Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
CITY OF GHOSTS
Primo esperimento di regia cinematografica per uno degli idoli generazionali di qualche anno fa.
Matt Dillon debutta con City of ghosts, un thriller confezionato e distribuito in Italia dal solito Domenico Procacci. Un buon trhiller, anche se incapace di scansare le insidie della critica che ha prontamente sottolineato la rigidità di un plot un po' prevedibile, gonfio degli stereotipi propri del genere in questione. Probabilmente il difetto maggiore resta la lunghezza: oltre due ore per una storia frizzante che a tratti implode in una monotonia che spiazza, e di cui si vorrebbe fare a meno.
Girato con una grande cura dei particolari, Dillon mostra un tocco eccezionale nel ricreare la realtà decadente e caotica della Cambogia moderna, fotografata attraverso le strade sudice e intasate di motorini e risciò, i venditori ambulanti e le ville francesi abbandonate al degrado alle loro spalle, quasi inghiottite dalla vegetazione tropicale. E ancora i campi tappezzati di mine, le atmosfere mistiche ed evanescenti dei templi buddisti. L'impressione è che riesca a sedurci dopo aver sedotto se stesso.
Perché è lì che si rifugia Jimmy, truffatore e senior manager per una compagnia assicurativa in fuga dall'America, per raggiungere il suo mentore Marvin (uno splendido James Caan): tra lo squallore degli hotel che cadono a pezzi (lo scorbutico albergatore liquefatto dal caldo di Phnom Penh è Gérard Depardieu), ambigue amicizie, bellezze locali e non), Jimmy si ritrova coinvolto in una brutta storia la cui soluzione lo renderà finalmente libero dal suo passato e libero di essere l'uomo che ha scelto di essere. Una catarsi per immagini (già vista tante volte, d'accordo...) che qui lascia spazio all'esplosione della personalità dell'attore-regista, forse in precedenza castrata dai ruoli preconfezionati che gli avevano sempre affibbiato.
E per farlo Matt Dillon si sceglie un esordio coi fiocchi: un co-sceneggiatore navigato, Barry Gifford, un cast di prim'ordine che non può non aiutare il film a decollare (oltre a Caan e Depardieu, Natasha McElhone e Stellan Skarsgard) e una storia fatta apposta per una vetrina come quella del Sundance Festival 2003, che in America lo aveva già applaudito, pur riservandogli pesanti accuse di razzismo e maschilismo.
Tutto scandito da un ritmo piuttosto rilassante, per certi versi funzionale al genere ma un po' paludoso nel finale: tutti sulle spine ad aspettare un finale che forse non c'è.
Clara Collalti
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