Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
L'ANIMA DI UN UOMO
L’anima di un uomo è una poesia che si racconta per
immagini.
Il loro naturale processo è probabilmente quello di portare
in superficie vecchie storie, è ricreare un viso, un odore
o un sapore, le immagini sanno essere archivio della memoria, e
custodia del rimosso.
Wim Wenders ritorna al cinema con uno (il primo) dei sette film-documentario
voluti e in parte prodotti da Martin Scorsese per celebrare in pieno
stile l’anno del blues. Un progetto che nasce dalla passione
comune dei registi per il genere musicale, che poi è probabilmente
molto più di un semplice genere musicale. Wenders realizza
dopo Buena Vista Social Club un docu-fiction che scava nelle radici
del blues americano, raccontando la storia di tre artisti sconosciuti
al grande pubblico: Blind Willie Johnson, L.B. Lenoir e Skip James.
Ma si parla della seconda metà degli anni venti, e di immagini
di repertorio quasi non ce ne sono: e allora il genio di Wenders
pensa di creare un falso per raccontare una grande verità,
e lo fa utilizzando una tecnica e uno stile strepitosi.
L’unico documento originale trovato è un super 8 girato
da due coniugi svedesi su Lenoir, allora ritenuto di scarso interesse
e rifiutato persino dalla televisione. Ma è l’unico:
perché tutto il resto, tutto quello che vediamo e che non
riusciamo esattamente a separare dalla poca nitidezza e dal passo
traballante di un super 8, è in realtà un lavoro girato
in digitale, con le incursioni delle immagini riprese con una vecchia
macchina a manovella degli anni ’20, capace di consegnarci
la chiave di lettura di un’epoca. Il film è diviso
in due parti, la prima in bianco e nero a testimoniare gli esordi
dei musicisti, la seconda a colori per il ritorno sulle scene dell’ormai
sessantenne Skip James e per la rocambolesca vita di Lenoir. Ma
la storia di questi personaggi non appare mai come una nuda biografia,
si ha piuttosto il piacere suggestivo di provare a sognare la vita
di questi eroi, annichiliti dal peso di una serie eventi troppo
più grandi.
E’ un film da ascoltare, più che da vedere: scansa
la monotonia delle interviste e fa musica, sempre – i pezzi
di James e Lenoir sono riadattati da musicisti contemporanei come
John Mayall, Lou Reed, Nick Cave, in un processo di naturale ma
guardinga evoluzione del blues verso il jazz e il rock. Unica nota
stonata la cornice esageratamente “soprannaturale” del
Voyager che vaga per lo spazio portando in volo una canzone di Blind
Willie – che poi è anche il narratore di tutta la storia,
ne tesse la trama e spinge lo spettatore verso l’adulazione
dei protagonisti. Una proiezione verso il futuro un po’ azzardata,
che forse stride con la nobile e terrena miseria dei tre geniali
bluesmen.
Clara
Collalti
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