Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
LA MEGLIO GIOVENTU'
Un film meraviglioso. Avvolgente, coinvolgente, così umano.
Un’esperienza piuttosto difficile da raccontare, perché
una maratona simile non credo di averla mai vissuta: sei ore e poco
più di proiezione quasi ininterrotta per La meglio gioventù,
l’ultima epica fatica di Marco Tullio Giordana, applauditissimo
vincitore della sezione Un certain régard del Festival
del Cinema di Cannes. Ieri sera la prima nella sua città, Milano,
in un cinema surriscaldato dall’afa e dalle 400 persone presenti
- tra invitati ufficiali e infiltrati del caso -, sedute sulle poltroncine
dopo aver lucidamente scelto di vivere la propria “resistenza”.
Era stato pensato per la televisione, ecco il perché della
lunghezza. Prodotto da Rai Cinema e Rai Fiction, con lo zampino arguto
di Angelo Barbagallo, avrebbe dovuto apparire sul piccolo schermo
qualche tempo fa. Ma una serie di incredibili coincidenze, quelle
che a volte stravolgono una vita, lo ha portato inaspettatamente sul
grande schermo, sdoppiato in due atti. Probabilmente avrebbe un senso
vederlo tutto in una volta, ma a qualcuno è venuto in mente
che al pubblico non si può chiedere tanto. A dirla tutta, una
mezzora in più sarebbe stata fatale anche per chi scrive…
Ma poco importa, in fondo, se quello che vedi è uno spettacolo
così genuino, la splendida fotografia in movimento di un’epoca
intera, attraversata come un’onda in continuo riflusso dagli
eventi che hanno caratterizzato il Paese e i suoi umori. Un ritratto
doloroso e consapevole, una lunga battaglia civile e personale, un’estenuante
e infinita ricerca di. Che ti fanno sentire testimone di qualcosa,
di una storia che poi è la Storia, alla scoperta delle radici,
delle ragioni e degli errori che l’hanno determinata. Ma il
regista, seduto sotto lo schermo insieme ai suoi attori, ci tiene
a precisare che La meglio gioventù - titolo di pasoliniana
memoria - non è un’opera storica nel senso letterale
del termine: le scelte politiche e le connotazioni di parte non c’entrano,
il cinema racconta i sentimenti, li fotografa e poi dà loro
movimento, e la scelta della prospettiva entro la qualche inquadrarli
sta allo spettatore.
La famiglia Carati è il nucleo di questa vicenda che inizia
a metà degli anni sessanta e ci accompagna fino ai giorni nostri,
i fratelli Nicola e Matteo sono probabilmente la voce narrante che
si sdoppia per raccontarci scampoli di vita, due facce della stessa
medaglia che testimonia pubblico e privato, grandi e piccoli eventi,
dentro quel solco che attraversa l’età adulta. E quindi
l’alluvione di Firenze del ’67, il ’68 e le contestazioni
studentesche, la deflagrazione di rabbia degli anni di piombo, il
riflusso degli anni ’80, il disincanto e la violenza dei ’90,
letti attraverso l’energia positiva e le illusioni utopistiche
di Nicola e l’inquietudine inarginabile del fratello, paradigma
di una frustrazione che lo priva di una relazione col mondo che gli
sarà fatale. Il loro percorso è speculare, simmetrico:
dopo l’incontro con Giorgia, una ragazza mentalmente instabile,
la loro vita prenderà una direzione, realizzando i sogni universitari
del primo - psichiatra allievo di Basaglia - e spingendo il secondo
ad arruolarsi per “cercare delle regole”. Allontanandoli,
e facendoli incontrare lungo lo spiegarsi di un’esistenza che
alla fine sembra riportare tutto sullo stesso binario, e tutti al
punto di partenza originario, come se gli eventi fossero a volte più
forti. Con loro, il canto polifonico di una serie di personaggi intessuti
con attenzione e intelligenza, le cui singole vicende danno spinta
alla coralità del significato del film. E allora ecco Giulia,
compagna di Nicola, sopraffatta dal desiderio di rivoluzione e troppo
debole per respingere l’utopia violenta della lotta armata;
Carlo e Vitale, gli amici di sempre che la vita separa lungo corsie
diametralmente opposte e classi sociali apparentemente inconciliabili;
Giovanna e Francesca, le sorelle Carati, e Adriana, quella figura
materna intorno cui ruota buona parte della storia; Mirella e l’amore
complesso per Matteo, e poi Sara e Andrea, i figli di questa gioventù
che ne ha messa al mondo un’altra. Alcuni attraversano la storia
col coraggio di provare a cambiarla, col desiderio pulsante di lasciare
una traccia, altri resteranno ai margini per la paura di non farcela,
o perché troppo impegnati a cercare un senso per sé.
Giordana regala al suo film tutta la sua esperienza, e un modo di
sentire che probabilmente non appartiene a tutti: la macchina da presa
sta lì, a due passi dalla storia, vive e si nutre con ingordigia
dei suoi personaggi e delle loro emozioni scomposte. Rifiuta la mera
illustrazione dei fatti, perché ci porta dentro ognuno di loro,
come a voler creare un’aderenza perfetta, che nulla lasci sfuggire.
L’impianto un po’ televisivo non impedisce complessi movimenti
di macchina e il fascino dei primissimi piani che solo nella seconda
parte lasceranno spazio al paesaggio-cornice. E l’intreccio
stratificato, nato dalla navigata esperienza degli sceneggiatori Rulli
e Petraglia, respira grazie a un montaggio sorprendente, sempre funzionale
alla storia.
Gli attori in stato di grazia hanno il volto di Luigi Lo Cascio, già
Peppino Impastato per Giordana ne I cento passi, di Alessio
Boni, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Valentina Carnelutti
e della giovane conferma Jasmine Trinca, già protagonista per
Nanni Moretti ne La stanza del figlio. Chapeau al talento
intramontabile di Adriana Asti.
Clara Collalti
Scrivi a claracol@tiscalinet.it
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