle regole del focolare, ben disposti e confessionalmente protesi verso una solidarietà consistente e luteranamente rigorosa e, segretamente, divertita e ironica. Di un segreto e di una ironia (anche questa è una reiterazione seicentesca) che si alimentano della loro stessa privatezza, l'intimità diventa sconvolgentemente erotica se riesce ad essere del tutto nuda e al contempo coperta, come il velo su di un corpo di donna.
La sensualità n. 1
Il primo concerto è in fa maggiore. Diciamo pure che il fa maggiore è una tonalità risaputamente libertina e gaia i cui voluttuosi abbracci lasciano solo per un istante intravedere la relativa minore (in re, o forse è meglio dire: il Re), la cui ieraticità grave, seria e alta fa da contrappeso dantesco (un po' purgatoriale) alla soavità della prima. E dunque il primo esercizio per l'ascoltatore deve essere difficile: va colta la presenza incombente del re minore su quegli accordi di fa soavi e lieti. Ci si può volendo appoggiare sull'immagine del gufo o della civetta che, posati lì sul mobile, guardano amanti danzare. Ambarabà cicì cocò tre civette sul comò… E poi un'altra cosa difficile, che impone il tornare indietro dopo le prime battute (ma oggi, una volta passata l'epoca dei grammofoni non è cosa poi così disagevole), è il sentire che prima delle note della melodia, quelle famose, c'è uno spazio iniziale (quelli che hanno la partitura ora godono come pazzi a riscontrare il vero di quello che dico), anzi a dir la verità c'è un solo piccolo fa suonato dal basso continuo dal violoncello e dal fagotto, tutti strumenti in quella tessitura inespressivi. E a che serve allora? Potremmo scrivere fiumi su questo fa, ma per intenderci è come la rincorsa gestuale del direttore d'orchestra quando deve dare l'inizio alla sua orchestra: si muove e si muove ancora poi arriva un punto, i contadini che suonano la fisarmonica lo conoscono bene, il piede sbatte per terra e poi si comincia, adesso si suona, tutti insieme. Il direttore e il contadino fanno la stessa cosa, con la sola differenza di qualche frac, di sale dorate e di una borghesia che scalpita dal desiderio di mostrare il suo sconfinato amore per ciò che non apprezza. Mentre l'occhio del bove si gira aperto e un po' inespressivo verso il fattore intento ad arare.
La domanda dei corni
La melodia bucolica (riavvolgere per favore) principale è sostenuta dagli oboe, sì, quei signori petulanti e ben udibili lì in alto sono oboe, che tracciano la nota linea melodica con scale e progressioni, più in alto (nella partitura certamente e nell'udibilità dell'ascoltatore nondimeno) ci sono i corni che svolgono in questo primo concerto un ruolo fondamentale. Sono loro gli eroi nascosti, spacciati come attori non protagonisti all'inizio e poi rivelati come quinte colonne o quinto potere o quinta essenza o ancora e in extremis quinta e basta, su un motore a trazione integrale. Sentirli con chiarezza equivale a capire il brano a ricordarsene giusto in tempo per raccontarlo ai posteri meglio se ai propri figli, come probabilmente faceva Bach con i suoi. I due corni dettano legge e appaiono subito in tutto il loro valore perché introducono quella cellula fondamentale che serve a porre la domanda musicale fatta di gruppi di terzine ribattute e di una cellula ritmica che lancia un intervallo di quarta o di quinta verso l'alto, quasi nel vuoto, lasciando un senso di suspense, eroticamente elevatissimo. La scopertura si interrompe nel momento cruciale. Per trovare qualcosa di professionale e serio allo stesso tempo (e non sboccato, cosa che non guasta di questi tempi) bisognerebbe pensare a Sofia Loren e a Mastroianni nella famosa scena dello spogliarello che come un trailer tagliato viene citata solo in parte, seguono imperturbabili la pubblicità dei pannolini e poi il telegiornale.
Un portafoglio diversificato
Diversificare è importante: lo dicono tutti i gestori, la frontiera efficiente, la correlazione tra titoli, la diversificazione, il risk management, tutte cose ben presenti nella mente moderna del nostro contemporaneo Bach, che sarebbe stato assunto certamente alla Merril Lynch se fosse vissuto ai tempi nostri. La sua partitura (l'ho già detto, quelli con la partitura gongolano, quelli che non hanno saputo sacrificare una serata al cinema magari andandosi a guardare "La finestra di fronte" soffrono da morire) è francamente stretta tra due punti focali, sufficienti a dare prospettiva, tensione, struttura, forza ed espressione: la melodia e il basso continuo. E così il terzo e molto difficile esercizio è cogliere questi due punti focali, diciamo in alto e in basso, a grandi linee. All'interno di questi stop loss e take profit finanziari, che come supporti e resistenze di un grafico borsistico stanno a delimitare la creatività (potenziandone per questo stesso motivo tutta la forza esplosiva), si giocano tutti gli strumenti finanziari di Johann Sebastian, perfettamente equilibrati rispetto al benchmark, costantemente in attivo, progressivamente in guadagno, efficienti e soddisfacenti. Un vero gestore di fondi, il nostro. Citiamo gli strumenti solo perché possano essere riconosciuti ma può essere un esercizio aggiuntivo (per i secchioni, quelli che, da piccoli, vogliono fare i belli con la maestra ma odiano la cultura e da grandi diventano tifosi di una squadra di calcio) imparare a riconoscerli senza indicazioni. Ci sono dunque (dall'alto) i due corni (da tenere sott'occhio come abbiamo detto), poi scendendo i tre oboi (petulanti e campagnoli), più sotto il fagotto (borbottante, inespressivo e monotimbrico, non come nella Sagra della primavera di Stravinskij), e poi ancora giù il violino piccolo che apre (sempre verso il basso) ai violini primi, secondi alle viole e poi nell'ultimo girone al violoncello e al basso continuo. Quell'ultimo rumore quasi di ferraglia che taluni scorgeranno (allusione didattica ai veri studiosi, quelli che non si fanno mai sentire e che odiano, da piccoli, la cultura, la scuola, le maestre, i quaderni, i libri, i secchioni e i deficienti e poi da grandi lo dicono, solo dopo aver raggiunto la cattedra), ebbene trattasi di ferraglia da clavicembalo che segue la musica con fare strano, sembra che voglia dirigere gli altri strumenti ma non ha la forza di farsi sentire. Sembra quasi la mantide religiosa che, secondo i saggi orientali, mostra tutta la sua ignoranza quando, finita nel solco delle ruote di un carro e questo sopravvenendo, per orgoglio si erge spocchiosa verso il golia cento volte più pericoloso e grandi di lei. E subito ne viene schiacciata. Questo è il clavicembalo nel Brandeburghesi. Di Bach.
Ancora con queste domande del corno
Ora che ci siamo profusi in pseudo-dettagliate dimostrazioni di ignoranza musicale non dovrebbe essere difficile sentire i corni che episodicamente appaiono facendo un gran baccano. Questo sì me lo diceva anche Guarnieri (che destino chiamarsi come un liutaio e fare il professore di composizione): "i corni fanno casino Marinelli, basta una quarta… ancora peggio se è una terza", e poi gesticolava scoordinato come chi imita i pazzi visionari, agitando le braccia verso l'alto e caracollando gli occhi a destra e a sinistra; sembrava di vedere Mister AB Normal in Frankenstein Junior. Del resto anche un altro mio maestro, un certo Zosi, persona educata e pacatissima, non disdegnava nei concerti di stupire il pubblico ponendosi improvvisamente a carponi per poi abbaiare (ho detto abbaiare, faceva molto avanguardia) verso il pubblico (adesso ho capito! Era il pubblico borghese che ascolta senza capire…), creando sconcerto, diffidenza e sdegno. Ma questa è un'altra storia, dice l'oste di un altro famoso film. Segnale chiave per i corni sono le note ripetute, ribattute o la goffa imitazione dei più atletici oboi. Provate a riconoscere l'imbarazzo goffo dei corni e sarete venditori di successo. Tutta la creazione pura di Bach si conclude, sono serio, nelle prime dodici battute, il resto, si parla sempre del primo tempo, è solo (si fa per dire) altissima tecnica musicale, reiterazione osservazione degli oggetti da prospettive diverse, applicazione di filtri in Photoshop, gioco di piste e sequencer elettronici. E' davvero così: possiamo parlarne, se non ci credete.
Marco Marinelli
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