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  • Arte totale

    di Gianni Latronico


    Chi è Gianni Latronico?
    Non chiedetelo a lui, potrebbe occupare pagine e pagine senza darvi risposte precise.
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    La danza dei colori

    Mi ero innamorato di Rossella, per la sua vivacità, perspicacia e disinvoltura, nel costruire castelli in aria, ma soprattutto per la dedizione totale alla pittura figurativa, non tradizionale, ma moderna. Le sue tele avevano dato il la alla bella nostra storia d’amore ed ogni occasione era buona, per parlare di colori, pennelli, tavolozze, in particolare, e di arte, in generale. Anch’io, da piccolo, ero portato per il disegno ornato, per la gioia dei miei insegnanti e dei miei compagni di scuola, ai quali regalavo i miei schizzi, però avevo messo da parte questa mia dote, inseguendo sogni di gloria, in giro per il vasto mondo. Avendo orecchio musicale, mi appassionai alle lingue straniere, scrivendo e parlando a turno, con i compagni di viaggio e di avventure, in inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, oltre che in dialetto ferrandinese. A quest’ultima lingua volevo dedicare un’antologia, pittorico-poetica, ma non sapevo da dove cominciare né a quale santo votarmi. L’occasione propizia giunse, quando Rossella entrò in clinica, per il suo primo parto. Essendo rimasto a casa, da solo, per la prima volta, mi vidi smarrito ed avvertii un tremendo senso di vuoto. In preda alla noia, mi aggiravo nella grande casa di Via Dante, come un’anima in pena, quando improvvisamente la mia attenzione fu attirata da una tela bianca, di cm. 50X70, accantonata da mia moglie, in un angolo. Ne fui irresistibilmente attratto; la presi tra le mani ed avvertii una voce interiore, che m’induceva a dipingere, senza un attimo di tregua. Colto alla sprovvista, del tutto impreparato, non sapevo come fare, per procurarmi tutto l’occorrente. Tanto per cominciare, tritai dei fiori secchi nel mortaio; li impastai con il vinavil ed ottenni un amalgama incantevole che, trasferito sulla tela, creava mondi fantastici, mai visti prima di allora. Incoraggiato dall’esito positivo del primo dipinto, mi accanii così tanto, da inoltrarmi nello studio, fino a notte fonda, tenendomi sveglio con l’eterna sigaretta a sinistra ed il pennello a destra. Partecipai a mostre e concorsi, ottenendo critiche positive, premi e riconoscimenti vari. La pittura mi era servita, per attenuare l’ansia dell’attesa di Myriam, ma mi servì ancora, per assisterla teneramente, nelle notti insonni.


    Più dipingevo e più mi accanivo; così ebbi l’ispirazione di far danzare i colori sulla tela, alla ricerca del tempo perduto, risalendo alle origini, alla mia infanzia, alla mia Ferrandina, ai tempi della civiltà contadina, con Cardone al seguito. Essendo un istintivo, mi scoprii pittore naif con la predilezione per le tradizioni popolari, il folklore locale, le virtù ed i valori antichi, sempre coltivati da me e dai Ferrandinesi. Feci tornare in vita la vecchia zappatura, aratura, mietitura, pesatura, raccolta delle olive e tutto ciò che sapeva di antico, di bello e di genuino. Non appena finivo un quadro, correvo dal vate di Ferrandina: Mimì Bellocchio, che abbinava le sue poesie ai miei quadri, per portare a termine l’idea primigenia dell’antologia. Un giorno gli portai in visione il dipinto del pastore ed a lungo, ma invano, aspettai la relativa poesia. Per motivi imperscrutabili, Mimì Belloccio mi comunicò di avere perso momentaneamente l’ispirazione ed affidò a me il suo preciso compito, suggerendomi come fare. Mi spiegò che, se uno desidera ardentemente una cosa di giorno, senza poterla realizzare, gli basta andarsene a letto con quell’idea fissa ed ottenere di notte, il sogno impossibile. Seguii il suo consiglio ed in piena notte vidi il pastore, che mi recitava questa poesia:


    U PASTOURE
    ‘Ndou munne ‘ngé cqualcheune,
    ca téne avvaraménde la fertèune.
    Je non parle de ce téne argìend e jjoure,
    ma je ve parle shkitte du pastoure,
    ca lasse la megghiéra soula soule,
    vecène au fuquläre ou accèr a ssoule
    e sse ne vä fore spenzerataménde
    lassanne le wäj a ttutte l’ota ggénde.
    Quann torn u shewdè de quenecèjne,
    u latte véne a vvènne a le vecèjne.
    Quanne torne au sàbbete la sèjre,
    se mett muss a mmuss a lu vrashìere.
    Quanne torne a la fejne de la semmäne,
    i muzzarèlle véne a vvenn a le crestiäne
    e ppreme ca träse ‘ngse chjäne chjäne
    se ‘mborchje daìndre u vìend la wèjre.
    “Vìenete a ccolche, marejte, vìenete a ccolch
    k’egghje mejse ô lìette le vianghe gghiashèune”
    “Je nan te cheure nné a tte e nné a le gghiasheune,
    ma penze a le pecurédde mèje ca se ne stonne fore”
    “Tù parle sémb a stacce e mme pìgghje pe ppàcce,
    me lasse ‘ndo le wäje, no mme capìshe mäje”
    “E tù te ne vä ‘ngejre a ffä a cevétte,
    senze de purtarme cchjù rrespétte”
    “Vattìnn fore marejt mè, vattinn fore,
    ca le cumbagne tèwe sò le mendèwne”
    “Ce le cumbagne mèje sò le mendewne
    e le cumbagne tèwe sò le patrèwne ”
    “Mo m’agghja mette le ‘mbrellòcche ‘ngann,
    a la facce de marìteme, ca vä ‘ngambàgne”
    “Le véstje che mmè vònne sèmbe d’accorde
    o le cchèure o no le cchèure ndo cudu jazze,
    me volne bbéne figne quann le ddôke màzze”
    “Hi, quande sì mminghiarejle, marejt mej,
    a ccuscetàrte cchjù dde le frùshkle
    che nna cocchje de corne
    e nno dde megghjèrde
    ca se ne vä ‘ngejre
    sotte ou soule
    ca strafacce”


    Traduzione:
    IL PASTORE
    Nel mondo c’è qualcuno,
    che ha davvero fortuna.
    Io non parlo di chi ha argento e oro,
    ma vi parlo solamente del pastore,
    che lascia la moglie sola sola,
    vicina al focolare o al sole
    e se ne va fora spensieratamente
    lasciando i guai a tutta l’altra gente.
    Quando torna il giovedì di quindicina,
    il latte viene a vendere ai vicini.
    Quando ritorna il sabato la sera,
    si mette viso a viso al braciere.
    Quando torna al fine settimana,
    le mozzarelle viene a vendere e,
    prima che entri in casa piano piano,
    si infila dentro il vento della guerra.
    “Vieni a coricarti, marito, vieni a coricarti,
    che io ho messo le bianche lenzuola”
    “Io non curo né te né le tue lenzuola,
    penso alle pecorelle, che stanno fora”
    “Tu parli sempre a vanvera e mi prendi per pazza,
    mi lasci in mezzo ai guai, non mi capisci mai”
    ”E tu te ne vai in giro a fare la civetta
    senza portarmi più rispetto”
    “Vattene fora, marito, vattene fora,
    che i compagni tuoi sono i montoni”
    Se i compagni miei sono i montoni,
    allora i compagni tuoi sono i padroni”
    “ Ora mi devo mettere i gioielli al collo,
    alla faccia di mio marito, che va in campagna”
    “ Le bestie con me vanno sempre d’accordo
    sia che io le curi sia che non le curi nello stazzo,
    mi vogliono bene anche quando le maltratto”
    “ O, quanto sei mammalucco, marito mio,
    a preoccuparti più degli animali,
    con un paio di corna,
    e non di tua moglie
    che se ne va in giro
    quando il sole
    t r a m o n t a “



    Allora capii la lezione ed in seguito mi recai dall’amico Mimì, per scrivere le poesie a quattro mani, con la consulenza di mia madre: Mariuccia la fornaia, che conosceva il dialetto verace meglio di noi due. In suo onore rivestii tutte le donne da pacchianelle, con il costume antico ferrandinese, al quale lei era così tanto legata, da non volersene mai separare, fino alla sua morte, seguita dalla prematura perdita del mio unico amico poeta. In omaggio ad entrambi loro portai a termine la stesura del libro: “Ferrandina tra penna e pennello” che feci pubblicare tra tante difficoltà. Con la poesia iniziale, in vernacolo, del “Pastore” ho partecipato al concorso poetico, a Carloforte, nell’Isola di San Pietro, in Sardegna, ed ho recitato le altre poesie nelle serate che ho tenuto nelle piazze del centro storico ferrandinese, conseguendo il plauso del pubblico ed il successo della critica. Chiusa la parentesi naif, recentemente ho scoperto la luminosa pittura virtuale, che nasce sul monitor, viene realizzata in versioni multimediali, con effetti speciali e colori digitali, ed è diffusa in varie gallerie, in internet. In questo modo, il tutto comincia e finisce al computer, senza un supporto materiale, ma con tela, tavolozza e pennelli virtuali, senza scopo di lucro ma con la partecipazione alla danza dei colori, con la danza delle ore, delle muse e delle stagioni, nell’eternità dell’arte immortale.
    Gianni Latronico



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