Speaker's Corner
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Buio in sala
   dal nostro inviato
Francesca Pozzi




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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    PIAZZA DELLE CINQUE LUNE
    Solo pochi giorni fa si celebrava il venticinquesimo anniversario dell'omicidio di Aldo Moro, lo statista democristiano rapito e poi ucciso dalle Brigate Rosse. Venticinque anni di domande e interrogativi e percorsi battuti alla ricerca della verità, di cautelata distanza e di ragionata paura del Potere che come sempre avvolge e poi inghiotte casi come questo.
    Renzo Martinelli torna sullo schermo con Piazza delle Cinque Lune, un altro film d'inchiesta civile (dopo Vajont) che riporta inevitabilmente all'attualità il caso Moro e le sue insidiose sfaccettature.
    Scegliendo un genere d'appartenenza hollywoodiana - il thriller - Martinelli ripercorre coraggiosamente la storia a partire dalla strage di Via Fani fino al ritrovamento del corpo in Via Gaetani, dichiarando un intento preciso: rendere questo materiale accessibile al vasto pubblico della cinematografia, portarlo alla memoria di quanti sono ancora digiuni degli anni del terrorismo.
    Il punto di partenza è un espediente narrativo di dichiarata finzione: il percorso a ritroso di un ex brigatista che recapita al giudice in pensione Rosario Saracini un super 8, agghiacciante documento della strage di Via Fani ripresa dall'ipotetico terzo piano di una palazzina. Da qui si snoda l'intera vicenda, quella crociata verso la Verità che Saracini, la sua assistente e la sua ex guardia del corpo decidono di combattere. Martinelli costruisce una tensione narrativa avvincente: i filmati di allora si sovrappongono alle fedeli ricostruzioni dei momenti cruciali del caso (la drammatica foto di Aldo Moro a mezzobusto davanti alla scritta Brigate Rosse si anima grazie alla tecnologia, restituendoci un'immagine intera e in movimento che sgomenta, come lo schiaffo della voce dello statista che legge una lettera dalla prigionia riprodotta al computer) e si alternano all'incalzante ritratto dei tre intorno a un tavolo, sprofondati in un intreccio apparentemente irrisolvibile. In un effetto a catena coinvolgente sul piano delle emozioni anche se a tratti piuttosto scontato - una porta aperta conduce inevitabilmente a quella successiva, ancora serrata. Una giostra di segni, di indizi e di simbologie che per gradi schiudono i tasselli di una vicenda spaventosamente cupa, tanto precisa nella sua costruzione da risultare quasi inviolabile. Numerose le connivenze postulate, i legami politici e gli intrecci governativi portati in superficie, un'intersezione tanto riuscita da lasciarci quasi inermi, indeboliti nella ricerca di una verità che probabilmente non è per tutti. Ed è questo, quello che in fondo succede: perché al di là della gestione narrativa dei personaggi e della storia personale con cui riempiono i documenti autentici - a dire la verità piuttosto macchinosa, quasi artificiale nei dialoghi ufficiali, intuibili, che sembrano non esplodere mai se non quando trascinati dall'incubo della tragedia che li pedina e poi li ferisce - ciò che il regista sembra volere è riempire lo spettatore di un'indignazione che non ha tempo, né luogo. Schiantarlo contro il muro di gomma del potere, dell'ineluttabilità di certi percorsi e di certe strategie ad eliminazione, avvicinarlo al proprio desiderio di comunicare un'impotenza che confonde, annidata negli occhi del giudice che spera di aver trovato il memoriale di Aldo Moro, e che invece è costretto ad alzare le braccia, in segno di resa.
    Insieme alle difficoltà di sorta legate all'uscita di una pellicola di denuncia, nonostante la distanza storica, non pochi hanno rimproverato a Martinelli d'aver ricalcato strade già percorse dai precedenti tentativi cinematografici, senza avere di fatto contribuito alla scoperta di tasselli mancanti - ma è poi questo il compito di un regista?
    Doppiaggio a parte, buona la prova delle colonne storiche Donald Sutherland e Giancarlo Giannini, e di Stefania Rocca nei panni insoliti di un magistrato in carriera. Curiosa l'eco del film di Oliver Stone (JFK), non soltanto per la fotografia degli eventi ma anche per quella scena simbolica girata davanti a Versailles, con una voluta inversione di ruoli rispetto alla pellicola americana. Inquietante la frase pronunciata da M.
    Abraham, il personaggio forse più evanescente (ma necessario) della stroria: "Certi accordi sono molto più facili quando si prendono ai piani alti, magari su una bella terrazza". A pronunciarla fu Licio Gelli.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it