Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Buongiorno, notte
Il sipario è calato, sullo spettacolo di Venezia.
Con le polemiche che come ogni anno hanno allungato ombre scomode, talvolta inopportune, che coprono con una patina di amarezza anche le cose migliori.
Il Leone d'Oro è nelle mani di un giovane regista russo, e di un film che credo piacerà molto. E poi c'è il Leone Ideale, quello che gli esperti di toto-vittoria avevano già consegnato a Marco Bellocchio, e al suo applauditissimo Buongiorno, notte.
Le polemiche non ci interessano, almeno non ora, non qui. Ciò che importa è quello che resta, che probabilmente resterà a lungo nella testa e sulla pelle di quanti andranno a vedere questo film.
E' di nuovo il caso Moro la fotografia di verità che il nostro cinema ci consegna, a pochi mesi dall'uscita del film-denuncia di Renzo Martinelli. Ma questa volta non c'è politica, non ci sono complotti ipotizzati, connivenze teorizzate e sensazionali rivelazioni da aggiungere alla infinita serie di ma e di se che solo vicende come questa sanno mettere in fila.
Il regista piacentino fa uso di tutto il suo cinema onirico e simbolico per raccontarci la storia di alcuni uomini, e di una donna, per capire se "in questa tragedia ci fosse una traccia che andasse in senso contrario". Gli uomini colpevoli della violenza di Via Fani, gli stessi che il 16 Marzo 1978 trasportarono il corpo di uno degli uomini più potenti d'Italia in un appartamento che sarebbe diventato una prigione per tutti.
Le Brigate Rosse hanno un volto, camminano, parlano, pensano. E sognano. Invasati dall'ideale della rivoluzione si fanno portavoce della violenza, ma poi chiamano il loro prigioniero "Presidente", si preoccupano quando non mangia. Vivono in un totale stato di reclusione scandito dall'appetito, dal sonno, dalla televisione sempre accesa, che si tratti di telegiornale, di ballerine discinte o di volti nazionali che annunciano la fine dell'anno.
Sono gli occhi di Chiara a mostrarci la tragedia. Quella dell'uomo privato della propria libertà, quello della politica e delle sue estensioni che tutto travolgono, della deflagrazione della violenza e della battaglia tra poteri o presunti tali. E quello della propria coscienza, della tenacia che vacilla, dei dubbi che si fanno strada separando come spartiacque la fiducia sacrale nell'ideologia e la scoperta della realtà. Della doppia vita normalmente abitata, dell'esterno che mormora, si scandalizza o finge di farlo - perché forse è più comodo, e meno pericoloso. Bellocchio racconta questo, ponendo la solita attenzione sul dettaglio, sulle concessioni personali che tappezzano la pellicola di filmati d'epoca, ricordandoci simbolicamente che qualunque cosa accadrà, sarà una catastrofe. Ma qui la politica e i partitismi all'italiana c'entrano poco, sono solo lo sfondo, forse il motore degli eventi - la sceneggiatura è stata in parte tratta dal libro-confessione di Anna Laura Traghetti, la terrorista che nel '78 acquistò l'appartamento in cui si consumò la prigionia di Moro.
I sequestratori alternano deliri di (onni)potenza al baratro dello smarrimento, in cui si domandano ancora una volta se la scelta radicale sia sempre la scelta giusta. Chiara sogna, e i sogni battono il tempo, l'umanità paradossale e poi l'efferatezza dei carcerieri. Lo spia dall'occhiello, per trovarlo rannicchiato nella stessa posizione in cui lo avrebbero ritrovato cadavere 55 giorni dopo, legge le lettere che scrive alla moglie, e poi piange. E infine, nel sogno, lo lascia libero di passeggiare dentro a un piovoso mattino primaverile, e magari cambiare il corso della storia. Lei è Maya Sansa, già Balia per Bellocchio e poi protagonista de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. Bravissima. Con lei Luigi Lo Cascio, spogliato della dolcezza di cui lo hanno sempre vestito e calato nel ruolo autoritario e severo del capo. E poi Piergiorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno e Roberto Herliztka nel ruolo del prigioniero.
Grandi i consensi - al secondo week-end di proiezione il film è stabile al primo posto - e aspre le critiche consumatesi sui quotidiani nei giorni a venire. C'è ancora chi si chiede come sia possibile riabilitare senza pudore la violenza del terrorismo, o usare indulgenza emotiva su questi personaggi che la storia e le coscienze hanno già condannato. Forse è vero, ma è Bellocchio stesso a sottintendere che non è la riabilitazione, il senso ultimo del film: "Volevo parlare del groviglio dei sentimenti nascosto in un gruppo di giovani che ha compiuto azioni gravissime in nome di una fede".
Clara
Collalti
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