Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
I LUNEDI' AL SOLE
Storie di (ex) operai. Di disoccupati, di lavoratori senza lavoro in una città nel nord della Spagna, liquidati a causa della chiusura del cantiere navale in cui erano impiegati. Nessuna lotta sindacale può bastare, perché sulle ceneri del cantiere (e sul mare) sta per nascere un centro residenziale. Si può sorridere senza avere un lavoro? Santa, José, Lino e Amador ci provano. Nel bar che Rico ha aperto coi soldi della liquidazione, a tentare di reinventarsi una vita. Oppure il lunedì, che non è più un giorno di faticoso inizio ma un momento dilatato di tempo in cui recarsi in battello al collocamento, a compilare inutili moduli e scoprire di essere troppo vecchi per le nuove professioni (e troppo giovani per poter definitivamente smettere i panni da lavoratore).
I lunedì al sole è il terzo lungometraggio del giovane regista spagnolo Fernando Léon de Aranoa (cinque premi Goya e la nomination agli Oscar, facendo le scarpe ad Almodovar), e sono anche i nuovi incipit di nuove esistenze sconclusionate: quella di Santa, strenuo difensore dei propri diritti, vive solo in una pensione e ogni tanto trova la compagnia di qualche donna (e se capita si improvvisa baby sitter...); quella di Josè, una moglie che lavora (e che ama), probabilmente l'unico appiglio contro il baratro della disperazione; quella di Lino che non si dà per vinto, stravolto da una giostra di colloqui per tentare di ricollocarsi e dall'amara consapevolezza di scoprirsi troppo vecchio (nonostante i travestimenti). E Amador, il più vecchio, sordo alla rassegnazione di sapersi sconfitto. Perché la nuova società qui descritta (l'ultraliberismo di Aznar) schiaccia prepotentemente chi resta qualche passo indietro, quelle "risorse umane" di cui un neocapitalismo ingordo non sa più che farsene. E allora la Spagna raccontata da De Aranoa diventa una metafora di cui vestire anche altre realtà: potrebbe essere la Manchester disoccupata di Ken Loach, o ancora la Livorno del nostro Paolo Virzì, con le loro rocambolesche vicissitudini, la giustizia e l'ingiustizia sociale che scorrono sul greto di certe realtà occidentali post-industriali. De Araona, anche sceneggiatore, riprende i suoi personaggi con un tocco morbido, sensibile, come se nutrisse per loro un affetto autentico, come se vivesse le loro vicende raccontandole - efficacissimo il mix di dramma e ironia di Javier Bardem, come del resto del cast (Luis Tosar, Josè Angel Egido, Neive De Medina, Celso Bugallo). E i dialoghi sono sempre forti, appassionati, si appoggiano ai ragionamenti e alle considerazioni di questi uomini che lasciano trasparire la propria dignità e il proprio orgoglio, l'incapacità di riciclare se stessi dopo una sconfitta che emerge nelle riflessioni quasi filosofiche, fatte di un linguaggio scarno ma quasi mai retorico. Che trascende la semplice denuncia a sfondo sociale, girando le storie riprese dalla realtà con il giusto equilibrio, delicatamente affermando che in fondo il lavoro non è l'unico elemento utile a tenere in piedi l'esistenza di un uomo.
Clara Collalti
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