Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
THE ITALIAN JOB
Chi legge più o meno abitualmente questa rubrica si è certamente accorto di che genere di film si nutre chi scrive. Ma per sconfiggere una giornata di noia e di caldo soffocante può anche capitare di scegliere qualcosa di diverso, e di essere letteralmente trascinati davanti al grande schermo per questo The Italian Job che racconto, ma che ancora non so se consigliare di andare a vedere...
Partiamo dalla prima considerazione: il film è il remake di un cult movie datato 1969 che uscì nelle nostre sale col titolo Colpo all'italiana. Ambientato a Torino, vedeva come protagonista un grande Michael Caine. I punti di contatto ci sono, d'accordo, ma si incagliano su una superficie che è probabilmente il terreno d'azione di tutta la pellicola: il nome del protagonista (Charlie Crocker), i lingotti d'oro da rubare, l'intuizione dell'incredibile ingorgo stradale e una fuga a bordo di una macchina che ha fatto epoca (la Mini). Ma le analogie terminano qui. Nell'Italian Job del Terzo Millennio, Los Angeles è il teatro della storia, e il regista Gray sostituisce lo spirito british-patriottico del vecchio movie con un postmoderno desiderio di giustizia di parte di una banda di ladri raffinati. Che realizzano un colpo perfetto a Venezia - in cui ognuno ha un ruolo millimetricamente studiato -, ma non riescono a sfuggire il classico impedimento di sorta, il tradimento da parte di uno di loro. Il fedifrago ha il volto di Edward Norton, e ad accompagnarlo ci sono una serie di nomi che danno un certo tono alla banda di ladri ingentiliti: a cominciare dal capo, un impeccabile Donald Sutherland, a seguire la bellezza mozzafiato di Charlize Theron, e poi Jason Statham, Seth Green e Mark Wahlberg (di cui si ricorda più volentieri, per altro, la partecipazione in Boogie Nights di Anderson).
Corrono, scappano, lottano, si impegnano in inseguimenti strabilianti ma le loro caratterizzazioni psicologiche e le loro motivazioni lamentano una costruzione forse un po' banale e superficiale. Sembrano vestire abiti impersonali, quasi impegnati ad interpretare se stessi senza dover intervenire sui rispettivi ruoli. The Italian Job ha dalla sua di essere una pellicola semplice e dinamica, un concentrato d'azione che ha l'intelligenza di non prendersi troppo sul serio, abile a stemperare una cadenza mai troppo serrata con una piacevole comicità. La naturalezza della messinscena è forse il maggior pregio accordabile a Gray, che di fatto sceglie di raccontarci i fatti secondo una sequenzialità nuda e cruda.
Suscita immediata seduzione, su questo non c'è dubbio, non fosse altro che per un paio di inseguimenti mozzafiato tra guardie e ladri che tengono il respiro sospeso - uno per i canali di Venezia, l'altro nei cunicoli metropolitani di Los Angeles a bordo di tre Mini Cooper riadattate. Ma se è vero quello che diceva Marco Lodoli, cioè che probabilmente il senso di un film e quello che davvero semina in noi sta negli attimi che seguono l'uscita dalla sala, nelle chiacchiere a cena o mentre si torna a casa, allora è vero che di questo film si potrebbe smettere di parlare al terzo semaforo. Pensando che si, questa Mini Cooper è una gran macchina. Varrebbe la pena di farci un pensierino.
Clara
Collalti
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