Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
The dreamers
Attenersi al titolo. E' il consiglio di Bernardo Bertolucci.
I sognatori. Sono loro i protagonisti del quindicesimo lungometraggio del regista emiliano, e sarebbe poco produttivo cercare significati reconditi e azzardare a tutti i costi letture subliminali. I sognatori sono loro, quelli del '68, quelli che "si addormentavano per risvegliarsi nel futuro, in un mondo diverso, cambiato. Quelli che avevano una speranza".
Bertolucci è tornato a Venezia, presentando fuori concorso un film che ha diviso le platee, generando ammirazione e perplessità, applausi e sgomento.
La storia è semplice: Parigi, 1968. Due fratelli gemelli conoscono un americano che condivide con loro la stessa passione per il cinema. Lui è spaesato, ed è solo. Facile chiedergli di trasferirsi da loro, all'indomani della partenza per le ferie dei genitori, nell'appartamento che si trasformerà in una tana in cui consumare una serie di iniziazioni. La più immediata è quella sessuale, ma sarebbe riduttivo fermarsi qui, consumando con loro solo ciò che si vede.
The dreamers è realmente per certi aspetti la continuazione ideale di Ultimo tango a Parigi: c'è Parigi, appunto, ci sono l'inizio e la fine di un'epoca, i protagonisti che si chiudono tra quattro mura mentre fuori il mondo continua a girare, e sembra impazzire. Con una differenza, quella consapevole leggerezza che Bertolucci confessa aver conquistato e di cui era quasi completamente privo ai tempi del Tango: "in Tango gli anni '60 portavano a un finale tragico, in questo film c'è una leggerezza diversa".
E' un film personale, intimamente legato al proprio vissuto, intenso come i ricordi che investono un'intera generazione, quella che allora c'era, dice il regista. Ma qui il '68 è la cornice, o lo sfondo su cui inquadrare tutto quello che scorre, e che travolge. E' una condizione mentale, è un atteggiamento, è lo spirito con cui si affrontavano certe cose e guai a considerarlo un fallimento: Bertolucci ci tiene a ricordare che quelle illusioni stanno alla base del comportamento di molti adulti di oggi.
E' entrato nei personaggi con una macchina del tempo, ha subito uno shock fisico e psicologico, dando loro i connotati di un'appartenenza culturale e ideologica, di una formazione precisa. Sarebbe un errore non considerare la cinéphilie dei tre ragazzi come la chiave di volta del film. Si incontrano alla Cinématèque Francaise, che è molto più di un semplice museo del cinema. Si servono di citazioni e di rimandi per scandire il loro tempo, i loro gesti, i loro pensieri. La cinefilia dei protagonisti crea un'armonia più forte di tutto il resto, un miscuglio di pulsioni visionarie che "unisce politica eros e rock'n'roll". Come una tensione utopica che fa da collante alla vita di Théo e Isabelle, gemelli uniti da un rapporto morboso e figli di un poeta esattamente come lo era il regista, e di Matthew, l'americano che i due scelgono come unico interlocutore del proprio disagio e delle proprie illusioni. Probabilmente è vero quanto diceva Truffaut (di cui il film è imbevuto), cioè che avere un'idea sul cinema equivale ad avere un'idea sul mondo. E' simbolicamente con il cinema che inizia il '68, con il defenestramento di Henri Langlois dalla Cinématèque e l'esplosione della protesta studentesca. E il cinema è il linguaggio con cui si parlano i tre ragazzi, il ritmo che detta le loro azioni per ricordarci che esiste un legame embrionale tra l'arte e la vita, tra affascinanti convergenze e inevitabili mancanze. Che è possibile comunicare così, attraverso una discorsività che pesca dalla vita e dalla formazione di ognuno di noi, e che utilizza anche il corpo per renderla manifesta. Perché The dreamers è anche un film sul corpo, sui suoi aspetti terreni e quasi bestiali, sull'utilizzo della propria fisicità per stabilire una relazione con l'altro. Il corpo diventa un'estensione preziosa, la capacità d'interpretarsi, di rivelare la vera identità, di smascherare una psicologia posticcia finemente costruita. Bertolucci chiude dentro a un appartamento i suoi protagonisti (i francesi Eva Green e Louis Garrel e l'americano Micheal Pitt, incredibilmente persuasivi), e fa vivere loro un isolamento ai limiti del reale, dove il reale viene spesso evitato, scansato, chiuso fuori. Nell'appartamento entrano Mao e Marcuse, Jimi Hendrix e Janis Joplin, ma il mondo rivoluzionario, quello concreto, resta fuori. E' solo un rumore, un'eco che entra dall'esterno, mentre dentro si consuma l'iniziazione sessuale e si snoda il cammino di crescita. Per uscirne adulti.
Qualcuno ha scritto che The dreamers è un atto d'amore. Verso il cinema, verso un'ideale e la consapevolezza delle sue ragioni, verso la coscienza di sé. Verso un'epoca e le sue illusioni, le sue amarezze e le sue contraddizioni. Credo sia vero.
Clara
Collalti
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