Speaker's Corner
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Buio in sala
   dal nostro inviato
Francesca Pozzi




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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    L'IMBALSAMATORE
    L'occasione per tornare a parlare di questo film nasce dalle recentissima consegna dei David di Donatello, gli Oscar del cinema italiano. Anche se L'imbalsamatore - presentato con successo alla Quinzaine des Realizateurs a Cannes - è un film di cui credo si continuerà a parlare a lungo. L'ispirazione per questa storia piuttosto originale nasce da un fatto di cronaca osservato e poi trasportato in pellicola, la quarta del giovane Matteo Garrone, ennesimo talento sfornato dal laboratorio Fandango di Domenico Procacci.
    Spostando l'azione dal lido romano a un paesaggio sempre marino ma del casertano, Garrone racconta un'amicizia all'apparenza innocua nata per caso davanti alle gabbie dello zoo della città tra Peppino, professione imbalsamatore (ricordate Psycho?), e il giovane Valerio, cameriere in un ristorante. Quattro chiacchiere sull'arte meticolosamente silenziosa della tassidermia, una visita al ristorante e l'offerta di un lavoro come aiutante, con il progetto di imparare un mestiere ricco di segreti. Ma la quotidianità che si instaura tra i due attraverso giornate operose e serate libertine è fortemente ambigua, esattamente come l'amicizia. Dipinta di tratti quasi grotteschi, evidenti in primo luogo nella dirompente diversità dei protagonisti e della loro fisicità, di un legame che sembra soffocare dentro agli abbracci rocamboleschi tra l'imponenza di Valerio e le fattezze minute del nano.
    E' la storia di due naufraghi (a cui se ne aggiungerà un terzo) alla disperata ricerca di un appiglio - l'amore? -, di un'ancora di normalità capace di giustificare il male di vivere che li pervade. Ma come spesso accade le ragioni dell'altro sono piuttosto difficili da metabolizzare, soprattutto se di mezzo ci sono i sentimenti. E allora anche loro sono destinati a perdersi - tragicamente - quando l'equilibrio dell'insolito legame tra Peppino e l'affascinante apprendista si rompe inesorabilmente, durante un viaggio a Cremona dai contorni piuttosto loschi (macabre commissioni della camorra che l'imbalsamatore continua ad assecondare). Valerio incontra Debora, ventenne dalle labbra rifatte, la stessa inquietudine e la stessa precarietà cucite sulla pelle: si innamorano di un amore rocambolesco che sembra chiedere a se stesso le proprie ragioni, e che scaraventa Peppino in uno stato di incontrollabile malattia. Che poi è limpida gelosia, desiderio di possesso, è il senso della sfida che si accende tra due figure abissalmente distanti, che forse hanno in comune quel sentimento di inadeguatezza che li schiaccia.
    C'è il sogno, quello inconfessato, c'è la paura di manifestarlo e quella di riconoscerlo. E c'è la morte, che accompagna passo dopo passo i fotogrammi di questo film, cristallizza attimi ed esperienze imbalsamandoli, si posa con insidiosa delicatezza sulle persone e sulle cose, come presagio costante - nella fotografia di Matteo Onorato, quasi morbosamente alla ricerca del dettaglio e di un viso da raccontare da vicino, come si volessero penetrare quei corpi la cui fisicità già basterebbe; e poi nei colori, tetri e impalpabili, l'atmosfera fredda e cinerea della periferia di un Nord che a fatica si distingue dai mari del Sud. Il triangolo bizzarro è in fondo uguale a tutti gli altri, fonte di disagio e incomprensione, capace di portare in superficie la solitudine profonda di chi lo vive e lo squallore di certe sue manifestazioni. Garrone racconta la storia di un amore negato che prelude alla tragedia, e lo fa con la maturità di un percorso in salita alle spalle, naturalmente sconosciuto al grande pubblico. Dando respiro a un genere un po' dimenticato dalle nostre parti, a questa "fiaba noir" che osa l'invenzione anche se per certi aspetti tradisce qualche incertezza: quella narrativa, che mantiene lo spettatore dubbioso e in tensione verso qualcosa che deve accadere e non accade mai, se non nelle ultimissime battute (o ne asseconda il primo protettivo pensiero quando fa apparire una donna). E quella "visiva", in un tempo organizzato per immagini che non sempre rimandano l'una all'altra, talvolta prive di quella continuità che permette di soffermare più a lungo lo sguardo su un'inquadratura, come per trattenerla e imprimerla nella memoria.
    Sulle note di una colonna sonora targata Banda Osiris, buona la prova dei due giovani attori esordienti (Valerio Foglia Manzillo ed Elisabetta Rocchetti), convincente e verace quella di Ernesto Mathieux, finalmente consacrato dopo anni di teatro e di sceneggiate napoletane alla corte di Mario Merola.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it