Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
RESPIRO
La storia di questo film è curiosa. Finanziato e sostenuto dal genio di uno dei produttori più celebrati del momento (Procacci per Fandango), è uscito nelle nostre sale tempo fa passando pressoché inosservato. Poi l'idea di esportarlo a due passi da casa, di darlo in pasto a una Francia che lo aveva co-prodotto e che contro le ragionevoli aspettative del caso lo ha accolto con un entusiasmo delirante. Facendolo balzare alla testa delle classifiche dei film più apprezzati e assegnandogli poi il premio per "La Semaine de la Critique" al Festival del Cinema di Cannes 2002. E' bastato questo - e non è poco - perché qualcuno alzasse nuovamente le antenne, preparandosi a un rilancio prepotente che ha avuto di fatto il sapore di una resurrezione tutta italiana: via la vecchia locandina, probabilmente cupa e inquietante, e avanti l'immagine solare che ancora oggi campeggia su molti cartelloni accompagnata da una più corposa promozione pubblicitaria. Chi scrive ringrazia.
Scogli bianchi, grandi e piatti, a precipizio su un'acqua cristallo che si confonde con un cielo terso e luminoso. E poi le case bianche lasciate a metà, cumuli di pietre accatastate su una terra arida e brulla, e viottoli di un paese di pescatori e donne operose che chiacchierano tra loro. E' questo lo sfondo di Respiro, secondo film del trentasettenne Emanuele Crialese, dieci anni passati a New York, una pellicola girata in inglese (Once we were strangers) che gli è valsa l'ammissione - primo italiano della storia - al celebre Sundance Film Festival di Robert Redford. Tornato in Italia per capire quale strada potesse imboccare il suo cinema, si trasferisce sei mesi nell'isola di Lampedusa e una leggenda ascoltata distrattamente in un giorno qualunque si trasforma in un soggetto straordinario.
Grazia è una giovane madre che abita quest'isola senza tempo ai confini del mondo, spensierata e lunatica, di una bellezza selvatica e libera: dagli schemi sociali che governano la piccola comunità, libera dal dovere di una comunicazione stereotipata, dai ruoli prefissati. Ha tre figli e un marito che la adorano, e vivono sospesi tra questo amore smisurato e l'imbarazzo delle sue bizzarre manifestazioni. La legge di un istinto brado e di gesti primitivi carichi di seduzione è l'unica a cui sa e può sottostare, ma che allo stesso tempo la macchia di una diversità percepita dagli altri, di una follia assolutamente non compresa. Grazia disobbedisce ai codici non scritti della collettività, e l'irrazionale indisciplina che altrove potrebbe essere solamente sinonimo di originalità è qui interpretata come pazzia. Da curare, da sopire.
Lo spazio rappresentato è abitato da due mondi che si sovrappongono e a volte si scontrano, ma che riflettono alla perfezione il Mondo più grande che li contiene, quello naturale: da un lato i bambini che vivono una libertà quasi selvaggia, che si fanno la guerra a colpi di fionda e poi raccolgono pesci da rivendere in cambio di un giocattolo; e dall'altro i grandi, inchiodati nell'immobile lentezza di un posto che sta alle leggi del mare, della terra, della Natura. Che non sa compiacere gli slanci quasi felini di una donna che rappresenta un mondo altro, fatto di semplici concessioni, privo di sovrastrutture, riflesso in una voce che strilla dentro a un mangiadischi, nelle corse su una Vespa scassata, nell'impudicizia di un bagno in mare, nel gesto (in)consapevole che restituisce libertà ai cani del paese. Nella gestione così lineare dei suoi rapporti con gli adulti, esattamente come fossero bambini.
Ma sarebbe un errore credere che questo film sia solamente il racconto dell'inevitabile repressione del diverso, di chi si porta dentro troppa vita, a vantaggio di un allineamento che ci automatizzi. In realtà fa molto di più: nel raccontarci la vita attraverso le immagini e il simbolismo primitivo di cui sono intrise, attraverso un tempo scandito dal mare e dai suoi riflussi, ci racconta la tragedia di chi senza quell'esuberanza non sa più vivere, abbandonandosi alla disperazione più lacerante. E' così per Pietro, il marito, spinto in un primo momento dal dissenso comune a spedire Grazia a Milano, e poi completamente indifeso e scoperto di fronte al vuoto di saperla morta. Perché Grazia ha già deciso, mentre in una scena di rara poesia la si vede incamminarsi verso un punto indefinito con il suo mangiadischi in una mano e il cane al guinzaglio nell'altra. Sarà il figlio Pasquale ad assecondarla, nascondendola ancora una volta in seno alla natura, dentro a una grotta a strapiombo sul mare, e a inscenare una morte che paradossalmente arriverà a coinvolgere la comunità intera, raccolta in preghiera sulla spiaggia. Ed è ancora l'acqua l'elemento avvolgente del finale suggestivo, la trasparenza di un mare inquadrato sempre da altezze vertiginose o da abissi profondi in cui i protagonisti si sono immersi, trovando quel mondo insonorizzato e in apnea in cui si trattiene il respiro. Grazia riappare proprio da lì, e l'intero paese va verso di lei. Ma in un frenetico movimento di gambe e di braccia non si capisce se il gesto collettivo significhi salvezza o nuova repulsione. Perché l'inquadratura si ferma alla terra, e alla rifrazione della luce che buca la superficie dell'acqua.
Straordinari la naturalezza di Valeria Golino e di Vincenzo Amato - già protagonista della prima pellicola di Crialese -, il debutto dei piccoli Francesco Casisa e Filippo Puccillo e un intero cast di attori per caso - quasi tutti abitanti di Lampedusa stretti nel loro dialetto spesso incomprensibile -, orchestrati con grande talento da un regista che non dimentica mai di far parlare i volti.
Clara Collalti
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