Speaker's Corner
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Buio in sala
   dal nostro inviato
Francesca Pozzi




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  • E' più facile per un cammello
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  • Andata + Ritorno
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  • L'amore è eterno finchè dura
  • Ritorno a Cold Mountain
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  • Prima dammi un bacio
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  • Paz
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  • The dreamers
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  • Intermezzo
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  • City of ghosts
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  • Piazza delle Cinque Lune
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  • L'imbalsamatore
  • L'anima gemella
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  • Passato prossimo
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  • La finestra di fronte
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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    L'ANIMA DI UN UOMO
    L’anima di un uomo è una poesia che si racconta per immagini.
    Il loro naturale processo è probabilmente quello di portare in superficie vecchie storie, è ricreare un viso, un odore o un sapore, le immagini sanno essere archivio della memoria, e custodia del rimosso.
    Wim Wenders ritorna al cinema con uno (il primo) dei sette film-documentario voluti e in parte prodotti da Martin Scorsese per celebrare in pieno stile l’anno del blues. Un progetto che nasce dalla passione comune dei registi per il genere musicale, che poi è probabilmente molto più di un semplice genere musicale. Wenders realizza dopo Buena Vista Social Club un docu-fiction che scava nelle radici del blues americano, raccontando la storia di tre artisti sconosciuti al grande pubblico: Blind Willie Johnson, L.B. Lenoir e Skip James. Ma si parla della seconda metà degli anni venti, e di immagini di repertorio quasi non ce ne sono: e allora il genio di Wenders pensa di creare un falso per raccontare una grande verità, e lo fa utilizzando una tecnica e uno stile strepitosi.
    L’unico documento originale trovato è un super 8 girato da due coniugi svedesi su Lenoir, allora ritenuto di scarso interesse e rifiutato persino dalla televisione. Ma è l’unico: perché tutto il resto, tutto quello che vediamo e che non riusciamo esattamente a separare dalla poca nitidezza e dal passo traballante di un super 8, è in realtà un lavoro girato in digitale, con le incursioni delle immagini riprese con una vecchia macchina a manovella degli anni ’20, capace di consegnarci la chiave di lettura di un’epoca. Il film è diviso in due parti, la prima in bianco e nero a testimoniare gli esordi dei musicisti, la seconda a colori per il ritorno sulle scene dell’ormai sessantenne Skip James e per la rocambolesca vita di Lenoir. Ma la storia di questi personaggi non appare mai come una nuda biografia, si ha piuttosto il piacere suggestivo di provare a sognare la vita di questi eroi, annichiliti dal peso di una serie eventi troppo più grandi.
    E’ un film da ascoltare, più che da vedere: scansa la monotonia delle interviste e fa musica, sempre – i pezzi di James e Lenoir sono riadattati da musicisti contemporanei come John Mayall, Lou Reed, Nick Cave, in un processo di naturale ma guardinga evoluzione del blues verso il jazz e il rock. Unica nota stonata la cornice esageratamente “soprannaturale” del Voyager che vaga per lo spazio portando in volo una canzone di Blind Willie – che poi è anche il narratore di tutta la storia, ne tesse la trama e spinge lo spettatore verso l’adulazione dei protagonisti. Una proiezione verso il futuro un po’ azzardata, che forse stride con la nobile e terrena miseria dei tre geniali bluesmen.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it