Speaker's Corner
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Francesca Pozzi




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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    ALLA RIVOLUZIONE SULLA DUE CAVALLI
    L'estate, si sa, non è un buon momento per chi ama il cinema. O almeno un certo tipo di cinema, quello per cui si è disposti a stiparsi dentro una sala buia non condizionata, con una temperatura intorno ai 40 gradi che a volte annebbia persino la vista. Per fortuna esistono i cineforum, o quelli che pretendono di chiamarsi tali anche se di fatto si presentano come una serie di sedie di plastica messe in fila davanti a uno schermo sgangherato, sotto un cielo blunotte.
    Ieri sera proiettavano questo film davanti a una platea di giovani e meno giovani, di chi si era perso la pellicola vincitrice due anni fa del 54° Festival del cinema di Locarno. Per fugare ogni possibile equivoco è bene dichiarare senza mezzi termini che, di fronte a film come questi, chi scrive non riuscirà mai ad essere spettatore imparziale. Eppure la critica non era stata molto benevola nei confronti di Maurizio Sciarra, accusato di aver messo in scena il classico road-movie carico di banalità e situazioni codificate da sceneggiatura di serie b. Tratto dall'omonimo libro di Marco Ferrari, edito da Sellerio, Alla rivoluzione sulla due cavalli è lo specchio di una generazione, è la fotografia del sentire di un'epoca vista con gli occhi di tre ragazzi, è il riflusso della voglia di conquistare qualcosa che cresce sulle ceneri di un sessantotto sfumato, è il frammento di un'avventura, quella che prende come pretesto la storia per far esplodere emozioni e sentimenti rimasti sotto troppo a lungo.
    Sono gli anni '70, Victor e Marco convivono a Parigi, esule portoghese il primo, eterno vitellone il secondo. E' una telefonata a scaldare la storia: a Lisbona è scoppiata la Rivoluzione dei Garofani, la stessa che avrebbe messo fine alla dittatura di Caetano. E allora non si può restare a guardare da lontano, non ci si rassegna a commentare a distanza: si può solo prendere una macchina - se poi è l'icona di una generazione ancora meglio - e partire, macinare chilometri e speranze, tritare sogni e illusioni e arrivare là, a sfiorare la libertà. C'è solo il tempo di passare a Bordeaux a recuperare Claire, ex fidanzata di Victor (e amante di Marco…), e poi proseguire spediti fino alla meta. Ma la rivoluzione è in realtà solo uno stimolo, è l'input ed è il punto d'arrivo, come un miraggio nel deserto più torrido che si sta attraversando. In mezzo, tra i due punti che congiungono i lembi di questa storia, in mezzo c'è il segmento della vita spiccia, fatta di parole e sguardi e sensazioni che esplodono e implodono, c'è la paura di aprire gli occhi e accorgersi che certi viaggi in fondo si fanno per sé, più che per la propria coscienza sociale e politica. Se si guarda questo film con occhi attenti e razionali è inevitabile riconoscergli alcuni difetti: a partire proprio dalla meccanica prevedibilità di certi eventi - quegli imprevisti che si accavallano e poi vengono miracolosamente aggirati… -, dal macchiettiamo dei personaggi, estremamente riconoscili e già visti nella storia del nostro cinema, dalla critica all'attitudine didascalica della regia, o dell'utilizzo di certi accorgimenti tecnici che a qualcuno ha dato addirittura fastidio. Ma se lo sguardo attraverso cui ci si accosta alla pellicola è uno sguardo voltato all'interno, sganciato da tutto ciò che sta fuori, allora risulta difficile non lasciarsi affascinare. Dentro c'è il sogno, lo stesso che tutti abbiamo accarezzato e molti ancora accarezzeranno. C'è la voglia di fermare il tempo, di alzarsi una mattina e servirsi di un pretesto abbastanza convincente per dirsi: prendiamo la macchina, e andiamo via. Alzi la mano chi non ha mai pensato di farlo almeno una volta nella vita. E allora il viaggio di Victor, Marco e Claire diventa una sorta di proiezione personale, quelle strade desolate da attraversare diventano anche un po' tue, ti fanno pensare che anche tu hai avuto voglia di scappare, di andare in cerca della tua rivoluzione per trovarti poi di fronte a un corteo in festa per una partita di pallone. Perché è questo che alla fine del viaggio troveranno, oltre le frontiere faticosamente oltrepassate (fisicamente sulla strada e idealmente tra loro, svelando una serie di fatidici non detti): l'illusione romantica di credere in qualcosa, e poi la scoperta di averla nutrita troppo. Ma torno a ripetere che il senso del film sta probabilmente nel mezzo, sta in un'epoca, in un sentire comune, lo stesso che Sciarra ha voluto fortemente mettere in immagini, per ricordarci che gli anni '70 non sono soltanto la fotografia dolorosa degli anni di piombo ma l'espressione deflagrante della curiosità e del viaggio, della voglia di stanare la novità.
    Aiutato nella stesura della sceneggiatura da Enzo Monteleone (coautore di Mediterraneo) e da Marco Ferrari, il film ha vinto un'edizione del Festival di Locarno guidata in giuria da una Laura Morante piuttosto critica, curiosamente non in linea con il verdetto finale.
    Pardo di bronzo come miglior attore a Andoni Garcia, spalleggiato benissimo dal quasi esordiente (ma perfetto vitellone) Adriano Giannini.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it