Speaker's Corner
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Buio in sala
   dal nostro inviato
Francesca Pozzi




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  • Che pasticcio Bridget Jones!
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  • Ritorno a Cold Mountain
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  • Mystic river
  • Ora o mai più
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  • Il miracolo
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  • Amorfù
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  • Il cuore altrove
  • My name is Tanino
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  • Io non ho paura
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  • Frida
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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    MY NAME IS TANINO
    Era pronto da tempo, ma il tracollo finanziario dei Cecchi Gori lo ha coinvolto nella giostra dei rimandi e delle attese consegnandocelo soltanto in questi giorni.
    Sembra restare in un limbo di non comprensione il personaggio creato da Paolo Virzì, Tanino, protagonista dell'ultimo lavoro del regista toscano presentato fuori concorso al recente Festival del Cinema di Venezia. Come si fa a non volergli bene, a non sentirsi parte delle sue disgrazie? Non si può, e Virzì lo sa bene.
    Perché Tanino è la metafora dei sogni che prima o poi conquistano tutti, perché tutti siamo stati o saremo prima o poi ventenni insoddisfatti che vivono alla periferia di tutto, che un giorno proveranno a tagliare la corda in cerca di un riscatto. O dell'idea di un riscatto. Tanino beve le lezioni no global del suo compagno di monotonia, si sente parte del popolo di Seattle ma poi si perde nel sorriso di un'americana per bene in vacanza a Castelluzzo. Studia a Roma perché vuole fare il film-maker ma quando gli chiedono una citazione pescata dalla storia del nostro cinema ci lascia basiti e soprattutto divertiti (con noi la commissione, rappresentata in un delizioso cammeo da Domenico Starnone). Sogna l'America nonostante il suo "truce imperialismo economico", ma decide di andarci solo quando le circostanze ce lo spingono, e perché in fondo ha una telecamera da restituire e un volto da ritrovare. E allora c'è il viaggio, quello che i desideri e le aspirazioni e un senso di precarietà senza radici ti spingono a fare, c'è l'incoscienza di due occhi profondi che si stupiscono di fronte a tutto, pronti a vivere questa famosa America. E come ogni copione che si rispetti, le capacità di adattamento di Tanino sono direttamente proporzionali alla sua innata propensione a ficcarsi nei guai. Perché l'America di Tanino si manifesta in una serie di paradossi e tragicomici eventi, dentro ai quali non si può che naufragare: l'incontro con la ritrovata Sally, intellettuale snob della famiglia-simbolo dell'american way of life, casa con giardino, macchina di lusso e cane di razza a nascondere la tristezza di una vita d'ipocrisia; il fucile spianato del padre che a causa sua ha scoperto la tresca tra la moglie e il fratello, la fuga da clandestino e l'inevitabile guaio ancora più grande in agguato dietro l'angolo. Che ha i colori kitsch dei Li Causi, i parenti siciliani un po' mafiosi che lo spingono nelle braccia della figlia over-size del sindaco della città, nutrendo speranze di gloria. E nonostante il cinismo di certi programmi in prospettiva, a Tanino sta stretto anche l'abito da cerimonia che gli hanno cucito addosso. Quando provoca il quasi annegamento della futura sposa formato bomboniera capisce che è bene tagliare di nuovo la corda. Ma anche a New York è il caso a dettare le regole di questa storia tanto particolare quanto universale: in un cinema di periferia di Manhattan incontra il suo mito di sempre, il regista underground Seymour Chinasky, triste e spietata metafora dell'emarginazione di un certo tipo di arte e cultura. Sfumerà anche lui, e con lui la rincorsa del sogno. Che passa attraverso un carcere USA e finisce sull'aereo che lo riporta esattamente da dove è venuto: Virzì lo abbandona con consapevole amarezza ad alta quota, mentre con piglio rocambolesco tenta di scrivere il suo primo soggetto.
    Manca forse l'assoluta freschezza che si leggeva in Ovosodo - e la coralità di Ferie d'Agosto - ma Virzì dipinge qui attraverso immagini veloci e sincopate un quadro divertente e paradigmatico di come spesso vanno le cose, di come in fondo facciamo tutti parte dello stesso paese e sfuggire a un certo destino sembra una sfida lanciata allo stesso destino - per giunta persa in partenza. E lo fa saccheggiando il modello classico della commedia italo-americana, mixando diversi generi cinematografici con l'aiuto dei co-sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo. Rivelando ancora una volta la straordinaria capacità di raccogliere i suoi protagonisti dalla strada, quel fiuto indispensabile per riconoscere in un volto una storia. Questa volta la felice scoperta si chiama Corrado Fortuna, palermitano capace di incarnare un'atipica rozzezza e trasformala all'occasione in un'eleganza innata e spontanea. Lo ritroveremo come aiuto regista nel prossimo lavoro di Paolo Virzì, Caterina va in città.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it