Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
VAJONT
Persiste l'estiva crisi d'astinenza da cinema.
E allora andiamo a ripescare un film che hanno proiettato ieri sera nel solito cineforum, anche se un po' datato (non troppo). Si intitola Vajont, e la regia è di quel Renzo Martelli di cui si è parlato per il recente documentario sul caso Moro.
Il film suscitò reazioni diametralmente opposte all'epoca del lancio: da un lato chi esaltava il coraggio di certe pellicole di denuncia, la forza con cui certe storie possono essere riportate in superficie perché mai vengano dimenticate; dall'altro chi si scagliava contro ciò che riteneva un prodotto squisitamente hollywoodiano, privo di logica e razionalità.
La tragedia del Vajont resta forse una delle ombre peggiori della nostra storia, e la cronaca è questa: il 9 Ottobre 1963, circa 270 milioni di metri cubi di terra si staccano dal monte Toc, franano a valle e si riversano nel lago artificiale creato dalla diga in costruzione. Sollevando un'onda di 250 metri, cancellando tutta la costa e causando oltre duemila morti. A questa sede non compete percorrere la strada di una denuncia già gridata, d'accordo. Eppure il film da un lato inquadra esattamente questo, la denuncia: i fatti e le circostanze a dimostrare che il disastro fosse ampiamente prevedibile ed evitabile, gli anni che precedono la tragedia fotografati attraverso i volti di progettisti arroganti e tecnici inconsapevoli, e l'eco di una natura ingovernabile che non si sa mettere a tacere.
Per la sua realizzazione fu investita una cifra da capogiro, che fece scalpore agli addetti ai lavori del cinema italiano, e in effetti i caratteri del circo industriale americano sono abbastanza evidenti: si parte da una storia vera e da un teatro nostrano, ma la catastrofica tragedia viene poi condita di alcuni espedienti narrativi e iconografici che agli occhi di qualcuno sono parsi inopportuni. Emergono i simboli del dramma civile e sociale - l'idiozia del Potere, l'impotenza degli umili, l'impopolarità dell'intelligenza -, la splendida irrealtà di certe immagini-cartolina, il richiamo più o meno esplicito di alcune scene a certe pellicole americane e soprattutto quella storia d'amore che non disturberebbe se non somigliasse in maniera sfacciata a certi tormentoni già visti - leggi Titanic…
Ma esprimere un giudizio completo è difficile, almeno per chi scrive: il film si lascia guardare, e ha il pregio di tenerti col fiato sospeso fino all'inevitabile apocalisse che tutto travolge, di indurti a pensare che la rappresentazione di drammi di tale portata è sempre complessa, e mai di univoca lettura. Di riflettere sul piano del coinvolgimento emotivo nei confronti di questa gente, e anche su quella che forse è la figura più cristallina e seduttiva del film, la giornalista Tina Merlin. Interpretata ancora una volta magistralmente da Laura Morante, incarna il fervore impavido della cronista e l'assoluta sconfitta dell'intelligenza e dell'intuizione messe al servizio di tutti. A nulla è valsa la solitudine di quell'indipendenza, forse solo a ricordare come spesso vanno le cose.
Il film ha centrato l'obiettivo dell'impegno civile, con una serie di proiezioni a getto continuo nelle scuole, per poi essere piuttosto torturato dai giornali.
In ogni caso, può servire davvero a chi in quell'Ottobre del '63 ancora non c'era.
Clara
Collalti
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